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LA MODA CHE CAMBIA 9 Novembre Nov 2014 1600 09 novembre 2014

Moncler, quante ipocrisie da chi si indigna

Compassione per le oche, non altrettanta per i bimbi sfruttati dai marchi low cost.

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Ve la servo brutale, subito: sapete che cosa vi/ci dà fastidio dell’eventualità, non provata, che le piume delle oche spiumate brutalmente viste nell’inchiesta di Report finiscano nei piumini Moncler? Che quei piumini costino così tanto, siano dunque così inaccessibili e garantiscano un margine di guadagno così alto al signor Remo Ruffini e ai suoi azionisti.
IL PROBLEMA È IL PREZZO. Se fossero inserite nei piumini di Zara o di qualunque altra azienda fast fashion, cioè dal prezzo abbordabile, delle oche torturate non vi importerebbe un fico. Così come non vi importa un fico di comprare in quantità gonne e magliette cucite in tuguri alla periferia di Hanoi e pagate una miseria a mamme che stentano a nutrire le loro famiglie e che spesso lo fanno da mutilate, perché nessuno ricostruisce loro gli arti se rimangono incastrate in una tagliatrice.
NESSUNO PENSA AI MORTI DEL RANA PLAZA. Siete mai andati a vedere che cosa succede in una fabbrica dell’India dell’Est o avete solo visitato i palazzi dei maharajah nel Rajasthan? Ah ecco. E qualcuno di voi ha smesso di comprare, per esempio, da Mango (una delle poche aziende ad ammettere il coinvolgimento, peraltro, e poi a controllare meglio i subfornitori, mentre Benetton negò l’evidenza delle foto scattate sulle macerie) dopo il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, nel quale morirono quasi 400 operai? Certo che no. Eppure il fast fashion delocalizza la produzione in luoghi sconosciuti, compra cotone coltivato in pianure dove si muore di pesticidi e copia la moda vista sulle passerelle del lusso, sottraendo magari fatturato, creatività e opportunità di lavoro ai tanti che la moda vorrebbero farla, e magari in Italia.
NON VOGLIAMO VEDERE GLI ULTIMI DEL MONDO. Vi credete (anzi ci crediamo, tutti noi del mondo cosiddetto evoluto e mi ci metto anche io) tanto furbi e nel giusto di «pagare poco per cambiarsi tutti i giorni», senza mai pensare che qualcosa pagato pochissimo da voi è costato tantissimo a qualcun altro. Non vogliamo vedere gli ultimi del mondo, i marginali, chi non ha voce per difendersi perché deve innanzitutto sopravvivere mentre cuce i nostri cappotti (gentili signori lettori: sappiate che può capitare di entrare in sottotetti col soffitto a un metro e sessanta dove la temperatura supera i 40 gradi per vedere adolescenti che ricamano le nostre camicie).
MENO ATTENTI SUL CIBO. Ma siamo tutti pronti a frignare sulle povere oche brutalmente spiumate, magari dopo averne inghiottita una trasformata in prosciutto e aver mangiato un pollo allevato in batteria col becco tagliato oppure bistecche di vitelli «tanto buoni per far crescere i bambini» (credete che tutta l’adrenalina scaricata per la paura dalle bestie condotte al macello e perfettamente consce di andare incontro alla morte non si scarichi nelle carni, insieme con gli antibiotici di cui imbottiscono gli animali perché non si ammalino? Ah ecco).
IL POLLO NON È GLAMOUR E METTE IN IMBARAZZO. Ma lì le grandi inchieste non arrivano, nessuno tocca gli allevamenti di polli, perché il pollo non è glamour, non fa notizia, ci mette tutti anzi in imbarazzo visto che ne mangiamo in quantità a poco prezzo, e gli interessi che vi ruotano attorno sono infiniti, toccano i gangli vitali dell’economia e al tempo stesso le basi della nostra alimentazione. Capirete che sono argomenti ben più potenti di quelli che si possono agitare mettendo alla gogna Moncler. In più, ci fa rabbia, a tanti un’invidia folle, che il signor Ruffini abbia avuto tanto successo recuperando alla grande un’azienda decotta (francese, fra l’altro: non siamo quelli che frignano mane e sera anche perché la Francia compra tutte le nostre aziende migliori?).
I NEGOZI IN CENTRO COSTANO. En passant ci dà fastidio l’eventualità di passare per fessi pagando 100 quel che vale 40, come se non sapessimo tutti che il lusso che tanto ci fa gola e di cui vorremmo godere applica coefficienti minimi del 2,5 nel ricarico a causa dei costi di distribuzione, di marketing e di comunicazione.
Quanto credete che costi mantenere i negozi delle vie del centro dove ci piace entrare e sentirci gratificati come re e regine? Oppure, e al contrario, non vi piace, non ci piace più tutto questo? Non vogliamo più i morti del Rana Plaza, non ci importa niente dei negozi di lusso, non ci interessa più comprare una gonna a 20 euro per tirarci su il morale ma vogliamo solo prodotti di eccellenza fatti sotto casa che durino una vita? Possiamo sempre tornare ai tempi in cui l’abito di una dama tessuto a Venezia 60 centimetri al giorno, a mano, costava esattamente come armare una nave. Vedremo se potremo permettercelo.

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