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SANREMEIDE 15 Febbraio Feb 2015 0220 15 febbraio 2015

Sanremo 2015, le pagelle della finale

Vince Grande amore, ma che canzoni piatte. Carlo Conti? Ridateci Pippo Baudo. Meglio Grillo Anni 80 di questi comici. Addio, parrocchiale e vivibile Festival.

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Il Volo, vincitori di Sanremo 2015.

Sergio Saviane fu il primo a capire che la Rai non andava intesa come ente o entità a se stante, men che meno al servizio dei cittadini, quanto come articolazione ed espressione del Potere; in questa chiave Sanremo, che resta l'appuntamento fisso più lucrativo e rilevante per il servizio pubblico, potrebbe essere visto come sovrastruttura della sovrastruttura.
Estenuata qualsiasi pretesa di rappresentare la società, alla quale se mai corre dietro (l'attuale impostazione secondo schemi palesemente “talent”, per esempio), funziona egregiamente come reagente, cartina di tornasole dell'andazzo in Rai e quindi, di riflesso, nel governo, nel Potere: il Festival è più governativo dei telegiornali.
Nessuno lo organizza, lo conduce, vi partecipa senza il placet definitivo dei piani altissimi.
IL DIKTAT: BASSO PROFILO. E dai piani altissimi, quest'anno dev'essere piovuta la parolina d'ordine: normalità, basso profilo, niente traumi, che gli italiani, disorientati da una crisi che non passa, hanno bisogno di tirare il fiato, o almeno illudersi di tirarlo, per una settimana.
Come a dire: se vogliono le scazzottate sanno dove trovarle, ma mi raccomando non lì. Almeno per il 2015.

Le pagelle

Il presentatore, un moralista che ci ha fatto rimpiangere Pippo – Il fatto è che oggi sono tutti così istericamente zelanti, così sopra le righe anche quando ostentano di viaggiare sotto.
Carlo Conti no. Lui, il presentatore sul cui volto non tramonta mai il sole (e non sorge mai l'ironia, beh, funziona).
Da Carlo, trattoria toscana, ci son le tovagliette di carta, ma pulite, il trattore è cotto dal sole (artificiale), sai quali piatti aspettarti, uno s'accomoda e consuma; se un Viperetta 'mbriaco s'alza sul tavolo, Carlo con garbo lo accompagna fuori.
I guai cominciano quando casca la variabile impazzita, ma neanche tanto: piove Baba la Turca, in arte Conchita Wurst, e zio Carlo si raggela, non sa come prenderla, la chiama “Tom”.
E lì t'accorgi che un Pippo Baudo l'avrebbe dominata a lunghe falcate, «Canta ancora Conchita, canta ancora!», magari si sarebbe concesso un valzer, qualche battuta in contropelo, che tanto Conchita mica fa paura, infine l'avrebbe baciata.
E dopo la scivolata sul bambino opulento di Siani, uno che se azzecca una battuta è grasso che cola, non si sarebbe fatto sfuggire l'occasione di cucinarci qualcosa, magari richiamando in scena Bastianich.
È proprio qui, sul minima moralia sanremese, che si sconta lo iato fra lo ieri, l'oggi e il domani del Festival, che noi ameremmo fosse affidato una volta ancora a Pippo, per i suoi 80 formidabili anni. Chiusa parentesi.
Voto: 6½

Le vallette, vittime della loro stessa parodia – Dette anche, più politicorrettamente, collaboratrici allo spettacolo.
Beh, alla fine Emma, partita in modo disastroso, s'è imposta sulla più quotata Arisa.
Come? Lasciandosi correre: quando ha capito che non poteva reggere il ruolo di co-presentatrice, ha lasciato che le cose andassero per il loro verso, assecondando una - diciamo - prorompente naivète naturale.
L'altra, la rivale (eccome se lo era), è sembrata presa in contropiede, e ha finito per inseguirla sul terreno del non prendersi sul serio: solo che Arisa risultava meno spontanea, superata nel suo stesso gioco che tuttavia pareva troppo sfruttato: e si è auto-fagocitata.
Resta il rimpianto per una donna finalmente in grado di sostenere una conduzione sfoderando le qualità femminili senza parodizzarsi: da quanti anni ne aspettiamo una?
Quanto alla Rocio: era di una bellezza indisponente, si capiva che stava lì perchè ce l'avevano messa, un bel corpicino estraneo.
Voto: Emma 6-, Arisa 5-, Rocio s.v.

