VIGNETTE 13 Gennaio Gen 2015 1142 13 gennaio 2015

Islam, lo stato della satira nel mondo musulmano

L'egiziano Sabry sfida la censura sulla Rete. In Turchia Kart ha battuto Erdogan. La Siria spaccò le mani ad Ali Farzat. Così gli arabi prendono in giro il potere.

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La satira non si è fermata in Francia, dove mercoledì 14 gennaio è in uscita il nuovo numero della rivista Charlie Hebdo, nonostante l’attacco terroristico che ha tolto la vita a 12 tra giornalisti e fumettisti, le cui vignette sono state tacciate di mancato rispetto verso la religione islamica.
L'Occidente non ha abbassato la testa. Ma che aspetto ha la satira in Egitto, Siria, Turchia, Pakistan, Iran, Libano e Iraq?
Lo hanno raccontato gli inviati del quotidiano inglese The Guardian: si fa sempre più anonima, si sposta online ma è ancora viva e forte, nonostante il terrore, nonostante i divieti.
NO WOMAN, NO DRIVE. Se vignette che ritraggono il profeta Maometto sono da considerarsi impensabili, questi Paesi non mancano affatto di figure satiriche che prendono in giro autocrati e jihadisti: si va dal video satirico 'No Woman, No drive', dove la popolare canzone di Bob Marley è diventata mezzo di presa in giro del divieto per le donne di guidare l’automobile in Arabia Saudita, fino all’umorismo dell’Iraq nientemeno che contro lo Stato Islamico (Isis).

BAGHDADI SFOTTUTO. Se l’Iraq, a sorpresa, è forse uno dei Paesi musulmani in cui la satira è più forte, è proprio l’auto proclamato califfo dell’Isis, Abu Bakr-al-Baghdadi, a essere il personaggio più preso di mira dell’odierna satira a targa islamica.
Basta pensare al fumetto di Karl Sharro, satirista libanese oggi a Londra, che ritrae Baghdadi in una sua improbabile seduta dallo psichiatra: il califfo non sa quale altro atto di terrore inventarsi, né dove trovare ispirazione, perché non c’è nessun manuale su come fare terrorismo, dice.
Lo psichiatra gli suggerisce allora di provare a cercare su Google.
LINEA ROSSA DELLA CENSURA. Il trucco, in questi Paesi più che in altri, è stare dentro alla linea rossa disegnata dalla censura governativa; limitazioni che hanno incoraggiato i satiristi alla creatività, all’inventarsi nuovi modi per fare satira nonostante l’Isis, l’estremismo e il terrore delle punizioni.

Egitto: Sabry lavora in Rete sulle orme di Youssef

Bassem Youssef.

«Se andassi in televisione mi obbligherebbero a fermarmi. Per questo mi sposto su internet».
Sono le parole di Wageeh Sabry, satirista egiziano.
Sabry, come gli altri suoi colleghi, deve tutto a Bassem Youssef, il più grande satirista moderno d’Egitto.
Tra il 2011 e il 2013 l’ex chirurgo è diventato il manifesto della primavera araba egiziana, grazie a uno show di satira politica trasmesso prima via YouTube e poi davanti a 30 milioni di spettatori in televisione.
IN GALERA SOTTO MORSI. Il conto da pagare di Youssef è stata la prigione sotto il governo Morsi, con l’accusa di insultare sia il presidente sia l’Islam in generale.
Youssef, in realtà, è un devoto islamico e non ha mai voluto apertamente criticare la propria religione: «Io attacco le persone che usano la religione dandole un brutto nome», ha dichiarato al Guardian.
IL RIFUGIO? SUI SOCIAL. Con il presidente ad interim Adly Mansour e poi il presidente al-Sisi, Youssef è stato costretto a chiudere il proprio programma televisivo, lasciando spazio a una nuova e giovane generazione di vignettisti e scrittori che hanno trovato rifugio sui social media. Tra cui Sabry, che diffonde via internet le sue scenette surreali di vita egiziana.

Turchia: Erdogan il gattino battuto dalla satira

Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan.

Storia simbolo della satira turca è quella di Musa Kart, accusato di diffamazione contro il primo ministro Tayyp Erdogan: nel 2005 lo aveva ritratto come un gatto incastrato in un gomitolo di lana.
Sebbene Kart sia stato poi scagionato dalle accuse, non si può dire che la satira abbia avuto la meglio in Turchia, Paese che si è classificato 154esimo su 175 nella classifica sulla liberta di stampa.
IL SIMBOLO È PENGUEN. Se la rivista turca satirica per antonomasia è stata Gırgır, magazine aperto negli Anni 70 dal satirista Oğuz Aral, oggi è il giornale Penguen a essere al top: fondato nel 2002 dai vignettisti Metin Üstündag, Selçuk Erdem, Bahadır Baruter e Erdil Yaşaroğlu, è diventato uno dei simboli delle proteste di Gezi park nel 2013. Non senza problemi di sopravvivenza.
Nel 2011 Penguen è finito nei pasticci a causa della comparsa di un murales su una moschea turca col messaggio “Dio non esiste, la religione è una bugia”.
MINACCE SU TWITTER. Nonostante l’autore - Bahadır Baruter, uno dei collaboratori della rivista - abbia poi definito il murales un atto individuale, distaccato dal giornale, e si sia scusato, il problema della libertà di espressione resta.
Tanto che proprio dopo l’attentato a Charlie Hebdo lo scrittore estremista Abrahim Yörük ha twittato una minaccia alla rivista Penguen: «Guardate, è meglio non divertirsi alle spalle del credo delle persone, @penguendergi presta attenzione».

