MUSICA 20 Dicembre Dic 2014 1331 20 dicembre 2014

Da Bowie a Vasco, se una mostra sconfigge il tempo

In principio furono Bowie e gli Stones. Ora Zero, Vasco e chissà quanti altri. Artisti unici che si raccontano in mostre itineranti. E così restano immortali.

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Mick Jagger, che se ne intende, attribuisce la frase a Jean Cocteau: «Gli americani sono gente buffa: prima tu li sciocchi, poi loro ti mettono in un museo».
Cocteau, naturalmente, ci aveva preso. Però non fino in fondo. Fosse vissuto ancora un po', avrebbe visto che gli europei eccentrici, a forza di scioccare, di provocare, presto o tardi nel museo ci si mettono da soli; anzi, se ne fanno uno apposta.
BOWIE INDICA LA VIA. Se i Rolling Stones, per l'appunto, aprirono le danze con una “semplice” retrospettiva fotografica a Londra nell'estate del 2012, in concomitanza coi primi 50 anni della band, in autentico principio fu David Bowie: David Bowie Is è la megamostra su una vita d'artista, lanciata nel giorno di primavera del 2013 a Londra, al Victoria and Albert Museum.
Successo epocale e quindi la trasformazione in carrozzone itinerante, Parigi, Berlino, Milano, anche grazie a una trovata geniale, un docufilm che racchiude lo zeitgeist tra memorabilia, costumi, documenti inediti, spartiti di canzoni, trailer, videoclip e quanto la mente del feticista non avrebbe mai osato chiedere.
ZERO IN MOSTRA A TORINO. Neanche il tempo di registrare la tendenza, che già qualcuno in Italia prendeva nota: silenzio, sta nascendo a Roma, alla Pelanda nel cuore di Testaccio, Zero, che - cambiato quel che c'è da cambiare - è la stessa cosa: un viaggio multisensoriale nell'immaginario umano e artistico di Renato Zero, il quale, pure lui, di roba da mostrare ne ha.
E pazienza se alcuni di quei costumi erano già stati esposti in micromusei nei precedenti tour, qui tutto assume una consistenza diversa, di weltanschauung che cimelio dopo cimelio, pelle su pelle, feticcio dopo feticcio va a ricreare l'epopea di uno fra gli artisti sicuramente più coraggiosi, complicati, contraddittori che il nostro Paese abbia mai avuto. Mostra, questa, che doveva reggere lo spazio di un mese ma è già stata prorogata, ancor prima di aprire, almeno fino a marzo 2015.
E VASCO A ROMA. Neanche il tempo di prendere atto della situazione, che a Torino qualcuno si diceva: «A' Renà: e io ti frego, esco prima con la mia di mostra».
Detto fatto: Vasco da Guardare, e quale Vasco può essere se non il Rossi nazionale? Detta anche “Vasco FotoLive”, occupa 1.700 metriquadri nel quinto padiglione di Torino Esposizioni, nel cuore del Valentino, e propone ogni genere di segreto, di anfratto, di retroscena, di retrospettiva per immagini, suoni, elementi sensoriali dell'ex sballato divenuto il Blasco, il Komandante e ormai assurto a eternità. Fino al 18 gennaio prossimo, ma poi chissà.

