MUSICA 5 Gennaio Gen 2015 1141 05 gennaio 2015

Pino Daniele, una carriera dai due volti

Prima l'esplosione sulle note del funky. Poi la controversa virata commerciale. Sullo sfondo il rapporto conflittuale con Napoli. Addio al cantautore. Foto.

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Dice che un pezzo del suo cuore aveva smesso di funzionare quando si era fermato quello di Massimo Troisi. Due artisti, un'anima sola, una città.
E certe voci solo a Napoli possono nascere, solo da lì possono salire, fuggire per tornare sempre.
Pino Daniele amava Napoli, ma con l'amore disilluso e amaro che nutre chi non si chiude gli occhi, velato di malinconia per l'ineluttabilità. E si è arreso a Roma, il cuore suo, già malandato da tempo, gemello di Troisi. Si è spento una notte all'inizio di gennaio, mentre i 60 anni già si affacciavano.
LE REUNION CON I PIRATI DEL SAX. Coi suoi by-pass, Pino Daniele si era rimesso a suonare parecchio in giro; forse troppo. Da mesi aveva rimesso insieme quel prodigio partito dall'incredibile combo di Napoli Centrale, che poi aveva illuminato il suo capolavoro, Nero a metà, ripubblicato l'estate scorsa in versione arricchita.
Ancora tutti loro, il nero del sax, James Senese, Gigi De Rienzo, Agostino Marangolo, Ernesto Vitolo, Rosario Jermano, Tony Esposito, Joe Amoruso, anche Tullio De Piscopo, ripresentatosi su un palco per questa avventura dopo avere sconfitto miracolosamente un tumore al fegato all'ultimo stadio.

UN TRIONFO DIETRO L'ALTRO. Vecchi pirati di un'epopea irripetibile, imbiancati, segnati, ma ancora pieni di musica da spremere. E sono piovuti un sacco di concerti, la scorsa estate e sino a fine anno, tutti trionfali, e il 2015 si annunciava pieno di nuove date, di iniziative.
L'abbiamo visto, in forma, con la sua chitarra suonata alta sul petto, alla maniera dei bluesmen, anche nell'atroce programma di fine anno, sulla Rai, e davvero pareva assurdo vedere Pino in quell'incubo fantozziano. Ma le vie del Signore sono finite, e quelle del Dio dei dischi pure. Lui lo sapeva, come tanti altri grossi calibri di un passato recente era anche tornato alla dimensione autoproduttiva, fondando una sua etichetta, Blue Drag.
NELL'OLIMPO DEI CHITARRISTI. Suonava tanto, da alcuni anni in qua, Pino Daniele, suonava forse troppo. Nelle clip che spesso pubblicava sulla sua pagina Facebook appariva a volte stanco, ma felice. Appagato. Sapeva che non avrebbe più venduto come un tempo, sapeva anche che la creatività migliore se n'era andata: «Oggi non potrei più scrivere cose come Napule è, avevo 18 anni». Ma non voleva «arrendersi, fare come Ivano (Fossati, nda), che pure capisco al mille per cento».
Voleva esserci e aveva capito che l'unica strada era la strada, era il palco, restare in tour, amministrare se stesso, ancorato a una carriera meravigliosa in cui ha suonato con stelline, troppe, ma pure con giganti quali Chick Corea, Eric Clapton, Pat Metheny, Mel Collins e tanti altri. Come musicista, come chitarrista, era uno dei più quotati d'Europa.

Il periodo d'oro tra gli Anni 70 e gli Anni 80

In mezzo, un percorso che quest'anno avrebbe girato la boa dei 40 anni, ridefinendo i lineamenti di un suono diventato Neapolitan Power, un calderone ribollente di tradizione – Roberto Murolo il suo mentore - compromessa col blues, il jazz, soprattutto un funky torrido, nero a metà ma anche qualcosa di più.
Fioccarono allora album meravigliosi, i primi quattro, Terra Mia, l'omonimo Pino Daniele, Nero a metà appunto e Vai Mo' a cavallo tra i 70 e gli 80.
LO SPOSTAMENTO VERSO ATMOSFERE WORLD. Poi, con la consacrazione, il graduale spostamento verso atmosfere world, anche una commercializzazione discussa, con quello Scarrafone che nient'altro era se non un omaggio all'immenso Renato Carosone de 'O Sarracino. Ma fu azzannato per questo.
Furono proprio i problemi di salute, cardiaci, a rallentarne la corsa all'inizio degli Anni 90, quando Daniele si era già affermato anche come autore di colonne sonore per il cinema, regolarmente per pellicole che trattavano della sua città.

BRANI CHE ARRIVANO DRITTI AL CUORE. L'ultimo colpo nel 2012, con la raccolta di inediti La Grande Madre, che tornava a un livello compositivo di tutto rispetto amalgamando nel modo più felice da tanti anni le molteplici influenze della sua musica. Con dentro almeno un paio di potenziali grandi classici, Melodramma, scritta con Gianluca Podio, e Le Scarpe, che inseguiva influenze alla Procol Harum.
Ma non sono più tempi di hit e queste gemme vanno scovate per metterle nel piccolo grande Pantheon di questo autore insieme con momenti meravigliosi come Napule è, Chi tene 'o Mare, Terra Mia, Maggio se ne va, Acqua 'e rose, Viento, Sulo pe' parlà, Quanno chiove.
Sono questi, più dei successoni alla Je so' Pazzo, 'O Scarrafone, Che Dio ti benedica, a parlare per lui. Brani pieni di sole, e di sale, e di mare, che parlavano un napoletano universale e arrivavano dritto al cuore, lacerandolo, distruggendolo. Ma quello di Pino, che batteva per ogni nota, era troppo stanco.
UNA LINGUA MUSICALE TUTTA SUA. A risentirle adesso, queste canzoni, viene addosso una tristezza dolce e invincibile che forse solo chi è salito da Napoli può capire, una saudade inzuppata nel sole, nel casino e nelle contraddizioni; gli altri possono solo intuirla. Ma non per questo è meno meravigliosa.
Perché Pino Daniele ha proprio lasciato meraviglie, in una lingua musicale tutta sua.
Ascoltarle adesso, pensare a quel grande cuore andato a raggiungere il suo amico Massimo, fa venire voglia di andare a Napoli per mimetizzarsi col male che si ha dentro, e che non passa. Anche se si fugge via da tutto, ci si disperde come una carta sporca.

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