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LA MODA CHE CAMBIA 15 Febbraio Feb 2015 1725 15 febbraio 2015

Festival di Sanremo, servono meno stilisti e più costumisti

Emma ha sbagliato stili, modi, proporzioni. È caduta nella trappola dei brand.

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Gli smoking dell'orchestra di Sanremo.

La moda scesa dalla passerella non funziona su un palcoscenico. Ha bisogno di accorgimenti, rivisitazioni. Ripensamenti. Molti ripensamenti.
Anzi, non dovrebbe andarci proprio, la moda di passerella su un palcoscenico. Perché non viene indossata da modelle, cioè da professioniste della bellezza e del portamento, ma da professioniste della recitazione e dell’informazione oppure, ed ecco che arriviamo al caso della settimana, della canzone. Donne che hanno non solo, e mi pare ovvio, fisici diversi da quelli di una modella, ma soprattutto esigenze diverse: devono, o almeno dovrebbero, puntare a costruire il proprio personaggio, lasciare un segno di sé, creare una propria immagine, diventare esse stesse punti di riferimento; non certo calarsi nell’ideale femminile che uno stilista ha creato per un pubblico di donne X, indefinite, che andranno ad acquistare quello stesso abito in centinaia o migliaia di copie in ogni negozio.
PERSONALITÀ, NON BRAND. Cinque giorni di Sanremo vissuti come ospite fissa (così sapete le ragioni della parzialità) di quel piccolo grande fenomeno che è stato il Dopofestival di quest’anno, già oggetto di culto presso il pubblico del web e della stampa più attenta alle declinazioni della satira, mi hanno reso evidente quello che quattro anni di lavoro negli archivi di teatri e tivù e quindici nella moda non erano riusciti a fare, e cioè che forse non solo le cantanti, ma tutti noi, in questi anni di valorizzazione della personalità e del 'profilo', web o reale che sia, dovremmo lavorare di più a un nostro stile personale, senza cercare rassicurazioni nelle griffe.
LE SCIVOLATE DI EMMA E ROCÌO. Che poi un certo brand possa piacerci e corrispondere all’immagine che vogliamo trasmettere di noi è non solo possibile, ma anche utile, perché ci farà risparmiare almeno tempo, se non sempre denaro. Ma nessuna manifestazione quanto il Festival di Sanremo appena concluso ci ha dato la misura dell’inutilità di inseguire il richiamo del brand. E lo ha fatto sia nel caso di Emma Marrone sia in quello di Rocio Munoz Morales, entrambe ragazze deliziose e in particolare la prima, capace di slanci e sentimenti autentici (sospendo ogni valutazione di Arisa: chiunque ritenga le proprie funzioni corporali un argomento di conversazione o di condivisione utile per accattivarsi le simpatie del pubblico non mi pare un soggetto interessante).

Emma effetto Shining, solo Ayane, Atzei e Zilli hanno fatto moda da star

Gli abiti di sartoria del Festival.

Per tornare a Emma, lo shopping eclettico ed entusiasta di ragazza improvvisamente ricca a cui si è dedicata nelle boutique di via Montenapoleone nei giorni precedenti alla kermesse non le ha giovato affatto, confondendo i suoi fan com’è emerso da una serie di interviste condotte per il programma, senza valorizzare in nulla i suoi pur innegabili atout. Dotata di un viso bellissimo, di 'piani di ascolto' seducenti, e di un sorriso solare, si è però voluta calare nei panni di donne ogni volta diverse e, priva com’è delle più elementari nozioni di sartoria, arte e saper vivere, ma anche di un sostegno professionale costante e professionale, ha sbagliato modi, stili e proporzioni.
IL COSTUMISTA ACCANTONATO. L’esercito di incompetenti che circonda di solito queste creature è choccante per chiunque provenga da altri ambienti: attorno a un solo cantante prosperano in dieci, nessuno che sappia impugnare una forchetta. Non si può neanche immaginare quanto abbia insistito, inutilmente, il costumista en titre del festival, il bravissimo Donato Citro che già si occupa di «Tale e Quale» (ha lavorato a lungo anche per il cinema, affiancando Natasha Romanoff), per convincerla a modificare alcuni degli outfit che, infatti, sono finiti nel mirino dei blogger, in primis l’abito corto in pizzo d’oro di Valentino, con collettino e maniche a sbuffo, per il quale sono state evocate addirittura le bambine diaboliche di The shining.
LA BANALIZZAZIONE DI ROCÌO. Su Rocìo Munoz Morales, donna autenticamente spiritosa come s’è dimostrato al Dopofestival, è stata applicata al contrario una strategia di banalizzazione giustificabile solo con la volontà di renderne lo splendore meno accecante per i milioni di donne meno belle e meno intelligenti di lei: costretta dagli autori ad esprimersi per proverbi e frasi fatte come frate Indovino, pettinata e truccata come un souvenir flamenco, avvolta quasi ogni sera in banali abitoni a sirena che vediamo ripetersi anno dopo anno, la sera del 14 febbraio addirittura identico, in variante rossa, a un abito indossato da un’altra conduttrice anni fa. Una noia inverosimile.
CONTI E IL BINOMIO STILISTI- COSTUMISTI. In questa variegata ma complessiva débâcle, era logico che gli smoking di Carlo Conti finissero per figurare come il miglior prodotto sartoriale in scena, grazie al taglio perfetto e i tessuti ideali per ben figurare su un palco. Ma, guarda caso, non erano stati acquistati all’ultimo momento o rubati dal backstage di una sfilata, bensì costruiti in mesi di selezioni, scelte e prove fatte a Firenze, a palazzo Spini Feroni, dall’inedito team Citro-Massimiliano Giornetti, direttore creativo di Ferragamo, entrambi disposti a cedere un po’ della propria professionalità all’altro, allo scopo di costruire un personaggio unico, aderente nei toni vestimentari a quelli espressivi.
Per decenni ha funzionato così sulla televisione italiana (pensate a Corrado Colabucci con Federico Forquet per le gemelle Kessler) e tuttora funziona così per le grandi star: Jeremy Scott, direttore creativo di Moschino, disegna per esempio gli abiti-costumi di Katy Perry, di concerto con il suo stylist.
FARE MODA, NON INDOSSARLA. Sul palco di Sanremo, è accaduto solo per Malika Ayane (corpo importante abilissimamente vestito da Albino), per Bianca Atzei, uno scricciolo che Antonio Marras ha trasformato in una fata dalla voce potente, e soprattutto per Nina Zilli, in mise di Vivienne Westwood studiate per fare di lei, sottile e minuta, una conturbante diva del blues. Nessuna di loro accetterebbe l’abito dell’ultimo minuto, uguale a quello di ogni altra: vogliono fare moda, non indossarla, ed è una bella differenza. Non fate loro caso quando posano per una campagna pubblicitaria: lì non stanno vendendo se stesse, ma solo convincendo voi a comprare oggetti in serie.

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