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PROGETTO 14 Dicembre Dic 2014 1000 14 dicembre 2014

Humans of Naples, le foto dell'altra faccia di Napoli

Non solo monnezza, camorra e guai. Vincenzo, disoccupato, si scopre fotografo. E immortala 230 volti della sua città. «Le persone che incontro qui sono uniche».

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Raccontare una città attraverso i suoi volti. Niente paesaggi, ma persone.
Le storie di ciascuno dei suoi abitanti.
È l’idea di fondo del progetto Humans of New York, capostipite del genere, a metà tra la catalogazione fotografica e la ricerca antropologica.
Oggi è uno dei blog più visitati al mondo, con una pagina fan da più di 10 milioni di iscritti, migliaia di commenti su Tumblr e un libro che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo.
DA DISOCCUPATO A FOTOGRAFO. Un successo affascinante, tanto da fare scuola e da essere replicato in un altro punto del 41simo parallelo, a Napoli.
Dove un ragazzo 26enne, Vincenzo Noletto, dopo essersi ritrovato disoccupato - una storia molto simile a quella di Brandon Stanton, fondatore del progetto newyorkese - ha scoperto l’amore per la fotografia.
«NAPOLI NON È COME DICONO». «E per Napoli, la città che ho scelto. Se ne parla in modo sbagliato», ha raccontato a Lettera43.it, «chi ne parla ha la pretesa di conoscerla, ma i napoletani che incontro tutti i giorni non sono così come li raccontano».
Quindi è nato il progetto Humans of Naples, che in un anno ha raccolto i volti di oltre 230 abitanti. Il 200esimo è stato il sindaco Luigi de Magistris.

Vincenzo Noletto. (Facebook)


DOMANDA. Come è diventato fotografo, Vincenzo?
RISPOSTA. Lavoravo in una catena di rivenditori della Apple. Sono stato a Caserta, Potenza, gli ultimi due anni a Napoli. Dopo 4 anni, hanno deciso di non rinnovarmi più il contratto. È stata una doccia fredda all’improvviso. Vendevo più di tutti: non pensavo mi mandassero via.
D. E allora cosa ha fatto?
R. Non volevo tornare a casa, pesare sui miei. Avevo una casa da portare avanti. Ho deciso di staccare e concedermi un viaggio, visto che nei 4 anni di lavoro, a parte pochi giorni di ferie estive, non lo avevo fatto mai.
D. Dove è andato?
R. In Irlanda, da solo, con una macchina fotografica e un po’ di vestiti, senza mete né programmi.
D. A fare cosa?
R. Ho girato un po’ a Cork, a Dublino, ho fatto tante foto. A gennaio sono rientrato in Italia e le ho pubblicate su Flickr. Poco dopo mi ha chiamato una web tivù, Road tv Italia.
D. Cosa voleva?
R. Hanno visto i miei lavori e cercavano un fotografo. Questa è la prova che non è vero che in Italia il lavoro non c’è. Se sei bravo e riesci a distinguerti, qualcosa trovi.
D. Quindi ha trovato un lavoro?
R. Sono fotoreporter per Road tv Italia. Faccio anche video, lavoro come freelance. Praticamente faccio 8 mila cose. E nel tempo libero restauro moto d’epoca, una mia passione.
D. E Humans of Naples come è nato?
R. Io sono originario di Portici, nella provincia. Ma ho scelto Napoli come città. Quando scegli un posto in cui vivere devi esserne attratto, e io ero attratto sia dalla città che dai suoi abitanti.
D. Perché?
R. Sono unici, non esistono persone così in nessun altro posto. Se ne parla in modo sbagliato.
D. Cioè?
R. Chi parla di Napoli ha la pretesa di conoscerli, ma i napoletani che io incontro tutti i giorni non sono così. A me sta sulle palle. La munnezza - anche metaforicamente - è ovunque, ma noi veniamo ricordati solo per quello.
D. Non è tutto così?
R. Nessuno parla degli altri napoletani. Si discute solo di quella parte a cui non bisognerebbe dare spazio. Ecco, il progetto nasce per fare voce a tutti gli altri.
D. Ma ci guadagna?
R. Assolutamente no, è no profit. La scorsa estate mi hanno chiesto le foto per la campagna pubblicitaria “Io amo Napoli” e le ho donate. È il mio atto di volontariato nei confronti di Napoli. C’è chi si organizza per pulire i monumenti, io scatto foto.
D. Come sceglie i suoi soggetti?
R. Io cammino, ci sono delle facce che hanno delle storie. Le vedo e capisco che voglio raccontarle. Ci sono sguardi, espressioni che ti fanno capire che hanno qualcosa da dire.
D. C’è qualcuno che l'ha colpita più degli altri?
R. Una delle ultime che ho fotografato, Susy Cimminiello. Mi ha parlato del fratello, vittima innocente di camorra. Mi ha raccontato che la cosa più brutta che ha fatto è stata firmare l’autorizzazione dell’autopsia.
D. Cosa chiede alle persone?
R. Qual è la cosa più bella che hanno fatto nella vita, quale la più brutta. Cosa amano, e cosa odiano di più. Io pubblico solo le risposte alle 4 domande, ma loro dicono tanto altro, cose che magari non posso scrivere.
D. Perché proprio quelle domande?
R. Non te le fa nessuno, non te le fai nemmeno da solo. È una ricerca antropologica. E ogni persona mi fa venire voglia di fotografarne altre.
D. Le dicono mai di no?
R. Sì, un sacco di persone. Però in percentuale non sono tantissimi. Il punto è che se ti presenti come giornalista sei il male, come fotografo invece è diverso. Si sentono anche lusingati.
D. Cosa ha scoperto dei napoletani in questo anno?
R. Che sono come l’idea che avevo di loro. Persone a cui piace vivere, ne vedono di tutti i colori, però non si fanno mai mettere piedi in testa. Anche se non hanno gli strumenti, a volte, le difficoltà se le fumano.
D. In che senso?
R. Sono persone che non sono andate via. Studiano, combattono, lavorano, non si arrendono. Stanno riacquistando fiducia in se stessi, nel loro territorio. Non si abbattono mai.
D. Quando finirà Humans of Naples?
R. Non ha fine. Finora ho fotografato 200 persone, è una parte troppo piccola. I napoletani sono 1 milione, e io voglio un campione grosso. Mi piacerebbe averli tutti. Vediamo.
D. In quel milione ci sono anche i “malamente” a cui diceva che non bisogna dare importanza.
R. Faccio parlare anche loro. Io voglio dare un’immagine reale. Se loro sono pezzi di merda, si deve capire.
D. Dà giudizi?
R. No. Voglio dire solo la verità su Napoli. Ho scattato una foto qualche giorno fa a uno che mi ha detto “Io rubavo. Io campavo rubando. Poi ho capito che non si poteva andare avanti così, e ho smesso”.

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