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INTERVISTA 9 Dicembre Dic 2014 1640 09 dicembre 2014

Daniele Manni, il professore che insegna a creare imprese

È stato selezionato per il premio di docente più bravo del mondo. Con metodi non previsti dal ministero. Nel profondo Sud spinge gli alunni a inventarsi start up: «Italia, non è mai troppo tardi».

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Sono venuti a cercarlo nel profondo Sud italiano da Dubai.
Daniele Manni è uno dei due professori italiani in lizza per il premio di migliore insegnante del mondo della Varkey Gems Foundation, l'ente di beneficenza della Gems foundation, un colosso dell'istruzione privata presente in 19 Paesi e partner dell'Unesco.
A segnalarlo, spiega il docente a Lettera43.it, è stato un suo alunno. Anche se non ha ancora capito quale.
E grazie al ragazzo l'Italia intera ha acceso i riflettori su un piccolo miracolo, quello che ha trasformato l'Istituto tecnico economico Galilei Costa di Lecce in una scuola di Barbiana 2.0. Il sogno di Don Milani aggiornato ai tempi nostri.
PROGETTI «FUORILEGGE». La storia inizia nei primi Anni 2000, quando Manni, professore di informatica con un pallino per l'educazione e l'impresa, porta in classe lezioni e progetti che lui stesso definisce «fuorilegge».
Mentre altri passavano le ore a spiegare circuiti e programmazione, lui entrava in aula dicendo: «Dobbiamo trovare un'idea geniale, qualcosa che non esiste ancora».
Le idee sono venute e sono seguite le imprese. Imprese vere, nell'agroalimentare, nel turismo, nel digitale.
La scommessa sulla creatività e l'intraprendenza degli studenti nel 2004 è diventata una cooperativa: Arianoa, (aria nuova in dialetto salentino), attraverso la quale i ragazzi della scuola possono fatturare e realizzare concretamente i loro obiettivi.
Da questo incubatore ante litteram, sono nate 20 start up, comprese le sei che il professore sta seguendo nel 2014.
«NON È MAI TROPPO TARDI». E tutto senza soldi, nel meridione d'Italia, con uno stipendio che finora non gli ha permesso di accendere un mutuo, e nemmeno il riconoscimento del ministero.
«Da quella parte», dice Manni, «c'è il silenzio».
Eppure lui è un dispensatore di speranze. Che non si affievoliscono nemmeno parlando della crisi economica, dei salari degli insegnanti o della fuga di cervelli.
«Se ci siamo riusciti noi...», dice rivolgendosi a un Paese fin troppo rassegnato. «Quando abbiamo iniziato, il termine start up non si usava nemmeno. Noi parlavamo di auto imprenditorialità e piccole imprese».
«E tutto», racconta, «è nato dal blues».

Daniele Manni.

