DIRITTI NEGATI 15 Febbraio Feb 2015 0700 15 febbraio 2015

Gay, le difficoltà della comunità Lgbt in Tunisia

Ministri omofobi. Arresti e omicidi. Famiglie all'oscuro. Dalì, Senda, Gas e Rami raccontano i soprusi: «Siamo un tabù. Ci minacciano. Ma combattiamo». Foto.

  • ...

Un 50enne svedese è stato condannato a due anni di prigione per «atti omosessuali».
È quanto si è appreso in questi giorni dalla stampa locale tunisina.
I fatti risalgono al 18 gennaio 2015, quando l’uomo è stato arrestato dalla polizia locale.
La vicenda è stata riportata anche dal sito svedese aftonbladet.se e l’ambasciatore della Svezia - ha riferito Jon Pelling, addetto stampa del ministero degli Affari esteri svedese - lo avrebbe visitato.
Anche un tunisino è stato arrestato, ma non è stata fornita nessuna informazione sul suo conto.
TRE ANNI DI PRIGIONE. La condanna del 50enne è stata effettuata il 4 febbraio, seguendo l’articolo 230 del Codice penale tunisino, che infligge tre anni di prigione gli atti di sodomia.
Subito si sono evate le voci delle associazioni Lgbt (persone omosessuali e transessuali), condannandone l'arresto e chiedendo l'abrogazione della legge 230 del codice penale.
PROTESTE DOPO IL 2011. Del resto la comunità Lgbt a Tunisi è sempre esistita, ma solo dopo la rivolta del 2011 ha cominciato a far sentire apertamente la sua voce, grazie anche alla maggiore libertà di espressione acquisita.
Ma se all’estero la Tunisia vince premi per film sull’omosessualità, come per il recente La vita di Adele dell’attore e regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche, essere omosessuali rimane ancora un tema fortemente tabù e fare coming out in famiglia è molto difficile.
Il concetto di onore e l’apparenza davanti al resto della società sono molto forti nonostante il vento della cosiddetta primavera araba.
SONO IL 10% DELLA POPOLAZIONE. Proprio per questo non esistono dati precisi al riguardo, ma si stima che la comunità Lgbt costituisca il 10% della popolazione.
L’articolo 230 del codice penale, in vigore dal 1913 e leggermente modificato nel 1964, recita: «La sodomia è punita con tre anni di carcere». Il sentimento tra due persone dello stesso sesso non viene esplicitamente condannato.
Un articolo che viene a ogni modo ritenuto inaccettabile dai difensori dei diritti umani della società civile tunisina e in contrasto con l’articolo 21 e 24 della nuova Costituzione, che recitano rispettivamente: «I cittadini e le cittadine sono uguali in diritti e doveri. Sono uguali davanti alla legge, senza discriminazioni» e «lo Stato protegge la vita privata, l’inviolabilità del domicilio, la confidenzialità delle corrispondenze, delle comunicazioni e delle informazioni personali».
LA LOTTA SI COMBATTE ONLINE. Proprio il web nel post rivoluzione è stato protagonista della nascita di diversi siti online e comunità virtuali su Facebook a favore della comunità Lgbt.
È il caso di www.gaydaymagazine.com, un e-magazine lanciato dalla Tunisia nel marzo del 2011 e dedicato alla comunità Lgbt del Maghreb e della regione del Mena (Medio Oriente e Nord Africa) e di www.gaytunisie.net, più specificatamente dedicato alla comunità Lgbt in Tunisia.
Su Facebook la pagina “Shams - Pour la dépénalisation de l’homosexualité en Tunisie” (“Sole - Per la depenalizzazione dell’omosessualità in Tunisia”) conta oltre 25 mila “mi piace”.
FORMALMENTE ALTRI OBIETTIVI. Inoltre grazie alla legge 88 del 2011, che facilita la creazione delle associazioni, il mondo Lgbt ha potuto operare alla luce del sole, anche se le associazioni si sono dovute registrare formalmente come aventi un altro obiettivo.

