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MUSICA 3 Dicembre Dic 2014 1710 03 dicembre 2014

Bobby Keys, dai Rolling Stones alla fama internazionale

Se ne è andato il sassofonista degli Stones. Da 33 anni membro effettivo della band.

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Bobby Keys.

Quella volta che buttavano giù il televisore dall'albergo con Keith. Quella volta che per stordire una groupie ci fece il bagno in una vasca di champagne, 200 bottiglie di Dom Perignon e gli Stones, visto il conto, lo mandarono a stendere per sei anni.
Quella volta che, giocando a golf, spedì una pallina sulla colazione di Keith e quello prima sparò alla pallina poi lo avvertì: «Il prossimo colpo è per te».
E Bobby Keys, il texano dalla pelle di latte, impallidì ancora quel poco che poteva sapendo che il suo compare, coetaneo al minuto (sono nati entrambi il 18/12/1943), non scherzava per niente.
Ha sfiorato i 71 anni, non ce l'ha fatta. la cirrosi.
FUORI DAL TOUR DOPO 33 ANNI. L'ha mangiato nella sua casa di Franklyn, Tennessee, mentre i ragazzi coronavano l'ennesimo trionfo, però senza di lui. Non marcava visita da 33 anni.
È stato proprio Keith a dare al mondo il trauma: «Siamo devastati», e questa volta non è un modo di dire.
Keys, insieme con Ian Stewart, scomparso a fine 1985, era uno degli Stones di complemento ma non per questo meno importante, e il mondo lo sapeva e l'ovazione che ad ogni concerto raccoglieva fin dal 1969, non si è mai spenta.
Lui era uno di loro. E si sentiva se c'era e si sentiva se mancava.
«Ti aspettiamo alla prossima, vecchio furfante», gli avevano detto gli altri, ma quando gli Stones danno l'appuntamento a qualcuno, è un brutto segno: questa è la stagione degli abbandoni.
Keys era sopravvissuto alla Spoon River essendo della stessa pasta di talento e inaffidabilità.
HA SUONATO CON TUTTI I GRANDI. Quella volta che fece da promoter a Ronnie Wood per il suo locale 'Woody's on the Beach' (fallito quasi subito). Quella volta che si incontrarono nel 1964 e «Cristo, non avevo mai visto gente con la pelle così bianca, peggio della mia». I ragazzini s'erano avventurati per la prima volta in America, alla scoperta delle radici e qui si fa la 'Storia del rock', quella con la maiuscola.
E Bobby Keys l'ha attraversata tutta, quella storia di amore e malavita, cominciando 15enne con Buddy Holly, passando per Elvis e ditelo voi, trovatelo voi nel suo curriculum un nome che manca.
Uno solo. Mad Dogs & Englishmen, l'exploit mai più ripetuto di Joe Cocker, e lui c'era.
E c'era un milione di volte, nel bene e nel male, c'era anche quando non c'era, bianco, timido, sfrontato e farabutto.
Non si è mai capito se davvero sapesse suonare, e la risposta, signore e signori, è la seguente: quello che bastava, quello che ci voleva per girare con questi soggetti qui: «Aaah, senti amico, nessuno di noi è un granché tecnicamente, ma quando siam sul palco non siamo cinque, siam 500 e io di quel bastardo non posso fare a meno. Anche se a volte vorrei ucciderlo».
UN SOUND INSOSTITUIBILE. Keith dovrà fare a meno di quelle raffiche sgangherate, da balera e da bordello, quel modo di suonare sempre uguale e insostituibile, all'apparenza rozzo ma preciso per le pulsazioni tachicardiche dei Rolling Stones.
Uno che ha ricamato momenti irripetibili, come Brown Sugar, e c'e' tutta l'oscenità la depravazione, e lo squallore polveroso e irresistibile di una negriera viziosa in quelli strilli del sax.
Bobby Keys vola sul suo sassofono mentre i suoi ragazzi archiviano un altro tour, e forse l'ultimo pensiero va proprio a loro, alla nostalgia puttana di non esserci stato quest'ultima volta, fottuto dalla cirrosi. Si porta via un milione di occasioni, di canzoni, di assoli mascalzoni, e un pezzo troppo grande dei Rolling Stones.
Questa volta no, non è «solo un altro addio a un altro buon amico».

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