DOMANDA. Cosa c'entra il blues con lei?
RISPOSTA. Era il 2000, in estate ero andato a un festival di blues. Quando sono tornato in classe ho deciso di lanciare l'idea ai ragazzi: «Che ne dite di un portale di musica?».
D. Come reagirono?
R.
Entusiasti per la musica, non per il blues. Ma poi feci loro ascoltare dischi, li portai a qualche concerto in un pub.
D. E i genitori erano contenti?
R.
L'importante era il progetto. Spiegai alle famiglie cosa volevamo fare. In Italia non c'era un sito del genere.
D. E poi?
R. Creammo Blues & blues e divenne la Bibbia del genere. Davvero: l'anno successivo ricevemmo il premio come Best of the blues website awards: avevamo sviluppato il migliore portale di blues al mondo.
D. Da lì venne l'idea di creare imprese?
R. Prima di abbracciare questa avevo fatto delle esperienze imprenditoriali in prima persona. E penso che i ragazzi debbano fare affidamento su creatività e capacità proprie.
D. Difficile conciliarlo con gli schemi della scuola italiana?
R. Diciamo che non rispetto proprio i dettami del ministero. Ho passato anni a fare il 'fuori legge'.
D. Cioè?
R. Non ho paura di perdere due o tre ore di lezione per fare un brainstorming: «Ragazzi», dico, «ora dobbiamo trovare un'idea geniale». Ma c'è un piccolo trucco.
D. Quale?
R.
Che se ci si pone in questo modo, si crea un feeling con loro. E allora anche le materie del programma, le lezioni classiche, vengono apprese più velocemente: bastano meno ore per fare tutto.
D. Insomma lezioni 'normali' affiancate a progetti innovativi?
R. Di normale diciamo che c'è poco.
D. Perché le venne in mente di creare una vera cooperativa?
R. Le simulazioni vanno bene, però a me piace creare valore aggiunto reale.
D. Per esempio?
R. Nella provincia di Lecce il turismo era limitato all'estate e pensai che bisognava aumentarlo. Allora tra i primissimi progetti ci fu 'Repubblica salentina'.
D. Cos'è?
R. I ragazzi hanno ideato la formula 30-20-10: hanno chiesto a hotel e bed & breakfast di attivare due volte l'anno una promozione che prevedesse una spesa di 30 euro per dormire, 20 per mangiare e 10 per acquistare artigianato locale.
D. Ha funzionato?
R. È stata replicata per 4 anni.
D. All'epoca le offerte 'alla Groupon' non erano così diffuse.
R.
Quando parliamo di start up vogliamo dire 'inventare quello che non c'era prima'. Nel 2011 per esempio un'intera classe ha lavorato e creato il marchio Dieta mediterranea. Nel 2010 era stata definita patrimonio immateriale dell'umanità dall'Unesco e abbiamo pensato di sfruttarlo.
D. Come?
R.
Mettendo insieme le produzioni del territorio e creando una manifestazione che ripetiamo da tre anni nella piazza principale di Lecce.
D. Tutto organizzato da ragazzi? Di che età?
R. Quando abbiamo iniziato avevano 15 anni e mezzo, 16. A luglio si sono diplomati.
D. Altro che troppo giovani...
R. Le dico la ciliegina: c'è un mio alunno, Antonio Scarnera, che oggi ha 16 anni e mezzo, molto bravo in informatica. Nell'estate in cui aveva 15 anni stava cercando di noleggiare un server su internet, ma trovava solo offerte professionali a prezzi di 500-600 euro.
D. Quindi?
R. Ne ha parlato con i suoi genitori, dicendo: «Voglio inventarmi un sistema per spezzettarlo e affittarlo ad altri a prezzi più bassi».
D. E loro?
R. Hanno accettato. E lui ha iniziato a vendere spazi per 20-30 euro. In tre-quattro mesi ha raccolto altri ragazzi, ha iniziato a ricevere anche richieste di aziende. E allora è venuto a raccontarmi cosa stava facendo.
D. E lei cosa le ha detto?
R.
L'ho rimproverato per non avermelo rivelato prima. E poi gli ho spiegato che abbiamo la cooperativa apposta, così poteva fatturare. E oggi con la sua società è diventato un digital champion italiano.
D. Ma come funziona la cooperativa? Di chi sono le quote?
R. Le quote sono quelle originali del 2004, le hanno due docenti, 16 studenti che allora erano diplomandi e poi altri due che si sono aggiunti nel tempo.
D. E chi ci guadagna?
R. Non c'è profitto a fine anno. Funziona a progetti. Per cui se il progetto è creato da uno solo, va a lui il fatturato, se no va al gruppo. Una piccola percentuale serve per pagare le spese. Dal commercialista all'affitto.
D. La cooperativa non era dentro la scuola?
R.
Da tre mesi abbiamo affittato un ufficio fuori. Perché abbiamo compiuto 10 anni. Ma anche perché è importante che i ragazzi capiscano che bisogna pagare anche le bollette, la luce, internet.
D. Una lezione anche questa?
R. A scuola ovviamente non dovevano fare i conti con questo aspetto. Che però è la realtà.
D. E ora che progetti ha in corso?
R.
Con una classe quarta stiamo creando un'agenzia per il turismo scolastico sul territorio.
D. Come?
R. Contattano le classi delle altre scuole in Italia, propongono i pacchetti turistici, organizzano tour e accoglienza.
