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CINEMA 5 Marzo Mar 2015 0800 05 marzo 2015

«The Search», 10 curiosità sul film

L'importanza dell'Oscar. L'influenza del genocidio in Rwanda. Full Metal Jacket come fonte di ispirazione. L'opera di Hazanavicius sulla Cecenia in pillole.

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Dopo il successo di The Artist, trionfatore quasi a sorpresa persino nella serata degli Oscar, Michel Hazanavicius ritorna alla regia con The Search.
Un film drammatico che segue la storia di un bambino ceceno rimasto orfano, Hadji, e di sua sorella Raissa, due vite che si intrecciano a quella di una funzionaria della commissione per i Diritti umani che lavora come osservatrice per l'Unione europea e a un giovane soldato russo di nome Kolia.
ATTENZIONE TENUTA A FATICA. Il lungometraggio, in parte a causa di una durata che supera le due ore, mantiene alta l'attenzione sulla storia dei protagonisti con un po' di fatica, nonostante sia evidente l'obiettivo, non del tutto raggiunto, di raccontare con realismo e trasporto emotivo il genocidio avvenuto in Cecenia nel corso di un decennio.
La regia esperta e la bravura del cast, che comprende anche Bérénice Bejo (moglie di Hazanavicius e star di The Artist) e Annette Bening, contribuiscono però a rendere The Search un film da non perdere.
Ecco alcune curiosità sulla sua realizzazione.

Regia: Michel Hazanavicius; genere: drammatico (Francia, 2014); attori: Bérénice Bejo, Annette Bening, Maxim Emelianov, Zukhra Duishvili, Abdul-Khalim Mamatsuiev.

1. Il padre del produttore Langmann lavorò con i big

Il padre del produttore Thomas Langmann, già parte del team che ha portato al successo The Artist, ha lavorato con registi del calibro di Milos Forman e Jean-Jacques Annaud e il suo esempio ha insegnato al figlio l'importanza di poter accompagnare un regista nel corso dei suoi film.

2. L'importanza dell'Oscar per trovare i finanziamenti

La vittoria dell'Oscar con The Artist ha reso possibile trovare i fondi necessari a raggiungere il budget previsto per la realizzazione di The Search.

3. Hazanavicius raccontò il genocidio in Rwanda

Michel Hazanavicius, nel 2004, aveva prodotto e scritto con altri filmmaker e autori il documentario Rwanda: History of a genocide.
Tra i registi del progetto c'era Raphaël, il figlio di André Glucksmann, uno dei pochi intellettuali francesi che ha tentato di avvertire l'opinione pubblica su quello che avveniva in Cecenia.
UNA MAIL DAL KENYA. Una sua amica rwandese aveva inoltre inviato al regista l'e-mail di un volontario di Medici senza frontiere che lavorava in Kenya, a Dabaab, nel più grande campo di rifugiati al mondo.
La mail terminava con la frase: «Più che di documentari, abbiamo bisogno di veri film con delle storie, così che la gente possa capire cosa succede con commozione».

4. Anche Full Metal Jacket ha influenzato il film

Tra le fonti di ispirazione del lungometraggio c'è il film The Search di Fred Zinneman (distribuito in Italia con il titolo di Odissea Tragica), realizzato nel 1948, in cui un bambino uscito dai campi di concentramento incontra un soldato americano tra le rovine di Berlino, mentre sua madre lo sta cercando in tutta Europa.
Non si tratta dell'unica opera che ha influenzato il lavoro del regista che racconta cosa ha avuto una certa influenza sul suo lavoro: «Full Metal Jacket, ovviamente, per come l’esercito riesce a formare un assassino. Ma forse più One Soldier’s War in Chechnya, il libro di Arkady Babchenko, che descrive la vita nella caserma di Mozdok con una reale capacità di analisi e un grande talento di scrittore».
PARALLELISMI CON LA SHOAH. Ecco svelato il perché: «Fatte le debite proporzioni, il libro mi ricorda Se questo è un uomo di Primo Levi. Ci sono pochi documentari sulla Cecenia. Ho letto i saggi politici di Anna Politkovskaïa da un lato, e quelli di Boris Cyrulnik sulla resilienza dei bambini dall’altro, per capire il percorso di chi, dopo un trauma, torna poco a poco alla vita. Inoltre due amici ceceni hanno raccolto delle testimonianze e me le hanno inviate. Ma penso che la sceneggiatura sia costellata di reminiscenze più o meno consapevoli del genocidio degli ebrei».

5. Riprese in Georgia per il grande realismo

Le riprese sono state effettuate in Georgia, luogo scoperto da Hazanavicius quando è andato a trovare Glucksmann.
La sua visita gli ha permesso di conoscere un'area che ha da un lato il Caucaso e dall'altro la Cecenia, situazione perfetta perché corrispondeva all'idea della nazione, dall'aspetto rovinato e simile ai film del Dopoguerra come The Third Man, A Foreign Affair, It Happened in Europe.
UNA VERA CASERMA. Non è nemmeno stato necessario ricostruire i set perché sono state utilizzate una vera caserma e un appartameno reale, mentre i campi dei rifugiati sono stati creati con alcune tende posizionate in un'area ai piedi del Caucaso.