Prima della rivoluzione c'era più margine di libertà

Per esempio Damj, il cui nome significa “inclusione”, nata nel 2012, tra le prime.
«Siamo stati costretti a presentarci come associazione generale per i diritti delle minoranze», spiega a Lettera43.it il presidente Badr, «per non rischiare di vedere la nostra domanda rifiutata».
Damj aveva sede a Tunisi, ma poi, in seguito al furto di due pc contenenti dati sensibili, per ragioni di sicurezza si è spostata a Sousse.
MINACCIATO IL PREDECESSORE. Il precedente presidente, per minacce ricevute, si trova ora come rifugiato in Finlandia: Badr lo ha sostituito da un anno e mezzo.
Racconta cosa significa essere gay in Tunisia: «Sembra un controsenso, ma prima della rivoluzione avevamo un margine di libertà, non c’erano dei problemi particolari. C’erano locali con spettacoli di cabaret, la polizia di Ben Alì era corrotta, bastava pagarli per il loro silenzio e avere protezione. Nel 2008 hanno cominciato a verificarsi i primi arresti arbitrari. Certo, non potevamo fare delle rivendicazioni, né creare associazioni».
UCCISI DA FANATICI RELIGIOSI. La situazione è poi precipitata: «Dopo la rivoluzione ci sono stati 13 omicidi di persone della comunità Lgbt. Questi uomini sono stati spesso sgozzati: non è possibile affermare esattamente chi ci fosse dietro tutto ciò, ma se si guarda al metodo utilizzato, sembra facile concludere che si tratti di fanatici religiosi. Abbiamo cercato di indagare, ma le famiglie erano restie, non dicevano apertamente che il loro figlio o parente fosse omosessuale: il loro onore sarebbe stato messo in discussione».

Il ministro per i Diritti umani: «I gay sono malati»

La vittoria di Ennahda nell’ottobre 2011 non ha di certo aiutato a placare il clima omofobo.
Il caso più clamoroso è stato quello del ministro per i Diritti umani, Samir Dilou, che nel febbraio 2012 ha affermato che l’omosessualità è una perversione e una malattia mentale, «incoraggiando in questo modo le persone a pensare che la loro omofobia fosse giusta», sottolinea Badr.
Immediata la reazione del mondo Lgbt tunisino, con la campagna sui social network “Sono un essere umano, signor ministro dei diritti dell’uomo”.
«NON C'È CULTURA DELL'ODIO». «La situazione in seguito si è calmata», prosegue Badr, «ma noi abbiamo continuato la campagna di sensibilizzazione alla vicenda sui social network. I tunisini non hanno nel loro Dna una cultura dell’odio: la loro storia è sempre stata all’insegna della tolleranza».
Damj, oltre a fare azioni di sensibilizzazione, si occupa di seguire dal punto di vista giuridico e psicologico i membri della comunità che ne hanno bisogno, grazie all’aiuto di avvocati e psicologi simpatizzanti della causa.
IPOCRISIA E FINTI MATRIMONI. «C’è tanta ipocrisia», aggiunge, «molti film e romanzi tunisini su questo tema hanno ottenuto successi internazionali, ma in realtà la società non accetta la comunità Lgbt. Ci sono alcuni villaggi verso il Sud della Tunisia, nel Salel, in cui invece il fatto che il proprio figlio vada a letto con un uomo è visto come segno di virilità».
Le famiglie sono spesso all’oscuro dell’orientamento sessuale del proprio figlio: «In Tunisia vige il non-detto», conclude Badr, «si fa finta di niente, anche se la famiglia ha dei sospetti, pubblicamente non lo ammetterà mai. Per loro si tratta in ogni caso di un passaggio, un periodo che finirà».
Per nascondere il proprio orientamento sessuale, si escogitano anche matrimoni di copertura tra gay e lesbiche, che non sempre funzionano.

