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MUSICA 27 Gennaio Gen 2015 1659 27 gennaio 2015

Belle & Sebastian, la critica in tutta la sua ipocrisia

Elogiavano i B&S perché «alternativi». Oggi ne celebrano l'impronta Anni 80, allora bistrattata. Sulla band scozzese la critica mostra il peggio di se stessa.

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I Belle and Sebastian si sono formati a Glasgow nel 1996.

Si può esaltare qualcuno se combina qualcosa che in altri tempi avremmo criticato? Pratica consolidata, in politica si chiama trasformismo, altrove cerchiobottismo, per qualcuno paragurismo, ma insomma cosa scrivere adesso di questo ritorno dei Belle and Sebastian, 20 anni fa profeti della insostenibile leggerezza dell'esser morbosetti, oggi rinnegata in chiave retrologica?
Perché questo è. I Belle and Sebastian, due decadi fa col loro indie pop slavato, albionico, si prendevano snobisticamente gioco di tutto ciò che fosse lontanamente mainstream; oggi, una vita dopo, perché 20 anni nello show business valgono una parabola esistenziale, rieccoli qua, a un lustro dall'ultima prova. E cosa fanno? Un album discomusic.

CRITICA INSICURA E AL PASSO CON LE MODE. Lungo, lunghissimo nella Japan edition che poi sarebbe la deluxe, con diversi brani in più. Pare uno sberleffo, uno schiaffo a chi all'epoca li incensò; e però li incensa ancora oggi, con ragioni uguali e contrarie, perchè poi la critica musicale, non solo in Italia, è insicura, ha il complesso dello snob, va con le mode specie quando finge di andare contromoda.
A che gioco stanno giocando, tutti? A quello di Pulcinella, che pazziando voleva essere serio?
Ma qui la serietà s'infila nella futile disco, con tutto l'armamentario del caso, con l'insostenibile pesantezza del cantar leggero e se fra un girare e l'altro di mirrorball e lucette stroboscopiche, tra fantasmi di Donna Summer, Chic, volendo perfino Cerrone, affiorano i Belle and Sebastian, proprio loro, ebbene ancheggiando verso il finale spuntano perfino gli Abba, e senza paura, in Play for Today e nella seguente The Book of You.

QUELLE NOSTALGIE PET SHOP BOYS. Subito, d'amblée, con tracotanza, nell'inizio di Nobody's Empire, che pure canta di difficili problemi personali, proseguendo per divagazioni su terreni danzerecci sempre più insidiosi via che scorrono Allie, The Party Line, l'indisponente sottofondo da boutique in saldo di The Power of Three, quindi la pausa di The Cat With The Cream, ortodossa fin dal titolo.
Ma poi la electrodance di Enter Sylvia Plath è peggio del peggio con le sue nostalgie Pet Shop Boys, fino all'esotismo poliritmico di The Everlasting Muse, all'ambiguità di Perfect Couples, che sotto la patina dance nasconde il synth pop/new wave di Enola Gay degli Omd, a un'altra stilla di classicismo B&S, Ever Had a Little Faith, ai due episodi “en plein Abba” appena nominati, all'epica foschia di Today, al retrorock di Born to Act, dove a qualcuno non dispiacerà intercettare sapori del primissimo Bowie, forse dati dall'orchestra.
E ancora al britpop prima del britpop di Two Birds, fra Talk Talk, Alphaville e magari Wham!, mentre Piggy in The Middle retrocede addirittura ai Sixties in grigiofumo e il finale di A Politician's Silence è un pop veloce e drammatico che ancora volta riporta i Belle and Sebastian che si conoscevano, come se gli 80 minuti appena trascorsi fossero stati una lunga canzonatura.

L'arte dell'«avevamo ragione ad avere torto»

D'accordo, i Belle and Sebastian possono fare gli Abba (quasi) meglio degli Abba: e adesso che lo sappiamo? Non è vagamente patetico, nella sua anima blasé, scomodare l'antimilitarismo in una cornice simile, oppure ostentare disprezzo di Beyoncé mentre, di fatto, si retrocede a ciò che la originò?
Questo disco pare fatto apposta per prendersi gioco della critica fighetta, mica solo nostrana, che ieri si sdilinquiva per i B&S “alternativi” e oggi si scioglie per un citazionismo di nomi considerati a suo tempo da fucilazione. Troppo comodo, questo “riscoprire” sempre tutto. La solita vecchia storia dell'«avevamo ragione ad avere torto», cioè noi non sbagliamo mai.

UN DISCO CHE STANCA PRIMA DELLA FINE. È un bel disco, questo Girls in Peacetime Want to Dance? È un disco ricco, opulento, ambizioso, questo sì. Ma basta a farne un album importante? La quantità che oltre un certo limite diventa qualità? Questo è da discutere.
Crudelmente, Stuart Murdoch racconta la sua sindrome da affaticamento cronico, che gli impedisce impegni a lungo termine, ma un disco del genere è qualcosa che stanca molto prima di arrivare in fondo.
È sufficiente, scoprire che un un gruppo di stagionati indiepoppettari all'occorrenza sa scimmiottare gli antichi faraoni dell'Europop? Difatti Murdoch, d'accordo con Stevie Jackson, pare avesse chiesto questo, come obiettivo finale: un disco da Eurofestival, quelle bidimensionali trasmissioni dove premiavano quelli che credevano di essere qualcosa.

SI FA PRESTO A DIRE «CAPOLAVORO». Se è questa la meta da hipster che si inseguiva, allora missione compiuta. Sotto una copertina severa, allusiva, elaborata, in 50 sfumature di grigio, con una produzione calibrata, che marca l'impercettibile divario tra un disco indie, più o meno avventuristico, con quel non so che di esile, e un prodotto mainstream stratificato, da airplay radiofonico, esogitato ad Atlanta dal produttore di grido Ben H. Allen.
Ma sotto il vestito di suono? Sedici tracce di sospetta gracilità, tutto uno svolazzar d'archi e di ritmi (dance), multiple confezioni dell'album per portafogli diversi, l'impressione di rincorrere il vento dissimulando, non senza mestiere, il contrario. Sempre a un passo dal kitsch, sempre bravi a fermarsi sul crinale di una riconoscibilità: stiamo giocando, siamo sempre noi, non fatevi fregare.
Ma questo è un dischetto che il buon Silvan avrebbe chiamato «prestidigitazione». Basta, infilarsi un paio di occhiali senza lenti e un paio di baffi posticci per far strillare al capolavoro?

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