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CONFLITTO 23 Febbraio Feb 2015 1129 23 febbraio 2015

Libia, il patrimonio culturale a rischio

Saccheggi, atti di vandalismo, razzi: la guerra mette a rischio i siti archeologici. Da Sabratha a Tadrart Acacus. I luoghi minacciati dall'avanzata dell'Isis.

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Non solo vite spezzate. La guerra in Libia sta avendo effetti devastanti anche sul patrimonio archeologico e artistico del Paese.
Saccheggi e vandalismi non si contano più. E l'avanzata dello Stato Islamico (Isis) rischia di peggiorare ulteriormente la situazione, con i seguaci del Califfo che già in Iraq e Siria hanno dimostrato di non farsi problemi a mettere le mani su pezzi pregiati di storia per finanziare la propria ascesa. O, più semplicemente, per sfregiare l'identità culturale di quei Paesi.
I LUOGHI SACRI SUFI DEPREDATI. La Libia, suo malgrado, non è nuova a episodi 'sanguinosi' per il proprio patrimonio artistico. Nel 2011 un gruppo armato entrò in un caveau di Bengasi razziando 7.700 monete antiche. Alcuni esperti definirono il colpo «uno dei più grandi furti nella storia dell'archeologia».
Nel 2012 i militanti jihadisti hanno depredato luoghi sacri Sufi razziando tombe e santuari.
Nel marzo 2013 a Tripoli è stato fatto esplodere in un attentato il santuario Sufi di Sidi Al-Andlusi, protetto dalla legge come un monumento nazionale.
SACCHEGGIATA LA MOSCHEA DARGHOUT. Lo scorso 7 ottobre è stata spogliata delle preziose decorazioni in ceramica e marmo la moschea Karamanli di Tripoli, costituita da Ahmed Pasha nel 1738.
Pochi giorni dopo i saccheggi si sono ripetuti presso la Madrassa di Othman Pasha e presso la moschea Darghout, dedicata al primo governatore ottomano della capitale libica. Anche i siti preistorici hanno pagato un prezzo consistente: a Germa, nel centro del Paese, alcuni trattori hanno danneggiato i siti di scavo.

Ghadames è definita “la perla del deserto”.

Libia, terra di nomadi e popolazioni migranti

La Libia è una delle culle della civiltà. Per 10 mila anni la sua posizione geografica l'ha resa terra di nomadi, di popolazioni migranti, di grandi potenze mediterranee: luogo di commerci, meta di conquiste, centro di potere per l'intero Mare nostrum.
La dittatura oscurantista di Gheddafi non ha mai fatto molto per valorizzare questa incredibile ricchezza storica. Il passato era visto come la premessa delle occupazioni coloniali e fu trascurato dal regime. Dopo la caduta del raìs si pensò a una rivalutazione del patrimonio sia in chiave turistica, sia per rilanciare le tante ricerche ancora da fare sul territorio.
IL CONFLITTO RENDE IMPOSSIBILI LE RICERCHE. Nel novembre 2011 alcuni ricercatori dell'Università di Leicester annunciarono che da alcuni rilievi satellitari si potevano notare aree desertiche che nascondevano antiche fortificazioni risalenti al popolo dei Garamanti che abitarono l'area dal V secolo a.C. Ma l'instabilità del Paese ha reso vano ogni sogno di ripresa delle ricerche e la situazione è solo peggiorata.
«I saccheggi e i traffici illeciti di reperti archeologici non possono che rendere più profonde le ferite della Libia», ha detto Irina Bokova, direttore generale dell'Unesco. «Queste azioni non possono essere viste solo come effetti collaterali, ma sono attacchi mirati contro un patrimonio artistico e culturale per minacciare la coesione sociale e fomentare la violenza e la divisione della società».
LE BANDE DICHIARANO GUERRA ALLA STORIA. Le denunce dell'Unesco sono cadute nel vuoto, il Paese è nel caos e la guerra tra bande ha come obiettivo dichiarato anche la memoria e la storia. Quello che sta per essere smarrito ha un valore inestimabile. «La Libia è un punto centrale nelle ricerche sulle origini dell'uomo. Il Sahara oggi è il più vasto deserto del mondo, ma una una volta era verde e ospitava uno dei laghi più grandi del pianeta», ha spiegato l'archeologo Savino Di Lernia sulla rivista scientifica Nature. «Alcune pitture di coccodrilli e bestiame incise e dipinte sulle rocce hanno più di 9 mila anni di storia».
Di Lernia ha lavorato in Libia dal 1990 prima di essere costretto nel febbraio 2011 a interrompere le sue ricerche per colpa del conflitto.

Uno scorcio della città fenicia di Sabratha.

Cinque siti Unesco nel Paese

L'Unesco riconosce in Libia cinque siti: Cirene, l'importante colonia greca e poi romana del Mediterraneo, Leptis Magna, una tra le più grandi e meglio conservate città dell'Impero Romano, la città fenicia di Sabratha, la città oasi di Ghadames, definita “la perla del deserto”, e il sito preistorico di Tadrart Acacus.
Alcuni di questi luoghi hanno già subito violazioni: a Cirene sono iniziate costruzioni in una zona archeologica e Ghadames ha subito attacchi con razzi nel 2011.
PRECEDENTI IN AFGHANISTAN E SIRIA. La violenza del conflitto si unisce ora anche al furore iconoclasta delle milizie e i danni saranno irreparabili. I precedenti - anche recenti - purtroppo non mancano. Nel marzo del 2001 i talebani distrussero in Afghanistan i due Buddha giganti di Bamiyan, statue millenarie scolpite nella roccia. La guerra in Iraq ha portato a saccheggi e ha fatto scomparire il sito archeologico di Tell Umm al-Aqarib. Nel 2003 uno dei luoghi dell'antica Babilonia fu trasformato dall'esercito Usa in un campo militare. Inestimabili i danni subiti dalla Siria in anni di guerra civile: regioni come Aleppo, Damasco, Raqqa e Palmira, hanno tutte subito bombardamenti, attacchi e saccheggi. In Egitto, anche in seguito al caos politico, il sito archeologico di El Hibeh, a circa 200 chilometri dal Cairo, è stato spogliato.
LA CULTURA COME STRUMENTO DI COESIONE. Proteggere la memoria del passato è una lotta che vale la pena di fare in ogni circostanza. «Una discussione sulle ricchezze culturali può sembrare fuori luogo in un Paese devastato dalla guerra», sostiene Di Lernia. «Io penso però che la ricerca scientifica il Libia non debba essere abbandonata. Come riconosce l'Unesco la cultura ha un ruolo fondamentale nel creare coesione sociale e contribuire alla riconciliazione e alla pace».

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