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FACCIAMOCI SENTIRE 24 Novembre Nov 2014 1400 24 novembre 2014

Italiani inguaribili esterofili: è ora di finirla

Basta col modello giapponese, islandese, danese. Valorizziamo le nostre eccellenze.

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I leader del G20 al summit di Brisbane.

Purtroppo il nostro è un Paese che non riesce ad avere una vera identità nazionale.
Gli italiani (in genere) sono abbastanza “auto distruttivi” e preferiscono mettere in mostra i propri vizi piuttosto che le proprie virtù.
Se chiedete a un francese di parlarvi della sua nazione vi dirà immediatamente: «Abbiamo il Louvre, la torre Eiffel, Parigi è la più bella città al mondo».
Se provate con qualunque altro Paese evoluto sarà identico: la prima cosa di cui vi parleranno riguarderà bellezze o eccellenze.
IN ITALIA «ABBIAMO LA MAFIA». E gli italiani? Be' gli italiani citeranno la mafia, i problemi politici e le nostre più belle città verranno presentate come latrine all’aperto.
Nessuno penserà di dire che in Italia abbiamo la Ferrari, le città più belle al mondo, il 75% delle opere artistiche esistenti al mondo, Leonardo, Tiziano.
Per gli italiani tutto quello che hanno gli altri è fantastico. Tutto quello che possediamo noi una schifezza.
Se qualcuno di Centocelle (quartiere di Roma) va a Parigi visita il Louvre e non la banlieue (periferia parigina) dove, in alcune zone, la polizia stessa ha difficoltà a entrare.
È normale che tornando a casa il confronto con la propria realtà gli sembrerà certamente impari.
Nella soluzione dei propri problemi gli italiani, inoltre, fanno sempre e comunque riferimento a soluzioni straniere.
NON DOVEVAMO DIVENTARE GIAPPONESI? Negli Anni 90 dovevamo diventare tutti giapponesi. La qualità totale era una religione.
Il libro The machine that changed the world, ovvero la storia della lean production alla Toyota, era diventata una sorta di Bibbia.
Toyota veniva presentata come la perfezione qualitativa, salvo poi essere obbligata a ritirare un po’ di anni dopo qualche milione di auto per difetti di costruzione; come sia andata più in generale in Giappone è sotto gli occhi di tutti.
Ma anche recentemente il Giappone per molti era tornato un benchmark perché continuava a stampare carta moneta per uscire dalla crisi.
Gli anti euro presentavano l’approccio giapponese (ma in alcuni casi anche quello argentino) come l’unico percorribile per risolvere i nostri problemi. Su come sia andata a finire stendiamo un velo pietoso.
VIVA IL MODELLO ISLANDESE, ANZI IRLANDESE. Sempre in epoca recente è stato presentato il modello islandese (l’Islanda non arriva a 350 mila abitanti, meno di un quartiere di Milano), saremmo dovuti tutti diventare spagnoli, avremmo dovuto trovare soluzioni fiscali simili all’Irlanda e naturalmente potrei continuare.
Risolvere il problema della disoccupazione in Italia? Semplicissimo: basta implementare il modello di “flexicurity” danese.
Andate in Danimarca, chiedete ai capi azienda come funziona e quanti anni ci hanno messo a mettere a punto questo modello in un Paese di neanche 6 milioni di abitanti che ha uno dei più alti livelli di scolarità a livello internazionale.
Prendete un taxi a Copenaghen per capire le differenze culturali (e di buona educazione) con il nostro Paese.
UN PO' AMERICANI E UN PO' SCANDINAVI. Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni è assurdo sognare un Paese che abbia contemporaneamente il modello economico americano (uno dei più destrutturati al mondo); il modello di welfare scandinavo (uno dei più socialisti al mondo); una burocrazia di stampo francese (uno dei modelli più centralizzati al mondo); una governance di stile anglosassone (basata su comportamenti da “civil servant” più che sulle leggi).
Come ulteriore paradosso noi vorremmo però mantenere “molto italiano” il sistema fiscale (che ha una delle evasioni più elevate al mondo) e un modello economico “relazionale” anziché basato sulla meritocrazia.
Crediamo realmente di poter andare lontano con criteri simili, per quanto io possa averli semplificati o addirittura banalizzati?
BASIAMOCI SULLE ECCELLENZE ITALIANE. Personalmente credo che debba essere perseguito un modello italiano che possa basarsi sulle molte eccellenze del nostro Paese.
Proviamo a ripartire assumendo come priorità i superiori interessi del Paese, ma in modo sistemico, convinto, determinato, oserei dire appassionato e spingendo tutti insieme nella stessa direzione.
Giro il mondo in lungo e in largo e noto che gli italiani, a livello individuale, sono i migliori al modo e potrebbero quindi vincere qualunque competizione.
Ma questo stesso individualismo diventa un grande handicap quando la competitività è sistemica. Dobbiamo quindi evolvere. Basta piangersi addosso o immaginare di essere titolari di tutti i mali del mondo.
TUTTI VORREBBERO AVERE IL NOSTRO GENIO. Chi si laurea in alcune delle nostre università (il Politecnico di Milano, la Bocconi, la Normale di Pisa) non ha nulla da invidiare a coloro che si laureano nelle università straniere. E quando vanno all’estero sanno farsi valere.
Tutti i Paesi cosiddetti emergenti vorrebbero avere la nostra intelligenza, la nostra creatività, le nostre bellezze.
Proviamo a valorizzarle in modo progettuale, tutti insieme, e smettiamola con questa esterofilia dilagante. Facciamo in modo che, almeno per una volta, l’erba del vicino sia meno verde della nostra.

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