ESTERI 23 Novembre Nov 2014 1728 23 novembre 2014

Isis, l'arte come fonte di finanziamento

Devasta il patrimonio culturale di Siria e Iraq. Per vendere i reperti più preziosi. E autofinanziarsi. Così lo Stato Islamico ha ricavato 1.500 milioni di dollari.

  • ...

da Beirut

Molto si conosce delle violenze efferate e delle torture che l'Isis infligge alle popolazioni che ha sottomesso. Meno, quasi nulla, delle devastazioni che gli estremisti stanno provocando all’inestimabile patrimonio culturale dell’Iraq e della Siria.
Un patrimonio che ci appartiene e che testimonia l’origine della nostra storia, della nostra civiltà. Migliaia di anni prima di Cristo i popoli della Mesopotamia ideavano il primo sistema di scrittura, con il quale ci hanno tramandato le loro conoscenze matematiche e astronomiche, la loro letteratura e le loro leggi.
LA DISTRUZIONE DEL PATRIMONIO DI SIRIA E IRAQ. Lo Stato Islamico non è in guerra non solo contro la Siria o l’Iraq, il suo nemico è l’identità culturale di questi Paesi e dell’Occidente.
Non si limita a distruggere il patrimonio storico, lo usa anche come fonte di guadagno per finanziare la sua guerra.
Il mercato nero di opere d’arte e dei reperti archeologici, infatti, ha visto negli ultimi anni una crescita esponenziale.
IMPORTAZIONI DAL MEDIO ORIENTE SU DELL'86%. «Da quando è iniziata la guerra in Siria», dice Khalil, importante commerciante di antichità in Libano, «vengo continuamente contattato da gruppi di scavatori clandestini assoldati dai jihadisti per recuperare e vendere oggetti antichi».
Una conferma indiretta della crescita del mercato nero di reperti antichi arriva dagli Stati Uniti. Le importazioni americane di antichità provenienti dal Medio Oriente sono aumentate vertiginosamente tra il 2011 e il 2013. Secondo i dati forniti dalla Us International Trade Commission in soli tre anni le importazioni da Egitto, Iraq, Libano, Siria e Turchia sono cresciute dell’86%, passando da un valore di 51,1 milioni di dollari a 95,1 milioni di dollari.

La Chiesa Verde, saccheggiata e poi distrutta dall'Isis.

Per gli esperti sono stati rubati reperti per 1.500 milioni di dollari

Difficile dire quanti soldi il commercio di opere d’arte porti nelle casse dell’Isis, ma alcuni dati parziali riescono a dare un’idea delle dimensioni complessive del fenomeno.
Il contrabbando dei soli reperti archeologici trafugati ad al-Nabuk, in Siria, ha fruttato ben 36 milioni di dollari. La cifra, secondo l’intelligence inglese, è attendibile e stimata al ribasso. Un gruppo di archeologi internazionali ha stimato che il valore dei reperti di cui è stato accertato il furto può superare i 1.500 milioni di dollari sul mercato nero.
Qais Hussain Rashid, direttore generale dei musei iracheni, ha raccontato: «Non si limitano a rubare, fanno dei danni incalcolabili alle nostre opere d’arte. Prendono solo le parti più preziose e facili da trasportare, dalle decorazioni staccano i rilievi e alle statue prendono solo la testa. Temo per quello che sta accadendo all’antica città di Hatra (nella provincia di Mosul, ndr), che risale al III secolo a.C. Gli uomini dell'Isis da mesi la usano per immagazzinare armi e munizioni, per addestrare combattenti e giustiziare i prigionieri».
SACCHEGGI AD AL-KALHU E ALLA CHIESA VERDE. Conquistate le regioni di Mosul e Ninive, l'Isis ha preso il controllo di 2 mila dei 12 mila siti archeologici iracheni. Secondo Rashid il saccheggio peggiore fino a oggi è quello consumato al Palazzo al-Kalhu, del re assiro Ashurnasirpal II, risalente al IX sec a.C. «Qui sono state rubate tavolette in lingua assira di valore inestimabile. Qualcuna è stata già ritrovata in Europa, purtroppo tagliata e venduta a pezzi».
Saccheggiata, e poi distrutta, anche la Chiesa Verde di Tikrit, una struttura suggestiva scavata nella roccia e costruita nel VII secolo. Stesso destino per la moschea di Giona, a Mosul.
Nella città irachena sono stati rubati dalle chiese anche antichi manoscritti e distrutte le statue del musicista Othman al-Mousuli e del poeta Abu Tammam.
TASSA SUGLI OGGETTI RECUPERATI DAL 20 AL 50%. Il modo in cui è realizzato il saccheggio sistematico del patrimonio testimonia quanto sia organizzato il cosiddetto Stato Islamico. Non sono i combattenti a occuparsi di scavi e commercio, ma concedono a chi vuole di razziare nei siti in cambio di una percentuale del valore monetario dei reperti. Si applica la Khums, una tassa prevista dalla legge islamica, per la quale si è obbligati a versare allo Stato una quota del valore dei beni provenienti dalla terra.
L’importo del Khums varia da regione a regione e a seconda dell’oggetto recuperato. Nella provincia di Aleppo è del 20%, a Raqqa può arrivare fino al 50% o più, se i reperti sono del periodo islamico o in metalli preziosi come l'oro. Oltre al saccheggio l'Isis favorisce l'esportazione clandestina dei reperti archeologici, soprattutto attraverso il valico di confine tra Siria e Turchia di Tel Abyad, una roccaforte dello Stato Islamico.
«IL SACCHEGGIO MONGOLO? NULLA A CONFRONTO». Fermare questo commercio è indispensabile e non solo perché è una fonte di reddito per un’organizzazione terroristica. La distruzione sistematica del patrimonio storico mette in pericolo la possibilità di stabilizzazione e riconciliazione al termine del conflitto. In Siria e in Iraq le memorie storiche sono parte della vita quotidiana. Si vive nelle antiche città, si prega nelle chiese e nelle moschee, si fa la spesa in suq (mercati) secolari.
Quando la guerra finirà questo patrimonio sarà fondamentale per ritrovare unità attraverso l’identità storica comune.
Questa non è la prima volta che lo sconfinato patrimonio culturale della regione è minacciato. Il saccheggio peggiore fu durante la conquista mongola di Baghdad, nel 1258. «La tradizione racconta che allora il fiume Tigri si tinse di rosso per il sangue di migliaia di morti e di nero per l’inchiostro di migliaia di manoscritti», racconta Rashid. «Eppure la barbarie dei mongoli impallidisce a confronto di quella dello Stato Islamico».

Correlati

Potresti esserti perso