1) Il Volo, tutto un magna magna – Sponsor: Tony Renis, la Clerici, Bruno Vespa e in definitiva la Rai: come potevano finire, 'sti tre baby rodomonti? Ma poi, perché “Campioni” se hanno 60 anni in tre? E chi sono, Mozart? I nipotini di Tamagno? È tutto un magna-magna, vedrai...
Voto: 2--

2) Nek, colui che ha zittito tutti – Anni, decenni a liquidarlo come quello di Laura che non c'era, e lui, a 43 anni, in una sera apre bocca e tappa tutte le nostre: paradossalmente, non col brano in gara ma con una cover, Se Telefonando. Era entrato al Festival da vecchia gloria, ne esce da medagliato ma soprattutto come un artista completamente nuovo.
Voto: 7

3) Malika Ayane, premiata oltre i suoi meriti – Raffinatezza o piattezza? Il sospetto è che la piccola clone di Ornella Vanoni abbia raccolto assai più del lecito. Ma la voce in ogni esibizione ha tradito limiti anche seri, e se cantare vuol dire espandere il suono, trasmettere un mondo, beh, allora...
Voto: 5

I “campioni”, cercasi carisma disperatamente – Con le virgolette del caso, perché, lungi dal prestare fede allo stereotipo per cui chi finisce a Sanremo è artista di serie inferiore (salvo, magari, riabilitarlo in odor di retrologia), come e più che mai il panorama si è rivelato frastagliato: chi tentava un rilancio, chi una conferma, chi di dilatare una carriera in buona forma, chi ha sfoderato doti sorprendenti tappando la bocca agli antichi scettici, chi ha svelato tutti i suoi limiti e i suoi bluff (Sanremo può essere una trappola mortale quanto allettante), chi non aveva altro senso se non quello di una profezia che si autoadempie (la pompata assurdità de Il Volo).
A mancare è stata la presenza carismatica, la voce d'anima che ti appende a se stessa, ti mette in crisi.
Ma forse questo genere di artista è andato a prescindere dal Festival, e pare improbabile che da queste edizioni possano scaturire i Battisti, Vasco Rossi o Mina di un futuro più o meno remoto.
C'è una cosa: la crisi del disco ha livellato vendite e riscontri, oggi un Festival serve assai poco a piazzare un album e molto di più a trovare serate, a irrobustire un tour.
Poi ci sono i misteri dolorosi, gente che è arrivata tra i big senza avere ancora inciso un cd, con la sola expertise della De Filippi di turno.
E questa è gente mandata al macello, che in una settimana si fotte una possibile carriera. Ci riflettessero, quelli che si consegnano ai talent e ai loro Mangiafuoco.
Voto: 5-

Le nuove proposte, talenti che non sbocceranno mai – Si ripete sempre che i giovani sono risorse, per definizione, ma quanta pochezza al Festival: come quasi sempre, del resto: sembra che la caratura delle nuove proposte debba essere mortificante quasi di default.
Il fatto è che questi aspiranti artisti non sono rappresentativi in alcun modo: sono arrivati fin lì per esoteriche spinte promozionali, industriali e a volte politiche, uno su mille ce l'ha fatta, ma per ciascuno di loro ce ne sono altri 999 che non avranno mai l'occasione di esibirsi in un colpo solo davanti a 10, 12 milioni di persone.
Talenti anche dotati che non sbocceranno mai, perché non sono orfani o figli di un cognome o di un sottosegretario o un produttore.
Realtà triste, ma sempreverde. Ecco, in questo caso Sanremo è ancora rappresentativo di un costume nazionale. Del peggiore, il più antico.
Voto: 2

