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LA MODA CHE CAMBIA 15 Marzo Mar 2015 1700 15 marzo 2015

McQueen e la moda: sangue, sudore e chiffon

La vita dello stilista suicida nel 2010 è emblematica. Stress e fatica nascosti dal lusso.

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Lo stilista Alexander McQueen con Elton John.

In questi giorni di tripudio per l’apertura della mostra 'Savage beauty', dedicata ad Alexander McQueen al Victoria&Albert museum di Londra, che rivisita in chiave colta e più ricca l’omonima esposizione allestita dal Metropolitan nel 2011, un libro ricorda la parabola del geniale sarto (non avrebbe mai tollerato di essere definito semplicemente stilista), morto suicida nel 2010.
LE SIMILITUDINI CON GALLIANO. Nel volume, che si intitola Gods and Kings ed è scritto da Dana Thomas, già autrice del best seller Deluxe, saggio-inchiesta durissimo sulla massificazione del lusso, la vicenda umana e professionale di McQueen viene affiancata a quella di John Galliano, con il quale non mancano le similitudini: entrambi nati in contesti popolari e in famiglie poco acculturate se non violente come quella di McQueen.
INFANZIA E ADOLESCENZA DIFFICILI. Entrambi dediti all’abuso di alcol e di sostanze stupefacenti e sessualmente rapaci (ancora e soprattutto McQueen, sottoposto a violenza da uno zio); entrambi vessati e vittime di bullismo a scuola per la loro omosessualità (molto evidente quella di Galliano, a lungo nascosta quella di McQueen, a causa del contesto sociale brutalmente omofobo); entrambi artigiani geniali, sia nell’illustrazione (Galliano) sia nel taglio e nella confezione (McQueen, entrato giovanissimo nella stessa sartoria che tuttora serve Carlo d’Inghilterra, Anderson&Sheppard di Savile Row, la strada dell’eleganza maschile di Londra). Entrambi andati all’inferno, uno solo tornato indietro.

Galliano ha avuto una seconda chance, McQueen no

Un ritratto del bad boy della moda francese: John Galliano.

A soli quattro anni da quella scellerata notte al bar Perle di Parigi dove, ubriaco fradicio, lanciò offese sessiste e antisemite a una coppia, Galliano è tornato a disegnare vestiti meravigliosi proprio per il brand dove meno avremmo ritenuto adatto vederlo, Martin Margiela, ora posseduto da Renzo Rosso.
SCHIACCIATO DAL LAVORO. McQueen non ha più la possibilità di farlo. Si è impiccato l’11 febbraio del 2010, e ricordo ancora con imbarazzo e amarezza l’intervista che feci a Robert Polet, all’epoca numero uno del gruppo Gucci, pochi giorni dopo la sua tragica scomparsa, quando nessuno sapeva cosa dire oltre alle solite parole di circostanza perché nessuno avrebbe avuto il coraggio e la voglia di dire la verità, e cioè che chiunque sarebbe schiantato sotto il peso di 32 fra collezioni e lanci all’anno e che forse, senza il ricorso a qualche paradiso artificiale, McQueen si sarebbe stretto una cintura al collo prima.
OSSESSIONATO DA SESSO E VIOLENZA. Il libro di Dana Thomas racconta questo e molto altro, al termine di una raccolta di testimonianze massiccia e di memorie personali molto acute e circostanziate, non ultima quella relativa allo snobismo estetico di Galliano, che fin da adolescente lo portava a sbeffeggiare la bruttezza o la non eleganza di chi incontrava (e che ci lascia intendere come l’episodio del bar Perle sia stato solo uno fra i tanti) oppure l’ossessione di McQueen, bambino abusato, per il sesso e la violenza.

Nella moda non c'è più spazio per l'arte

Alexander McQueen ha saputo sempre fondere la sua estetica assolutamente innovatrice ad un'impeccabile sartorialità, secondo quello che era il suo credo: «Devi conoscere le regole per non rispettarle. Io sono qui per questo, per demolire le regole, mantenendo però la tradizione».

Ma non sono certo questi, gli episodi pur disturbanti, talvolta davvero sconcertanti, a lasciare senza fiato. Il punto sul quale riflettere è un’affermazione di Antoine Arnault, figlio di Bernard, patron del gruppo LVMH, ora direttore generale di Berluti e presidente di Loro Piana: «Non c’è spazio per l’arte nella moda oggi. Se (i designer) avessero voluto essere degli artisti, avrebbero dipinto o scolpito. Invece, creano abiti e borse e prodotti fatti per essere venduti in grandi quantità».
OLTRE L'ARTE RIPRODUCIBILE. È un passo, anzi molti passi oltre l’arte riproducibile di Marcel Duchamp. È la verità che risiede al termine degli show milionari montati per incantare chi poi comprerà profumi e, al massimo, scarpe; la verità sugli abiti spettacolari visti in passerella che non finiscono mai nelle boutique semplicemente perché non vengono prodotti, sostituiti da gonne e camicie che di quello spirito conservano quando va bene una stampa; la verità sugli eventi organizzati in boutique per dare alle clienti un po’ di gusto, di aria, di flair di una vita che si presume e si immagina scintillante, e che come tale continua a essere proposta per non perdere di allure su chi vive ogni giorno inchiodato alla scrivania senza immaginare che nella moda si fa altrettanto.
Lo si fa con gli stessi cartellini timbrati all’entrata e all’uscita, con le stesse mense, ma con ritmi ben più serrati e uno sfoggio di crudeltà (estetiche, di status, di cultura), in cui i gossip sui dildo dati da lavare agli stagisti di McQueen rappresentano davvero l’ultimo dei temi.
I GIOVANI STILISTI RIMANGONO DELUSI. Il tema vero è, piuttosto, quello che si aspettano i giovani quando approcciano questo mondo, sprovvisti di tutto e soprattutto del senso della realtà. Mi intenerisco quando li sento parlare di «visione della donna» e mai di prodotto, mostrando così una fragilità di visione rispetto alle richieste del mercato, così come mi allarmo quando li ascolto definire le loro collezioni come prodotti, esibendo al contrario una scarsità di visione che, alla lunga, li porta a diventare costruttori di gonne in serie per i centri commerciali.
«C’è gente con cui ho lavorato che non capirà mai che non creiamo yogurt o mobili», si lasciò scappare Nicolas Ghesquière, ora direttore creativo di Louis Vuitton, prima di abbandonare Balenciaga. È vero. Ma adesso, il compromesso per mettere la propria firma sotto il brand Vuitton, di Gucci o di Balenciaga è di mettere quanta più frutta possibile in quello yogurt.
Altrimenti, c’è sempre la sartoria di quartiere o il riserbo isolato dei Capucci. Che, però, funziona solo quando se ne possiede lo stesso genio. In caso contrario, la macchina del marketing diventa indispensabile. E quella macchina fabbrica solo quintali di yogurt.

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