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INTERVISTA 2 Aprile Apr 2015 1825 02 aprile 2015

Luca Tom Bilotta: «Scrivere in Italia? Meglio l'America»

Ignorato da noi. Esaltato negli Usa. Bilotta, autore del romanzo The orange hand: «Ho conquistato l'agente di Ken Follett. E in Canada ci faranno una fiction tivù». 

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A 31 anni ha già vissuto tre vite.
Il bergamasco Luca Bilotta è stato un giornalista sportivo, dai campi di provincia alla Serie A. Poi direttore di un mensile economico territoriale. E ora scrittore.
Nel 2013 ha vinto un concorso internazionale per autori emergenti, ma le grandi case editrici italiane l'hanno snobbato.
NELLA SCUDERIA DI KEN FOLLETT. Il suo romanzo d'esordio, The orange hand, è stato pubblicato da una piccola realtà pesarese, mentre nel frattempo lui faceva passi da gigante negli Stati Uniti.
È entrato nella scuderia di Albert Zuckerman, agente letterario di Ken Follett e fondatore della Writers house.
Così ha conosciuto l'autore dei Pilastri della Terra in quello che a Lettera43.it ha descritto come «uno dei giorni più belli della mia vita», mentre i diritti del suo romanzo venivano venduti per realizzarci una fiction tivù prodotta tra Canada e Usa. Ad aiutarlo nel suo sbarco oltreoceano, il suo stile di scrittura «lineare e cinematografico, semplice da tradurre in inglese».
LA TESTA AL MERCATO AMERICANO. Ora anche i grandi editori italiani se ne sono accorti, ma è lui a frenare perché ha altri progetti: «Ho avuto contatti con Longanesi, mi hanno parlato di un interessamento di Sperling & Kupfer, ma sto aspettando, prima voglio che esca il mio secondo romanzo».
Perché? «Avrà un sistema di lettura innovativo, che ho appena brevettato, e potrebbe cambiare le prospettive della mia carriera e il prodotto che potrei offrire a un editore».
E poi è totalmente assorbito dall'avventura oltreoceano, tanto che il suo primo nome, Luca, «sta scomparendo», sostituito da quel Tom che è un omaggio al nonno e che «fa tanto italo americano».
E pensare che in Italia gli dicevano che «un italiano che scrive thriller ambientati negli Usa non potrà mai funzionare».

Luca Tom Bilotta con Ken Follett (Foto ©Maurizio Valentini).

DOMANDA. Il suo primo romanzo, The Orange Hand, ha un protagonista che le assomiglia un po'.
RISPOSTA.
Sì. Come me è stato un giornalista che poi diventa scrittore. E come me ha iniziato facendo il ghost writer per delle biografie. Io però non sono di origini canadesi.
D. Anche lei è stato giornalista.
R.
Ho iniziato da cronista sportivo, sui campi di provincia. Facevo le cronache delle partite che arbitravo, anche se non era proprio corretto. E l'arbitro prendeva sempre otto in pagella.
D. Poi?
R.
Io sono uno che va avanti ponendosi degli obiettivi e ha bisogno sempre di nuovi stimoli. Dopo aver seguito per quattro anni e mezzo l'Atalanta ho lanciato un mensile di economia territoriale su Bergamo e l'ho diretta per sei anni.
D. E ha lasciato anche quello. Come mai?
R.
Un po' perché fin da bambino volevo scrivere romanzi, un po' perché la crisi mi avrebbe imposto di licenziare dei dipendenti e ho preferito licenziarmi.
D. E nel 2013 ha vinto il premio internazionale 'I nuovi autori letterari'. Ma non è bastato a convincere le case editrici italiane.
R.
Ho avuto contatti con diversi editori grossi come Longanesi e Nord, ma nessuno ha mai dato risposte certe. Finché non ho trovato David and Matthaus, una piccola casa editrice di Pesaro, che l'ha pubblicato.
D. Quanto è difficile essere uno scrittore esordiente in Italia?
R.
Non è difficile, è impossibile. Ci sono più aspiranti scrittori, ma si legge sempre di meno. Anche il self publishing, che in America consente a uno scrittore di farsi leggere, in Italia è uno strumento per case editrici a pagamento. È un business che lucra sulle speranze di chi vuole scrivere e le infrange.
D. E le grosse case editrici?
R.
Non leggono i manoscritti che vengono inviati. Da una parte ne ricevono tanti, ed è vero, ma dall'altra prediligono pubblicare autori esteri che hanno già venduto nel loro Paese d'origine e garantiscono un ritorno economico.
D. Farsi pubblicare negli Usa è stato più semplice, invece?
R.
Abbiamo inviato mail a diverse agenzie. Tra chi mi ha risposto c'erano quella che gestisce Michael Connelly e quella che si occupa di Ken Follett. Ho scelto la seconda: la Writers house di Albert Zuckerman. È stato proprio lui a credere in me.
D. E adesso diventa una serie tivù.
R.
Tramite conoscenze ho avuto modo di contattare questo broker televisivo italiano che lavora in Canada, a lui il romanzo è piaciuto e diventerà una fiction che andrà in onda inizialmente in Canada. Si comincerà a girare a maggio.
D. Lei ha collaborato alla stesura della sceneggiatura. Quanto è importante aver avuto questa opportunità?
R.
Lo considero un grande privilegio, perché è sempre molto difficile che uno scrittore venga coinvolto nella stesura di una sceneggiatura tratta da un romanzo di cui ha venduto i diritti. Io ho avuto un ruolo marginale, ma mi hanno chiesto il mio punto di vista su diverse questioni.
D. Per esempio?
R.
Hanno dovuto riequilibrare le location, perché il romanzo è per tre quarti ambientato a Milano e a loro sarebbe costato troppo. La fiction sarà un 60% negli Usa e 40% a Milano. Comunque non hanno stravolto la mia opera, e lo apprezzo.
D. Altri progetti?
R.
Un nuovo libro, Anatole, esce a fine giugno sul mercato anglofono. In Italia non si sa. È un thriller ambientato tra il proibizionismo e gli Anni 60, con un compositore jazz come protagonista. E una sorpresa.
D. Quale?
R.
Sarà un libro diverso. Ho brevettato un sistema di lettura che prevede l'inserimento tra le pagine di file musicali che partono in automatico, mentre si legge. Un romanzo con una colonna sonora.
D. Ci sono scrittori a cui si ispira?
R.
Ho due grandi passioni: il thriller e la storia. I miei punti di riferimento sono Renzo De Felice, Giampaolo Pansa, Ken Follett che è un mostro sacro e ho avuto la fortuna di poter conoscere, Jo Nesbø. Non mi dispiace nemmeno Glenn Cooper.
D. Un'altra passione sono gli Stati Uniti, che lei sceglie per ambientare i suoi romanzi.
R.
Sì, amo San Francisco e Sausalito, una piccola cittadina dove si svolge The Orange Hand e mi piacerebbe trasferirmi in futuro. Le vicende di Anatole, invece, accadono a Hollywood. Sono stato in California più di una volta. E poi ambientare negli Usa è più semplice in ottica cinematografica.
D. Il sogno americano l'ha realizzato. Cosa resta nel cassetto?
R.
Scrivere un romanzo storico che tratti la Prima o la Seconda guerra mondiale. O magari due romanzi collegati.

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