BILANCIO 31 Dicembre Dic 2014 0944 31 dicembre 2014

Musica, un 2014 da «Ritorno al futuro»

La rinascita di soul e funky. L'exploit del folk. Ma nessuna nuova tendenza. L'anno musicale ai raggi X. Tra primati scandalosi e dolorose dipartite.

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A fine anno viene sempre irresistibile l'impulso di tracciare i bilanci, e i bilanci, nelle espressioni artistiche, sono fatti di nomi. Ma se si parlasse invece di tendenze? E la tendenza, nel 2014 che si chiude, è: nessuna tendenza.
Niente di nuovo all'orizzonte, a meno di non voler considerare tale la fuffa dell'Edm, che infine è una degenerazione algoritmica, e degli apprendisti stregoni, da Guetta a Calvin Harris, che saccheggiano stilemi, trafficano con le consolle, con i computer, ma insomma la musica è altro e altrove.
Niente di nuovo tuttavia non significa necessariamente “di nuovo niente”: se si torna a parlare di arte, allora c'è un eterno ritorno dei generi, tra i quali svettano quelli canonici.

IL RITORNO DI GOSPEL E FUNKY. D'Angelo torna in coda d'anno a dare segni del suo controverso talento con un disco di neosoul, Black Messiah, dal quale sarà difficile prescindere, ma è il soul vero, storico, a tornare prepotente con nomi dimenticati che a volte colgono il successo dopo decenni di onesto lavoro nel sottoclou, si veda alle voci Lee Fields, Charles Bradley.
Ma si segnala anche una “mama” come Naomi Shelton, che parte dal gospel e al gospel ritorna, un altro ritorno, quello tutto patinato, di Candi Staton, e poi ancora le epifanie di Neneh Cherry, MeShell Ndegeocello.
Si citano autori per tracciare stili, non il contrario, e l'altro genere che non vuole spegnersi, che rimanda fiammate di torride decadi passate, è il funky, da quello indurito, aggressivo, della Budos Band all'irresistibile citazionismo dei Third Coast Kings.
L'EVOLUZIONE DELLO 'SCANDALOSO'. Volutamente si economizza, facendo pochi nomi e poco noti, per inseguire direttrici sonore e distaccarsi dal deserto tendenziale che ha visto imporsi l'immagine a tout prix di una Miley Cyrus, sorta di parodia Disney virata all'osceno e per favore non si dica che i suoi strusciamenti di natiche scandalizzano oggi come il centrifugare di bacino di Elvis negli Anni 50: è talmente sfondata, più che infondata, una simile obiezione, che diventa difficile perfino confutarla scomodando la straordinaria complessità del contesto storico rispetto alla desolazione attuale, della quale, ecco, sì, una Cyrus può a buon diritto sentirsi rappresentativa.
Fermo restando che la musica popolare, in tutte le sue accezioni, si è sempre retta sull'ambiguo miracolo che ogni volta si rinnova tra ambizioni socioculturali e ombra lunga del capitalismo che le rendeva possibili, eventualmente annacquandole: successe per ogni stilema, inclusi i generi black del rhythm and blues, del soul, che solo l'economia di mercato, la sovrastruttura promozionale, poterono fare esplodere fino a coinvolgere significati altri.

Il rock attende (invano?) il prossimo ritorno al futuro

Ma in questo rachitico ologramma si rispecchia solo una fame di fama e di ricchezza senz'altre implicazioni, la stessa che ha inghiottito il movimento rap e hip hop in America (delle pantomine italiane non mette conto parlare), e che ha indotto una Lady Gaga ormai fuori controllo a ripensarsi, cercando strade antiche nella collaborazione con il vegliardo Tony Bennett. Perché sempre si ritorna alle radici, e questo vale anche per chi le radici non le ha mai avute.
Il rock, comunque, tenuto conto delle riletture dei tanti Jack White, appare ancora in stand by, in attesa, forse irreversibile, di una prossima esplosione, di un nuovo botto che pare problematico escogitare, non fosse altro perchè il rock, in tutti i suoi sottogeneri, sembra ormai avere prosciugato ogni ritorno al futuro.
L'EXPLOIT DEL FOLK. Se è vero che uno dei dischi più belli, più intensi, più mirabili dell'anno resta Croz, del 73enne sopravvissuto a stento David Corsby, qualcosa vorrà dire così come qualcosa deve pur significare la torrenziale proposta di musica folk, in dilatata accezione, che è parsa superare in quantità quella dello stesso rock, con risultati a volte velleitari, altrimenti interessanti come la complessa nuova prova di Damien Rice.
I dinosauri, comunque, sembrano resistere alle ascese di successori che smaniano, ma accusano un abisso di carisma e spessore: una vegliarda come Lucinda Williams mette tutti a tacere con un doppio, Down When The Spirit Meets The Bone, che è un trionfo di gusto e chitarre vintage.

L'ITALIA SI AGGRAPPA AI PAOLO CONTE. L'Italia? Qui i veli pietosi non bastano. Certo, qualche conferma d'autore, dall'ultra 70enne Paolo Conte a una ottima Cristina Donà, insieme con la definitiva consacrazione attesa di Brunori. Ma lo stato dell'arte è poco incoraggiante e non vale scomodare nomi prediletti, gioco antico e cubista. La sostanza tradisce la spregiudicata rassegnazione della trafelata corsa agli spettacolini televisivi, ai talent che sono l'esatto contrario del talento.
E, mentre negli Usa si annuncia il nuovo album di un Bob Dylan ormai oltre il tempo (anticipato da una cover di Sinatra), da noi è la consueta, rassicurante bagarre di giovani vecchi, quando non di emeriti sconosciuti al plasma, per entrare a Sanremo in compagnia di vecchi giovani, a osannare la memoria di Albano & Romina, a incarnare filastrocchette assemblate da un Kekko dei Modà.
QUELLE VOCI PERDUTE PER SEMPRE. C'è qualcosa di davvero sfinito in questa corsa verso il nulla da nuove proposte nate già usate, abusate, straraccomandate nel più puro costume nazionale, una decadenza che, a constatarla, sgomenta.
Mentre rattrista l'assenza dell'immenso Joe Cocker, che cantava come il Paradiso e l'Inferno messi insieme, andato a raggiungere nel cielo degli artisti Tommy Ramone, Paco de Lucia, Freak Antoni, Francesco di Giacomo, Mango, uno che negli Anni 80 avrebbe fatto la felicità di Nile Rodgers (anche lui in rampa di rilancio).
Non sono solo voci che si spengono. Sono testimonianze di un tempo non liquido, non orizzontale ma concreto duro e orgoglioso, dove l'impossibile diventava vero e l'entusiasmo sgretolava muri. Era Jerico, altro che l'ambizione dei pupazzi.

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