Siria: Ali Farzat, vignettista a cui ruppero le mani

L'uomo è stato poi soccorso e trovato con una frattura al cranio e le dita rotte. Di recente Ferzat aveva disegnato uno sketch in cui il raìs libico Gheddafi in fuga si ferma a dare un passaggio al presidente siriano Bashar Al-Assad che fa autostop lungo la strada.

Nonostante la popolarità della satira in Siria, esporsi troppo porta inevitabilmente a essere puniti “dall’alto”.
La situazione è peggiorata dopo gli ultimi tre anni, in cui il Paese è diventato campo aperto di guerra interna.
ASSAD GALOPPINO. Lo sa bene Ali Farzat, vignettista di fama internazionale che in passato era solito prendere in giro il presidente siriano Bashar al-Assad: nel 2011, dopo avere ritratto Assad sudato e affaticato mentre trasportava la valigia del dittatore libico Muammar Gaddafi, Farzat è stato attaccato alla guida della sua macchina.
Tirato fuori di peso dal veicolo, si è ritrovato con entrambe le mani rotte.
UN CANTANTE TROVATO MORTO. Non se l’è vista meglio nello stesso periodo Ibrahim Qashoush, noto per le sue canzoni anti-regime, ritrovato morto e senza corde vocali.

Pakistan: vietato parlare di religione o esercito

Una giovane pakistana a Islamabad.

La tradizione satirica pakistana è lunga ed elaborata, a partire dalla letteratura Urdu e i suoi capi satiristi, Akbar Allah Abadi, Ibne Insha, Mushtaq Yusufi; per non parlare dei Bhaands, performer tradizionali che intrattengono le folle con monologhi dal tagliente commento politico, o dei mimi che sono tutt’oggi delle star televisive.
TRE DIVERSI PROGRAMMI. In Pakistan ci sono tre diversi programmi tivù satirici, rispettivamente nei tre canali più popolari del Paese.
Anche qui però l’unica satira permessa è quella che non tocca temi religiosi o l’esercito.
Solo in internet i satiristi pakistani osano schierarsi contro questi due temi tabù, ma lo fanno spesso anonimamente, come nel caso del noto account Twitter Majorly Profound.

Iran: Neyestani rifugiato a Parigi dopo le aggressioni

Il Grande ayatollah della Repubblica islamica dell'Iran, Ali Khamenei.

Una delle riviste satiriche più celebrate in Iran è stata per anni Gol Agha, battezzata dal nome d’arte del famoso satirista Kioumars Saberi Foumani, che ha fondato il giornale nel 1990.
Dopo anni di splendore e di efficaci prese in giro della classe politica, Gol Agha è ora sul viale del tramonto, in particolare per l’inasprirsi delle linee rosse da non superare in tema di satira.
MEGLIO ONLINE E ANONIMI. Anche qui ridicolizzare religioni o il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei è strettamente proibito, e così la satira si è spostata sempre più su internet rifugiandosi dietro l'anonimato; in particolare dopo il caso del vignettista Mana Neyestani, vittima di un’aggressione di Stato nel 2006 per avere disegnato vignette che sfottevano la minoranza etnica Azeri.
Neyestani si trova ora a Parigi e ha anche pubblicato sulle pagine di Charlie Hebdo.

Libano: più tolleranza qui che nel resto del mondo arabo

Anche se in Libano c’è più spazio per la satira (ogni canale televisivo ha il suo programma di satira politica) le critiche dirette all’Islam sono proibite.

Iraq: la satira è tornata in forze nella sfida all'Isis

Il califfo Abu Bakr al Baghdadi.

La satira è sempre più forte in Stati e periodi storici in cui l’oppressione dei regimi si fa insostenibile.
Dall’avvento dell’Isis, la satira in Iraq ha raggiunto un nuovo fulgore.
Tanto che, ha scritto il Guardian, la televisione di Stato ha speso 750 mila dollari per girare una serie che prende di mira apertamente il gruppo terroristico.
L’umorismo irriverente è presente anche sui social media, così come aperte critiche al governo.
PROMESSI NUOVI CONTROLLI. Nonostante il nuovo primo ministro Haidar al-Habadi abbia promesso a mezza voce di intensificare i controlli, l’Iraq, Paese in cui le parole distruzione e ricostruzione hanno un significato diverso da qualsiasi altro Stato del mondo, può forse considerarsi l’esempio odierno più forte del potere della satira: non importa quanto un popolo possa sentirsi impaurito o oppresso, allargando e modellando i propri limiti, la satira riesce a sopravvivere. Sempre.

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