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ANTICIPAZIONE 4 Aprile Apr 2015 1145 04 aprile 2015

«Love & the City», l'esordio narrativo di Lidia Di Simone

Da Londra a Milano, tra scandali e sogni. In libreria il primo romanzo femminile ambientato nel mondo delle archistar. Ecco un estratto in esclusiva.

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Amanda, detta Maddie, non ha ancora 30 anni e un corpo da atleta.
Lo era davvero, fino a pochi anni fa, quando un Suv l'ha investita, una sera, mentre si allenava, mettendo fine alla sua carriera. Maddie era l’astro nascente delle Olimpiadi di Londra, dove secondo tutti i pronostici sarebbe arrivata sul podio più alto: purtroppo, invece di correre gli 800 come una gazzella, ha dovuto prendere in mano la sua vita e giocare una nuova mano con le carte che il destino le ha riservato.
Si è laureata in architettura e adesso sta per iniziare una nuova carriera – anche se per ora solo come stagista – in un prestigioso studio londinese (che somiglia molto a quello di Norman Foster, affacciato sul Tamigi).
Qui Maddie incontra due persone che cambieranno il suo destino: la cinese Eli Ching, che commissiona agli architetti inglesi un nuovo quartiere da costruire a Shanghai, e il superboss dello studio, archistar acclamata, scozzese burbero almeno quanto affascinante. Il suo nome è Alistair Wolf, Mr Wolf.
L'ESORDIO NARRATIVO DI LIDIA DI SIMONE. Maddie ancora non sa quante sorprese le riserva la sorte, quali emozioni possano palpitare dietro le pareti di cristallo dello studio Wolf, quanto il lavoro e i sentimenti somiglino alla corsa: devi allenarti, e crederci davvero, per arrivare alla meta. Dalla timidezza nascosta sotto i suoi jeans da brava ragazza a un tailleur di Gucci mozzafiato, dall’incredibile incontro al buio al 68esimo piano di un grattacielo in costruzione, alla Cina, Maddie entra in un turbine di emozioni difficili da controllare. Solo allontanarsi può chiarirle le idee. E sarà a Milano che Maddie approda, nella città dove fervono i lavori per l’imminente Expo 2015, alla ricerca delle proprie radici italiane e di un nuovo equilibrio. Ma con Mr Wolf è sempre come stare su una trave sospesa nel vuoto, e senza nemmeno il casco da cantiere. Le emozioni fortissime di un’attrazione pericolosa si uniscono alla fiaba di una ragazza coraggiosa, che non si arrende anche quando tutto sembra perduto.
Al suo esordio narrativo, Love & the City, Lidia Di Simone - oggi caporedattore di Focus Storia - ci regala una commedia romantica e freschissima, come la sua protagonista, anticonformista e piena di energia, tra lo skyline di Londra e quello, ogni giorno nuovo, della Milano dell’Expo, con i suoi scandali e i suoi sogni. Ecco una breve anticipazione.

Capitolo 1

Qualcuno ha scritto che la vita è come una scatola di biscotti. Non sai mai quello che ti capita. La confezione è accattivante, ammicca e ti promette delizie, magari il danish butter che si scioglie in bocca o il cookie con i pezzi grossi di cioccolato. Poi infili la mano e ne peschi uno peggiore dell’altro, frollini gommosi che si attaccano al palato e ti lasciano un sapore di stantio in bocca. A me stava capitando la serie nera. Com’è che dice la canzone? Non puoi avere sempre quello che vuoi, baby.

I miei passi risuonano nel silenzio. Mi stanno scoppiando i polmoni, ho un sapore amaro in bocca, il fegato mi fa male, le gambe procedono rigide, legnose, niente funziona come dovrebbe. Eppure non voglio mollare. Continuo ad aumentare l’andatura, dal mio smartphone mi sprona un brano rock. Mi sono rialzata, adesso devo solo cercare di tenere il ritmo, o almeno provarci. È prestissimo, non c’è nessuno in questa zona della città e io corro come non facevo da tanto. Come prima, nella mia vecchia vita. Intanto, metro dopo metro, sto doppiando il centro commerciale, una robetta da niente per me.
Eccolo. Il dolore comincia a farsi sentire, vivo e pulsante, ma stringo i denti e continuo imboccando la Stratford Walk. Supero l’Aquatics Centre e inizio ad avvertire le fitte. Non vengo qui da più di due anni, da quando è cambiato tutto. Lancio uno sguardo all’ovale olimpico, ma lo vedo attraverso un velo di lacrime. Colpa della fatica. Maddie non piange, Maddie stringe i denti e va avanti. Prima avrei fatto quel percorso in pochi istanti, adesso arranco. Tengo duro, giro attorno allo stadio, davanti a me c’è la torre di Anish Kapoor, di lato il fiume Lea. Cerco di aumentare ancora un po’ il ritmo, ormai ho fatto più di metà del perimetro. Lì dentro c’è l’anello, la pista che avrei dovuto percorrere per vincere, per mettermi quella maledetta medaglia al collo.

Accelero. In quel momento sento una fitta lancinante. Il ginocchio si piega senza preavviso, la gamba cede e cado. Mi mordo le labbra. Maddie non piange, Maddie grida in silenzio, manda un insulto a chi le ha fatto male, impreca contro il mondo, ma senza audio. Nessuno mi sentirà urlare. E Dio, se vorrei farlo!
Il dolore è come un cane famelico che affonda i denti nella mia carne e non mi molla neanche un istante. Speravo che stavolta... Eppure dovrei saperlo, ormai, ci sono abituata. Mi guardo le mani, mi sono sbucciata i palmi, sto sanguinando. Non è niente, poco più che un’abrasione. Niente rispetto al giorno dell’incidente. Piango e intanto ricordo il momento in cui la mia vita è cambiata. Osservo con rabbia la struttura che ha reso orgogliosa la mia città. Avrei dovuto essere là dentro a battermi con gli altri. Era la mia occasione. Sento il clamore dello stadio, il silenzio prima dello start, lo scatto, la corsa interminabile eppure velocissima, il boato che arriva dagli spalti quando il fotofinish proclama il vincitore.

Mi rialzo con cautela, tastandomi braccia e gambe. Finalmente la fitta comincia ad allentare la sua morsa. Sono ancora tutta intera, almeno all’apparenza. Il mio corpo non funziona più, il ginocchio è massacrato, rattoppato da un mago della chirurgia che ha fatto il miracolo di rimettermi in piedi, ma non quello di riportarmi alle gare. Sono passati due anni dall’incidente che mi ha cambiato la vita. Tredici mesi dalla gara in cui avrei lottato per l’oro. Ero destinata al podio, lo scrivevano tutti i giornali, mi chiamavano “il cavallo di razza”, “la carta vincente”. Adesso sono un ronzino azzoppato. Mi rimetto l’auricolare, premo play e mi avvio zoppicando verso la fermata della Docklands Light Railway a cui sono scesa poco più di mezz’ora fa.
Il sogno è finito, è giorno fatto ed è ora di ritornare alla realtà. Lo stadio delle Olimpiadi di Londra 2012 è alle mie spalle.

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