D. Altro?
R. Con la seconda stiamo avviando un progetto sui droni. E poi con la quinta D stiamo facendo un game, una competizione.
D. Quale?
R. Ho diviso i ragazzi in cinque gruppi e li ho obbligati a inventare una start up. Dal primo gennaio scatta la gara: ogni mese valuterò l'andamento della società e a maggio ci sarà la premiazione del vincitore.
D. E quali sono i criteri di valutazione?
R.
Abbiamo creato insieme i parametri di una griglia. Ovviamente la start up deve creare reddito, per cui dipenderà in buona parte da quanto riesce a guadagnare con le vendite. Poi c'è l'affermazione, cioè la reputazione che riesce a farsi sul territorio. E poi l'originalità.
D. Lei insegna anche marketing e comunicazione?
R.
Sono un appassionato del genere e anche di grafica. Sono ingredienti importanti che i ragazzi devono imparare.
D. Dove trova le competenze?
R.
Un po' improvvisiamo. E poi dipende dai ragazzi. Nel caso della quarta, quelli più bravi in informatica si occupano del sito internet e nel caso della app. A quelli bravini in disegno insegno un po' di photoshop per le grafiche. Un altro gruppo cura l'ufficio stampa e un altro i rapporti con hotel e ristoranti.
D. E per i bilanci?
R. Il professore di economia è a disposizione per ogni domanda e per supervisionare la contabilità.
D. Quindi ha colleghi che collaborano? Non ha mai trovato ostacoli?
R. In generale sì, ma io insegno nella stessa scuola da 24 anni e conosco il preside da più di 10. Inoltre per i nostri progetti la scuola non mette soldi, non abbiamo bisogno di attrezzature o di investimenti. Al massimo usiamo sponsorizzazioni.
D. Cosa pensa delle proteste contro la scuola-azienda?
R.
Lì si tratta di come stanno cambiando i piani alti. Non di insegnare ai ragazzi a fare impresa.
D. Ha mai avuto un riconoscimento dal ministero?
R.
No, da lì solo silenzio. Quando il ministro Gelmini introdusse la sua riforma soppresse l'indirizzo informatico nei tecnici economici. E io scrissi una lettera aperta e la inviai anche al ministero per dire che secondo me non era una scelta vincente.
D. Le risposero?
R.
No, dopo 20 giorni ne scrissi un'altra ancora. E alla fine l'indirizzo informatico venne ripristinato.
D. Sa che sono usciti i dati sugli italiani in fuga dal Paese: 82 mila, il numero più alto in 10 anni.
R.
Non mi stupisce. Qualche anno fa anche due miei alunni, Antonio e Gianpiero, sono venuti qualche mese dopo il diploma a dirmi che se ne sarebbero andati.
D. E lei?
R. «La vogliamo salutare», dissero. Io pensai: «Ok, il mio nuovo obiettivo è che i ragazzi che oggi sono in terza finito il diploma trovino lavoro qui».
D. Ci è riuscito?
R. Due di loro per esempio continuano il lavoro sul festival delle produzioni locali e sono entrati come nuovi soci della cooperativa.
D. Quindi creazione di posti di lavoro al Sud e senza investimenti?
R. Già. E se ci riusciamo qui...
D. È molto ottimista.
R. Io dico: facciamo qualcosa, rimbocchiamoci le maniche.
D. Secondo lei le imprese italiane sono in ritardo?
R. Direi che l'Europa intera è in ritardo, ma non è mai troppo tardi.
D. Cosa farà se vince il milione di dollari?
R.
Me l'hanno chiesto anche dalla Fondazione. In parte avrei bisogno di qualche soldo per sistemare qualche piccolo fatto privato: ho una figlia all'università e vorrei riuscire a pagarmi un mutuo per comprarmi una casa.
D. E poi?
R.
Poi vorrei poter finanziare le start up e ho in mente un altro progetto. L'ho chiamato: Never too young for (N2Y4), una formula che significa 'mai troppo giovani per'. E che vorrei scomporre in Never too young for music, Never too young for art, o for peace...
D. Cosa significa concretamente?
R.
Vorrei poter finanziare l'apertura delle scuole e attività di musica, arte, educazione al business. Un modo per tenere i ragazzi lontano dal nulla, ma anche dalla devianza.
D. Qualche altra scuola ha preso in esame le sue best practice?
R.
Qualcuno mi ha scritto, ha chiesto informazioni, ma poi non c'è stato un proseguimento.
D. Pensa che progetti come il suo dovrebbero essere riconosciuti economicamente?
R. Sarebbe più che apprezzabile, ma se sto qui ad aspettare non farei nulla. Siamo bistrattati economicamente, il riconoscimento della professione è sotto zero. Ma se lo andiamo a cercare in classe c'è eccome.
D. Vede i suoi colleghi rassegnati?
R.
Io non me la sento di dare colpe a nessuno. Penso che altri abbiano magari bisogno di un minimo di supporto. Il primissimo passo è pagarli meglio. Servirebbe anche a riposizionare la nostra figura.
D. Cioè?
R. Il professore dovrebbe tornare a essere quello che è in Cina e Corea, dove il suo ruolo centrale nella società viene riconosciuto.

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