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LA MODA CHE CAMBIA 22 Marzo Mar 2015 1844 22 marzo 2015

Cultura e informazione sono un lavoro. E vanno pagate

Oggi i giovani pretendono tutto gratis. Ma se da grandi faranno i creativi, chi li stipendierà?

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La Reggia di Venaria aderisce a #MuseumWeek, la campagna dei musei su Twitter.

Chiacchierata in università con gli studenti del nuovo semestre.
Dopo poche battute, si finisce a parlare di editoria online e di autorevolezza dell’informazione, con i seguenti risultati: nessuno si fida di siti non riconosciuti e cerca la “griffe”, cioè le testate prestigiose, fatte di giornalisti veri e meglio ancora famosi.
Sfoglia sempre blog autonomi e commenti sparsi (pur riconoscendo di perdere tempo, nella maggior parte dei casi) e, quando vi trova notizie interessanti, ne cerca e talvolta ne aspetta la verifica sulle suddette testate.
«Sul web gira di tutto, prof, chi ci dà la garanzia della validità di quello che ci troviamo?».
La notizia sarebbe confortante, soprattutto per me che scrivo anche su Lettera43.it, se non fosse seguita dalla precisazione che questo contenuto autorevole, ricco e attraente, per la maggior parte dei giovani debba essere gratuito.
Molti di loro vogliono fare i giornalisti in futuro; naturalmente pagati, meglio ancora bene.
L'AUTOREVOLEZZA HA UN COSTO. Ma non hanno mai preso in considerazione il più ovvio dei temi. E cioè che l’autorevolezza di un’informazione data dalla ricerca e dalla selezione delle notizie, dalla loro verifica sul campo, da una scrittura piacevole e sintatticamente corretta, costa in termini di tempo, impegno e denaro.
E che quel tempo, quell’impegno e quel denaro profuso in condizioni di rischio imprenditoriale, piccolo o grande che sia, devono avere una contropartita in denaro almeno uguale.
Insomma, vogliono essere pagati per fare un mestiere di cui non vogliono pagare il prodotto, e dunque neanche chi lo fa, che in futuro saranno loro stessi.
«MA NON BASTA LA PUBBLICITÀ?». Un'eccezionale contraddizione, in cui il nodo della pubblicità («ma non basta a mantenere i giornali?») è assolutamente relativo, perché non tocca il cuore della questione, cioè la gratuita dell’informazione e, in generale, della cultura, che tanti ritengono un diritto non solo inalienabile (e, di nuovo, per fortuna), ma un diritto di cui godere gratuitamente.

La lista delle cose che sono disposti a pagare? Totalmente schizofrenica

Il ministro della Cultura, Dario Frnceschini.

Questo non accade solo in Italia, ma anche all’estero.
Da qualche giorno, per esempio, sta facendo scalpore la diatriba fra Fashion Copious e Condé Nast, che ha chiesto al blog di non pubblicare più copertine e redazionali contenuti all’interno di Vogue Germania, suscitando la reazione stizzita del fondatore, John Haro: per lui, il web dovrebbe essere «luogo di condivisione» e dunque citare modelle, fotografo e crew del servizio è una condizione sufficiente di tutela.
Peccato che, in questa “condivisione”, l’unico che guadagni sia lui, non certo gli autori del servizio o le modelle, che giustamente vantano un diritto all’immagine, così come fotografo e giornalisti un diritto d’autore.
UN'EQUAZIONE CHE SFUGGE. L’idea che la pubblicità non basti a mantenere l’informazione e la cultura, e che questa stessa pubblicità dipenda in linea diretta da chi ha la disponibilità per pagare i prodotti pubblicizzati, e che dunque viene remunerato per il lavoro che svolge, non li sfiora. Questa equazione banale sfugge loro completamente.
L’elenco dei contenuti che i giovani, cioè i consumatori parziali di oggi e totali nei prossimi anni, sono disposti a pagare, è anzi totalmente schizofrenico, confusamente ideologico e ignaro delle più elementari regole economiche.
FILM SÌ, MUSICA E MUSEI NO. In estrema sintesi: no all’informazione, sì al cinema perché «fare un film costa».
No alla musica «perché tanto la rubacchio qui e là», no ai teatri e ai musei «che devono essere gratuiti».
Scolarizzazione e università dipende: tanti di loro vorrebbero frequentare master privati, ma non lo fanno per ragioni di costo, e allora ripiegano sull’università pubblica, senza nemmeno domandarsi se la qualità offerta dai primi sia paragonabile a quella della seconda o confrontare programmi e validità dei diplomi ottenuti.
ALL'ESTERO PERÒ PAGANO. Ma, dovessero andare all’estero, pagherebbero certamente tutto: teatri, musei, scuole. Tanti di loro lo fanno già, o l’hanno già fatto nei soggiorni estivi.
Talvolta, persino orgogliosi di aver “sborsato” tanto. Ma dal loro Paese vogliono cultura, informazione e intrattenimento gratis, senza neanche rendersi conto che lo dichiarano dai banchi di facoltà (letteratura, musica, spettacolo) che, con queste premesse, li metteranno nelle condizioni di dover, appunto, lavorare gratis, in qualunque funzione lo svolgeranno: creativa, ma anche di servizi.
Nei suoi prossimi decreti, il ministro Dario Franceschini dovrebbe provare a inserire la voce «promozione del valore economico della cultura».
Cultura è produzione. La cultura è un lavoro.

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