Le canzoni, un trionfo di mediocrità – Sbaglieremo, ma tra la peggiore e la più ispirata sembrava correre una sorta di filo di plastica, invisibile ma percepibile.
Il filo della filosofia dei computer che alla fine mettono tutto a posto (grazie anche alla facilità del copia-e-combina di stralci di motivi già noti).
Simili le progressioni, gli arrangiamenti, definitivamente le atmosfere, un brano che rischiava, che cambiava le regole del gioco, non si ricorda.
Non è un fatto di complessità, non basta la tecnica, ci vuole quella ineffabile musicalità che pare evaporata.
Per cavarcela con un esempio: Nek ha offerto una strepitosa versione di Se Telefonando, ma Se Telefonando a sua volta è strepitosa, se sai come cantarla.
Perché in quegli anni, senza i computer, ci fu un vero Rinascimento della canzone pop? Guarda caso, quasi tutti gli artisti, alle prese con le cover, annaspavano.
Esempio opposto: Il Carrozzone, di Piero Pintucci con i versi di Franca Evangelisti, fu scritta a fine Anni 70 per Gabriella Ferri, che poi non si sentì di interpretarla; non se la fece sfuggire Renato Zero e la rese il capolavoro che tutti conoscono, pura poesia sonora del tardo '900.
La prima sera l'hanno affrontata Emma e Arisa, e ne sono uscite travolte. Canzoni mediocri per artisti mediocri per tempi mediocri, questa è la temperie.
Voto: 4

Gli ospiti, presi in famiglia per fare cassa – Va premesso che, mai come a Sanremo, ospiti sono sinonimo di sinergie, italiane o estere che siano: praticamente, li pagano per fargli pubblicità.
Detto questo, le markette-star sono risultate abbastanza sciape, con la Charlize Theron che ha sfoggiato la sua bellezza da bisquit assieme a tanta rassicurante banalità, e un Will Smith non meno scontato.
Ma qui la colpa è di un conduttore che non spinge mai, non cerca l'effetto, non vuole tirar fuori niente dall'interlocutore: per lui sono un po' tutti soggetti dei “Migliori Anni”, un minuto e avanti il prossimo.
Liquidata la pratica sponsor, la Rai è andata un po' in mutua: l'effetto-Cocoon colto non a caso dalla pseudoVanoni di Virginia Raffaele.
La genialata maligna è aver fatto cassa con le famiglie, prima gli Anania da 16 figli, poi i Manenti insieme da 65 anni (se i primi li imitano, l'Italia diventa l'India).
Implacabile l'inflazionata AstroSamantha, diretta o registrata che sia: proprio sicuri che fare la meteorina sia il compito di una scienziata, che la missione orbitante se ne giovi? Come mai i colleghi di altre nazionalità non si vedono mai? O c'è da preparare un altro tipo di carriera? Alla fine, forse, gli ospiti migliori sono state le ombre del Pilobolus Dance Theatre: spettacolari.
Voto: 5-