La tendenza: passare all'incasso di una vita fuori dalle regole

Lecito aspettarsi nuove emulazioni, a catena, perché la tendenza è questa: passare all'incasso di una vita spesa, almeno fino a un certo limite, fuori da convenzioni, regole apparecchiate, direttive precotte. Poi, un giorno, viene il giorno di mettersi in un museo: 'Avete visto cosa sono stato capace di fare'.
Operazione ambigua, perché va a rispolverare il mito di un artista che non esiste più nella misura in cui le circostanze, gli stravizi, i pericoli, la saggezza più o meno raggiunta, lo hanno cambiato. Sono evocazioni di fantasmi da parte di chi li ha appesi a un gancio della memoria e li ritira fuori alla bisogna, come a dire: «Prendetemi per quello che sono adesso, però sognando quello che, nietzschianamente, sono arrivato a essere allora».
IL PRIMO PENSIERO È QUELLO MALIGNO. Certo, a tutta prima forte è la tentazione della malignità: «È questo il modo di far soldi facili campando di rendita?». Poi però ci torni sopra e sospetti che non sia tutto lì, che ci sia una cifra più sottile sotto questi mausolei di autoreferenzialità, esempi di passato dissodato a forza di rivangarlo. Perché dunque simili carnevali di ricordi, più o meno inediti, più o meno privati fin qui?
Il profumo del successo, il suo clamore, non bastano mai e simili iniziative servono a porre un'ipoteca sul futuro: neppure tanto a buon mercato perché tra ingressi, libri a corredo, gadget, sono biglietti da 100 euro che partono.
UN'EPOPEA LONTANA DAL COMUNE. Ma sarebbe ingeneroso liquidare tutto con la bramosia di incassi (anche se, vedi caso, le mostre si spalancano sotto Natale). Forse quello che preme davvero, che iniziative del genere dovrebbero colmare, non è tanto chi si fu in quel passato, ma precisamente il passato.
Un'epopea che questi artisti vissero diversamente dai comuni mortali in quel gran casino dove tutto si mescolava con tutto: canzoni, dischi, tour, vita, carriera, sogni, incubi, incontri, polemiche, avventure d'ogni genere (a volte transgenere).

Milioni di fan restano abbracciati a quella magia

A quella magia restano abbarbicati milioni di fan, comprimari di quel periodo che, ciascuno nel suo ruolo, si declinava insieme: era l'artista a rendere unico quel tempo, ma era quel tempo a rendere unico quell'artista e a impregnare di sé gli ammiratori.
Una congiunzione di passaggi, il cortocircuito tra le residue ingenuità-crudeltà consumistiche e gli albori della globalizzazione.
Loro s'infilarono nella crepa del presente con i costumi, i personaggi ambigui, la trasgressione, l'aspetto inquietante, le scelte esistenziali discutibili. Bruciandosi la stagione migliore. Ed è quella che chiama dentro e non smette.
«IO SONO ANCORA VIVO». Per tantissimi mettere su quei dischi, che hanno dentro il sapore della città, delle stagioni, di un sole mai più visto, vuol dire rimpiangere qualcosa d'incredibile, violento e struggente. Se noi tutti abbiamo una nostalgia di rasoio per quel tempo troppo enorme, figuriamoci loro.
Vite parallele di chi - ciascuno a suo modo - ha cavalcato la tigre, non è stato ai patti, si è divorato, è sopravvissuto, discretamente dissociato da se stesso e oramai amministra un carisma, rileggendosi alla luce di saggezze sospette e anche un po' sfrontate. Come in una cattedrale gotica, il gioco dei pieni e vuoti di queste mostre è straziante. I pieni sono le esplosioni roboanti, i trionfi. I vuoti stanno dentro, sono i boati che quelle esplosioni non colmano. Come a dire: «Sono ancora vivo, lo capite o no?».
ARTISTI CHE HANNO SCONFITTO IL TEMPO. E si cerca di far tornare ciò che non può tornare, a cominciare dai conti, perché mettere d'accordo gli anni sbagliati con quelli della saggezza non è un'algebra. Si rischia di scoprire una tragica controprova: gli anni giusti, saggi erano quelli pazzi, buttati via, questa è solo paura o forse rimorso o appena la noia.
E adesso la mostra è per domandarsi, quanto è rimasto: 10 anni, 20, e non passeranno mai e passeranno nel tempo di una foglia che cade e sarà solo un prendere tempo per un perdere tempo. Ma loro hanno sconfitto il tempo, dureranno oltre se stessi, i loro bagliori e gli abbagli, la sincerità e la finzione. Disse ancora Cocteau: «Io sono una menzogna che dice la verità».

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