DISCO 2 Febbraio Feb 2015 1801 02 febbraio 2015

Shadows in the Night, Bob Dylan riadatta Sinatra

Polemico. Sprezzante. Reazionario. Dylan prende Frank Sinatra e lo fa suo nell'ultimo album. Un confronto, non un omaggio. Che vale la pena ascoltare. Foto.

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La prima cosa da dire di questo nuovo disco di Bob Dylan (guarda le foto), Shadows in the Night, è che è un disco “non” di Bob Dylan, anche se mai così suo, così come le canzoni non sono di Sinatra, contrariamente a come tutti le definiscono.
Sì, certo, The Voice le ha cantate, le ha fatte sue, la ha rese inconfondibili, il riferimento è chiaro, ma la rosa scelta da Dylan appartiene alla grande tradizione popolare americana spalmata su più decadi.
Per dire, se Chet Baker si prende Autumn Leaves, non sta cantando Sinatra e tantomeno scippandolo.
UN DISCO NOSTALGICO. È un disco nostalgico, questo che spazia da I'm a Fool With You, questa almeno co-scritta da Sinatra con Wolf ed Herron, The Night We Called a Day, Stay With Me, Autumn Leaves, Why Try to Change Me Now, Some Enchanted Evening, Full Moon and Empty Arms, Where Are You, What'll I Do, fino a That Luck Old Sun, dell'”altro” Gillespie, Haven insieme a Beasley Smith? Ma no, è un disco se mai contro la contemporaneità.
I tempi non stanno più cambiando, forse sono finiti, probabilmente sono finiti per Dylan, che non trova più motivo da un pezzo per inseguire altri che se stesso e a questo punto trova interessante scoprire che il passato ha un cuore moderno.
È ANCHE POLEMICO. È un disco polemico? Sì, intanto verso la contemporaneità del mondo liquido, dei suoni liquidi, delle tempeste di conformismo e conformità, delle canzoni fatte di memoria digitale, ascoltate nei marchingegni tascabili, compresse, dilatate, ricompresse, onnipresenti, comunque e dovunque tranne che nel posto per cui, in fondo, sono nate.
Nella radio, che (come ha spiegato l'interessato nell'unica intervista dispettosamente resa, e non a caso saccheggiata da tutti gli scrivani musicali del pianeta, al magazine per pensionati Aarp), per quelli del suo tempo era tutto: cinema, televisione, sogno, incanto, incitamento, fuga, fantasia, realtà.
Ma tutto questo Dylan l'aveva già esplicitato nell'ultimo episodio inedito di quasi tre anni fa, quel Tempest che suonava musica Anni 30 (originale).
CONFRONTO, NON OMAGGIO. Adesso il ceffone pare col dorso, più che a mano aperta, andando a riprendere musica senza tempo che appartiene a Sinatra, appartiene a Dylan, appartiene a tutti e non è di nessuno.
E lo fa (polemicamente?) in modo rigoroso, filologico, senza stravolgere, con l'umile superbia di chi sa che, tanto, uno standard rifatto da lui è qualcosa che diventa altro, è un classico che diventa subito un altro classico, ha voglia Dylan a predicare che «come Frank non c'è nessuno», la faccenda è meno semplice di così, un conto è se lo piglia (lo rovina) un pupattolo qualunque, un conto è se Mr Zimmermann si giustappone a Mr Sinatra.
Perché di questo si tratta. Confronto, non omaggio. Queste canzoni tu le hai fatte tue e adesso io le faccio mie. Con un inchino, ma sia chiaro che te lo rivolgo, non te lo devo.

Il minimo dell'essenzialità

Frank Sinatra, conosciuto anche come The voice.

È un disco per o contro la tradizione?
È un disco sulla tradizione, della tradizione, dentro la tradizione da uno che la tradizione l'aveva recuperata, a modo suo, di tutt'altro repertorio, e poi l'aveva dissociata, dissestata, e poi l'ha ridefinita e adesso la recupera in modo scarno, glabro, secco, una take e via, tre ore a brano, il minimo dell'essenzialità, mica come certe operazioni non si dica alla Rod Stewart, ma anche, per costringerci nei nostri lidi, alla Gianna Nannini, che stendono veli di glassa su qualsiasi testimonianza musicale del tempo che fu.
CONTRO LA CRITICA. È un disco contro la critica intellettual-musicale, che pretende sempre un Vate rigurgitante messaggi e impegni? Può essere, di certo è un disco «sul romanticismo che è assoluto, non finisce mai».
E qui Dylan dice tutto e il contrario di tutto in tre parole, ciascuno si fasci la testa dopo essersela rotta come meglio crede.
Vale, comunque, la stessa lezione di prima: una cosa è se l'elogio del romanticismo - e ci sarebbe da intendersi su una parola così gigantesca, così filosofica e letteraria, smembrata fino a poppizzarla, fino a polverizzarla - lo pratica Al Bano a Sanremo con Romina; un conto è se lo tesse uno che ha scritto una storia, una storia musicale, una storia americana, infinita.
NON CERTO PROGRESSISTA. Da asciugare dalla polvere, proprio come questa operazione di recupero di “uncover”, parola dell'interessato per dire brani appesantiti dalla polvere degli omaggi, delle interpretazioni.
È un disco reazionario, di destra, mafioso (in Italia qualcuno subito direbbe: berlusconiano)? È un disco che, fatalmente, omaggia il Sinatra sprezzante, fino a un certo punto, contro il rock, amico dei boss, di sicuro tutto tranne che progressista.
E lo fa da parte di uno che prese per mano la protesta, la fece diventare adulta e sul più bello la mollò a se stessa, ai suoi fanatismi e ai suoi birignao e da allora, 1966 e dintorni, ha sempre e solo incarnato un genere di protesta del tutto personale, a volte farneticante, spesso poetica, mai disgiunta dal romanticismo.
ERA POETA E POETA RESTERÀ. Quello vero. Perché, alla fine, si canta sempre dell'uomo, e questo il poeta lo sa, deve saperlo, e Dylan alla fine poeta era e poeta resterà.
Questo disco lo conferma. Poco importa se oggi, a 75 anni, si permette il facile vezzo di puntualizzarsi «non comunista, ma mi chiedo se sia felice uno che ha 30 automobili e una squadra di football».
E tutto questo però è solo per le speculazioni; quello che resta, è giusto un altro disco di Bob Dylan, mai così orfano del suo autore, mai così personale.
Severo e gioioso. Notturno, se vuoi, ma non oscuro, per niente. Antico, ma con una sorta di innocenza infantile nel profondo rispetto che esce dall'ugola.
VALE LA PENA ASCOLTARLO. Ed è qualcosa che vale la pena ascoltare, perché Irving Berlin e gli altri non erano nel tempo liquido, non erano proprio nel tempo e la loro musica senza tempo, se ha un inizio, però non ha una fine e sentire Bob Dylan che la accarezza con la sua voce di vecchio senza tempo, fragile, indisponente, chioccia, abissale, o in punta di fiato, come in Autumn Leaves, forse il vertice, dove effettivamente Bob sembra avere davanti gli occhi rugosi di Chet più che gli occhi blu di Sinatra, è uno spettacolo che non fa male assaporare.
Nutriente come un sospetto che non ti aspettavi. Anche se forse i giovani - categoria dello spirito, non del tempo - non capiranno, perché un disco così ti fa vergognare di ascoltarlo nel telefonino e pretende un giradischi, la puntina, l'odore inconfondibile, il piatto nero che comincia a girare, il mondo che resta fuori.

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