Le variabili impazzite, finte e inconcepibili – Si è celebrato il ritorno di Al Bano e Romina come una sorta di risorgimento da bere, degli Anni 80, della Felicità panchinara.
Niente di più equivoco ed equivocato. La realtà è molto più terra-terra, i due sono tornati insieme per soldi, molti soldi, trovati dapprima in Russia, dopodiché si sono messi a monetizzare anche in patria.
Ma restando distanti in modo agghiacciante, due estranei che si odiano e non si danno la pena di nasconderlo, e che non hanno alcun repertorio da riproporre (perché mai ciò che 30 anni fa era irriso oggi viene salutato con una standing ovation, se non per una sorta di delirante sarcasmo, o se si preferisce autoironia collettiva?).
Vederli insieme su un palco ha offerto la atroce conferma che niente dura, che perfino l'affetto è un pretesto, che davanti alla fame di denaro e di gloria, sia pure per un attimo, non c'è ritegno, non c'è imbarazzo che tenga.
Caso a parte, molto ambiguo, quello der Viperetta: che ha partecipato non si è capito bene a quale titolo, se di comico aggiunto - e sarebbe stata una scelta strampalata di per sé - o di presidente di una squadra di calcio di Serie A, il che avrebbe potuto fare storcere qualche sopracciglio.
Il fatto che, invece, nessuno si sia lamentato può essere forse riconducibile all'effetto-Processo di Biscardi, che una volta un giudice assolse da tutte le accuse considerandolo palesemente inattendibile, un varietà sportivo senza alcuna ambizione di serietà e di attendibilità.
Voto: 0

I comici, meglio quando c'era Grillo... – Gli umoristi, i satirici, gli intrattenitori sono stati presi con una curiosa ansia isterica quest'anno, quasi che la riuscita dell'intero baraccone dipendesse da loro.
Se, come Cirilli, Pintus o i Boiler, agghiacciavano si rischiava il dramma (abbiamo un così disperato bisogno di divertirci), col risultato che, piano piano, si è voluta trovare genialità anche nei mediocri.
Ora, in un monologo di 20 minuti una battuta buona ci scappa per forza, ma conta quello che rimane.
Il bambino grasso di Siani è comicità? La spoon river di Luca e Paolo è comicità? Virginia Raffaele che rende Ornella Vanoni una vecchia erotomane arteriosclerotica è comicità (o è becero infierire)?
Rocco Tanica che fa il gioco delle copertine di gossip è davvero la comicità fresca e irresistibile che molti hanno preteso di vedere, o il solito giochino che ci propinano da decenni?
Alla fine, ha svettato l'avanspettacolo alla birra (Corona) di Panariello. Chi si contenta ride, ma l'umorismo, come lampo di coraggio spiazzante, è l'ennesima arte che evapora ed è difficile, a proposito di duetti, non sentirsi irreparabilmente orfani di Vianello e Tognazzi, o, per restare a Sanremo, anche solo del Beppe Grillo di fine Anni 80.
Voto: 5-

Lo show, estenuante ma vivibile – Lungo, sterminato col trascorrere delle sere.
Per forza, è il più capiente serbatoio di pubblicità per la Rai, praticamente una cisterna: ed è fatale che accusi parecchi passaggi a vuoto.
Ma quest'anno anche i vuoti erano pieni, cioè scivolavano senza particolare difficoltà.
Tutto diverso dall'anno scorso, quando anche i pieni erano vuoti e si respirava sempre quella puzzetta sotto il naso da circolo esclusivo dei rettopensanti.
Con Carlo Conti nessuno può sentirsi estraneo (al massimo, ubriacato di superlativi), e questo va a suo merito: il Festival di Sanremo non può diventare una conventio ad excludendum.
Magari, ci fosse qualche autore appena meno parrocchiale... Tecnicamente, qualcuno ha rilevato lacune nella regia a cura di Maurizio Pagnussat: troppo simile ai format canterini o ballerini che inflazionano i palinsesti.
Forse il discorso è lo stesso delle canzoni: s'impone una omogeneizzazione globale, una “liquidità” spietata in ossequio alle leggi dell'audience e della pubblicità.
Il problema è che non si capisce chi le abbia imposte, quelle leggi: un colpevole non c'è mai, forse si sono imposte da sole, come la profezia che si autoadempie. O forse è stato qualche funzionario Rai (come cantava Renato Zero), di quelli in psicomania di onnipotenza. Comunque, un Festival vivibile.
Voto: 6

Le pagelle della prima serata
Le pagelle della seconda serata

Le pagelle della terza serata

Le pagelle della quarta serata

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