6. Un'immagine “sporca” e slavata senza abbellimenti

Il regista ha spiegato le sue scelte per quanto riguarda lo stile e le caratteristiche delle immagini: «Dal punto di vista puramente cinematografico, volevo un'immagine che fosse abbastanza grezza, ma dettagliata, volevo il contorno dei volti, rispettando la materia e la patina dell’ambiente in cui giravamo. Volevo una vera immagine cinematografica, ma che tenesse conto della rappresentazione che noi ci facciamo di questa guerra: le immagini grigie e slavate dei telegiornali».
«VIA LE COSE CARINE». Ecco spiegata la scelta di girare con la pellicola e non in digitale: «D’altro canto, per gli interni, ho chiesto a tutti i capi dipartimento di togliere tutto quello che sapeva di “cinema”: luci troppo carine, sfondi troppo evidenti, pettinature troppo sofisticate, visi troppo truccati... Abbiamo fatto molti tentativi prima di arrivare a quella che è l’immagine del film. Durante i test, Guillaume Schiffman e io abbiamo scelto di sviluppare la pellicola senza sbiancarla». Il procedimento, che richiede una luce molto particolare, era già stato utilizzato per il film Bernie, distribuito nel 1996 e il risultato è un'immagine particolarmente grezza.

7. Preoccupazioni quotidiane mentre fuori ci sono le bombe

Nel documentario The Sons of Itchkeria, di Florent Marcie, è presente una scena in cui alcune donne parlano delle loro preoccupazioni quotidiane e di problemi con le finestre durante un bombardamento.
UNA SCENA «COMMOVENTE». Hazanavicius ha voluto ricostruire quella sequenza in The Search perché la considera molto commovente e simbolo di come gli esseri umani cerchino di far ridere anche nelle situazioni peggiori, mantenendo in vita la propria umanità.

8. L'interprete del bambino scelto fra 400 candidati

Il direttore del casting, Hervé Jakubowicz, ha visionato circa 400 bambini, di cui 50 hanno poi fatto un'audizione con il regista.
Il piccolo Abdul-Khalim è stato l'unico a esprimere veramente emozioni e sentimenti, anche se è stato a volte necessario avere molta pazienza, ma Bérénice Bejo ha raccontato che lavorare con il bambino è stata un'esperienza molto emozionante e importante: «Sono stata colpita dalla sua capacità di entrare in un’emozione in pochi secondi. Tutte le scene in cui piange sono state abbastanza facili da girare. Era capace di piangere ogni volta che Michel glielo chiedeva! Era piuttosto sconvolgente stare lì a guardare. Per esempio, la scena in cui scarabocchia il disegno, ha pianto a calde lacrime ogni volta. E l’abbiamo rifatta almeno 10 volte!».
UN CASTING IN RUSSIA. È stato poi organizzato un casting in Russia, nonostante le iniziali perplessità di Michel, ma l'idea si è dimostrata vincente: «Gli attori si sono presentati assolutamente consapevoli. Ho visto un livello di recitazione eccezionale, in particolare in Maxim Emelianov. Come la maggior parte degli attori russi, Maxim ha un rapporto diretto con il personaggio e la situazione, non c’è alcuna distanza. Fa impressione quando devono essere picchiati».

9. Annette Bening ha studiato sul set per 15 giorni

L'attrice interpreta in The Search la direttrice dell'orfanotrofio che si occupa dei piccoli rifugiati.
Annette si è documentata a lungo sulla Cecenia e sulla Georgia, rimanendo sul set per 15 giorni.
Il regista ha raccontato: «Era la prima volta che si allontanava così a lungo durante il periodo scolastico: Warren Beatty e lei hanno quattro figli... Annette rappresenta la sinistra americana. Ha dato al suo personaggio qualcosa che va oltre il ruolo, perché non è solo un’attrice di primo livello, è una star. Volendo attirare l’attenzione sulla posizione delle donne, sono stato felice di poterlo fare con lei».

10. Kolia, due mesi di palestra e incontri coi sopravvissuti

Maxim Emelianov per prepararsi al suo ruolo ha cercato su internet documenti sulla Cecenia e sull'Afghanistan e ha voluto incontrare le persone che avevano vissuto in prima persona i conflitti.
Fisicamente è stata necessaria una preparazione di due mesi per costruire la massa muscolare e un aumento di peso.
«CAPISCO QUEL DOLORE». L'attore ha raccontato poi come si è avvicinato psicologicamente al suo ruolo: «Mi sono immaginato la storia di Kolia: non ne ho parlato con nessuno, ma avevo bisogno di capire chi fosse e perché fa ciò che fa... Per me Kolia è un ragazzo vissuto sempre solo con la madre e oggetto di molte prepotenze... È una situazione sempre più comune in Russia: si trovano dei bambini che nei collegi chiamano l’insegnante “mamma”. Io l’ho vissuto, quindi capisco il dolore di Kolia».

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