Dalì, 20 anni, minacciato di morte dal fratello

Oltre a Damj, a Tunisi sono attive altre associazioni: Kelmty (“La mia parola”), Arken (“Base”), Mawjoudin (“Siamo qua”) e Shams (“Sole”).
«È dura fare coming out», dice Dalì, 20 anni, di Sousse, «non sono ancora maturi i tempi. Il popolo tunisino non ha ancora lo spirito giusto per poter accettare queste cose».
Dalì è il più piccolo della sua famiglia, composta da altri due fratelli e una sorella.
Un giorno ha dimenticato il proprio computer a casa e la moglie di suo fratello ha trovato alcune conversazioni private, riferendo tutto al marito.
INTIMIDAZIONI E FRECCIATINE. «Mi ha detto che se avesse trovato qualcosa che potesse confermare la mia omosessualità, non avrebbe potuto accettarlo e avrebbe potuto anche uccidermi. Secondo me voleva solo spaventarmi, ma per lui i gay sono persone malate. E ogni tanto mi lancia delle frecciatine: quando mia mamma mi chiede quando mi sposerò, lui le ribatte che sposerò un uomo. Finché gli omosessuali sono al di fuori della propria famiglia non c’è problema, è affar loro, ma quando riguarda un proprio parente, non va bene».
QUALCUNO CAMBIA ATTEGGIAMENTO. Per gli amici è spesso difficile accettare: «L’ho rivelato solo a pochi intimi», continua Dalì, «che hanno accettato tranquillamente il tutto. Invece, una ragazza che come me fa parte del mondo dell’associazionismo, quando l’ha saputo tramite altre persone ha cambiato atteggiamento nei miei confronti».

Soltanto il Partito liberale difende la comunità Lgbt

Una copertina di Gayday Magazine!.

Senda, 25 anni, di Tunisi, fa invece parte dell’associazione “Chouf” (“Guarda”) di sole donne, nata il 17 maggio 2014, ma riconosciuta ufficialmente solo in Francia.
«Al momento preferiamo non esporci troppo: è un momento delicato. Non possiamo parlare di un miglioramento dopo la rivoluzione: con Ennahda era difficile poter lavorare. La questione è tabù: in queste ultime elezioni solo il Partito liberale tunisino (Plt) ha avuto il coraggio di parlare della legge 230, ma ciò è andato a suo svantaggio e non ha avuto dei voti».
CON LA FAMIGLIA LEI NEGA. Pure la famiglia di Senda, che da due anni è fidanzata con un’altra attivista, non sa nulla delle sue scelte: «I miei genitori date le mie frequentazioni sospettano qualcosa, ma io nego. Nonostante l’omosessualità femminile sia più accettata rispetto a quella maschile, la nostra società è conservatrice. L’ho detto solo a due mie cugine, che l’hanno accettato a fatica. Ho l’impressione a ogni modo che i giovani che scoprono la loro omosessualità, sono pronti ad accettarla rispetto a chi ha una certa età».
INSULTI E CONTRATTACCO. Gas, 19 anni, di Tunisi , spiega che «a volte a causa del mio abbigliamento ho dei problemi, ricevo degli insulti e rispondo a tono. Io credo che si debba reagire, altrimenti le persone continueranno con il loro atteggiamento omofobo. La migliore difesa è l’attacco».
Anche la famiglia di Gas non sa nulla del suo orientamento sessuale: «Implicitamente l’hanno capito, ma non ne parlano. Tra gli amici, una parte ne è a conoscenza, altri no».
Gas mostra poi alcune applicazioni per smartphone che funzionano come siti di incontro per la comunità Lgbt: Grindr, Hornet, Gaydar, Brenda (per sole donne) e Gayfox.
«Ma è raro trovare l’amore con queste applicazioni, più una storia per una sera. Molti sono falsi profili». Il più avviene su Facebook, tramite gruppi segreti.
«I media quando e se parlano di noi scelgono soggetti che in realtà non rappresentano la comunità: lo fanno apposta, per darci una cattiva immagine».
«DOBBIAMO ESSERE VISIBILI». Rami, 21 anni, rappresenta una voce fuori dal coro: secondo lui si deve operare in prima linea, mettendo da parte la paura: «Bisogna parlare alle persone, organizzare delle conferenze. Io vorrei essere visibile, ma la comunità ha ancora paura a causa degli islamisti. In Tunisia per imporre la nostra presenza dobbiamo inserirci nella società in modo visibile. La comunità Lgbt in realtà non è del tutto coesa, ci sono tante piccole realtà con il loro pensiero. Secondo me non stanno facendo abbastanza per i nostri diritti, avrebbero bisogno dell’aiuto di associazioni straniere».

Correlati

Potresti esserti perso