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FACCIAMOCI SENTIRE 12 Gennaio Gen 2015 1137 12 gennaio 2015

Ekberg, Rosi, Daniele: sicuri che abbiano davvero reso grande il nostro Paese?

Le frasi fatte su cantanti, attrici, registi ci allontanano dalla realtà.

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Negli ultimi giorni tre diversi lutti hanno colpito il mondo dello spettacolo nel nostro Paese: il regista Francesco Rosi, il cantante Pino Daniele e l’attrice Anita Ekberg, “musa” felliniana del film La dolce vita. Quest’ultima era di nazionalità svedese, ma italiana di adozione avendo trascorso quasi tutta la sua vita nel nostro Paese.
Ognuno di loro, o le opere che hanno realizzato, hanno rappresentato (direttamente o indirettamente) un pezzo della storia d’Italia.
Vorrei quindi provare a dare una chiave di lettura, non necessariamente condivisibile, rispetto a quanto i media hanno riportato dopo la loro morte.
Commemorando la Ekberg, i giornali e le televisioni enfatizzano infatti oggi gli Anni 60, il miracolo economico e rappresentano il film La dolce vita come icona della vita allegra e spensierata di allora.
LA REALTÀ SI DIFFERENZIA DALL'ARTE Non solo quelli della mia generazione e non solo in Italia, ricordano la celebre frase pronunciata dalla diva felliniana - «Marcello, come here» - che invitava Mastroianni a entrare nella fontana di Trevi dove la giunonica attrice si stava bagnando vestita.
Era l’immagine di una raggiunta serenità e di un benessere economico atteso dopo la ricostruzione post bellica: proprio una Dolce Vita.
Ma era realmente così per la maggioranza della popolazione o solo per delle élite concentrate nelle grandi città?
Gente più qualificata di me può certamente dare una risposta più compiuta. Io mi limito alla mia esperienza personale.
Sono nato a Tarquinia, storica (per via degli Etruschi) cittadina in provincia di Viterbo. Negli Anni 60 l’economia locale era basata sull’agricoltura e pur considerando la riforma fondiaria del 1956, esisteva ancora il “caporalato” e trovare una giornata di lavoro non era certamente facilissimo.
La mattina gli uomini uscivano con il 'tascapane', una sorta di borsetta di tela di massaua blu con dentro il frugale pranzo della giornata che spesso però veniva consumato a casa perché non si era trovato lavoro per la giornata. Le donne andavano a fare la spesa “segnando” (quindi a credito), con la speranza di poter estinguere il debito appena possibile.
Certo anche a Tarquinia c’era una élite di famiglie che avendo grandi proprietà non aveva di questi problemi.
Ritorneremo però più tardi su quanto «la dolce vita fosse diffusa».
LA NAPOLI DI ROSI COZZA CON LA ROMA DI FELLINI. Un altro grande protagonista che ci ha lasciati è Francesco Rosi. È stato il regista che ha inaugurato il filone dei film-inchiesta. Nel 1963 (quindi tre anni dopo il film La dolce vita di Fellini, che era uscito nel 1960) diresse Rod Steiger ne Le mani sulla città, nel quale denunciava (all’epoca con grande coraggio) le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli.
Allora delle due cose, una: o anche nella Napoli di fine Anni 50 e inizio Anni 60 si poteva parlare di “dolce vita”, ma a questo punto non riguardava la maggioranza della popolazione come Rosi ha dimostrato nel film, oppure, assumendo che la situazione della Napoli di allora presentasse un benessere così diffuso, diventerebbe automatico dire che avrebbe comunque le sue radici «nelle collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli», il che non mi darebbe comunque l’idea di una vita molto dolce.
C’è una terza ipotesi: che Rosi si sia inventato tutto solo allo scopo di realizzare un film d’inchiesta, ma mi sembra da non prendere in considerazione sia perché non è così sia perché basta guardare lo sviluppo urbanistico della città partenopea per porsi almeno qualche domanda.
Poiché il grande Pino Daniele era della generazione successiva a quella della Ekberg e di Rosi, quanto scritto/detto dai media a seguito del suo decesso aiuta ad andare avanti in questo parallelismo tra la realtà del momento e quella costruita a posteriori attraverso riferimenti musicali o cinematografici.
Molti hanno detto che insieme a Troisi, Pino Daniele aveva fatto grande Napoli negli Anni 80.
Premesso che sto parlando di due grandissimi artisti che sono riusciti ad emergere in un contesto difficile come quello partenopeo, cosa significa aver fatto grande Napoli?
Ha (hanno) risolto il problema dell’atavica mancanza di lavoro, del traffico infernale, della malavita etc.?
Certo che non spetta a Pino Daniele (o a Massimo Troisi) risolvere questi problemi: ci mancherebbe altro che sostenessi questo.
RENDERE GRANDE UN PAESE NON SPETTA AGLI ARTISTI. Ma chi ha utilizzato la propria popolarità per contribuire a risolverli? Premesso che della propria vita privata ognuno fa quello che vuole, sembrerebbe che Pino Daniele abitasse in Toscana (quindi lontano dalla sua Napoli) e certamente non entro nel merito di quanto accaduto dopo la sua morte per l’organizzazione della camera ardente e del suo funerale.
Quello che in questa sede mi preme sottolineare è che per «fare grande Napoli», almeno nel significato che personalmente io do a questa espressione, è diverso dal successo personale che una qualunque persona possa avere.
Non credo che si possa dire che Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Vittorio Gasmann, Ugo Tognazzi, Anna Magnani, Virna Lisi etc. abbiano fatto grande Roma.
Sono stati tutti dei grandissimi protagonisti del cinema italiano (e non solo italiano) ma per fare grande una città occorre una dedizione, un altruismo e una assunzione di responsabilità non sempre così evidenti nei personaggi di successo.
Spesso le stesse persone ricevono dal loro pubblico molto di più di quanto loro abbiano fatto. Chissà se un giorno qualcuno dirà che il reddito è più distribuito oggi che negli Anni 60 o che Napoli sia diventata grande avendo realmente risolto i propri problemi, magari rischiando di far emergere qualche artista in meno.

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