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INTERVISTA 17 Aprile Apr 2015 0600 17 aprile 2015

Andrea Occhipinti: «Il cinema italiano è esportabile»

Tre registi a Cannes. Premi. Serie tivù di qualità. Il nostro audiovisivo «sta bene», dice il produttore Occhipinti a L43. «E ora più investitori. Imitiamo la Francia». 

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Matteo Garrone, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, insieme sulla Croisette, tornano a far sognare l'Italia che ama il cinema.
Non accadeva dal 1994 che ci fossero così tanti registi italiani in concorso a Cannes.
Il racconto dei racconti, Mia madre e Youth – La giovinezza sono i tra i film pronti a contendersi la Palma d'Oro.
E poco importa se solo uno su tre (Mia Madre di Moretti) parla italiano.
UN TALENTO DA ESPORTARE. Il cinema è un linguaggio universale, e il talento degli italiani val bene l'uso dell'inglese per essere esportato, soprattutto se è giustificato dalla presenza nel cast di attori come Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Jane Fonda, Salma Hayek e Vincent Cassel.
«Il cinema italiano sta bene», ha commentato il produttore Andrea Occhipinti a Lettera43.it, «è sempre più vocato all'esportazione».
«BENE ANCHE LE SERIE». Per questo Cannes può essere un'altra vetrina eccellente.
«È tutto il settore audiovisivo ad attraversare un buon momento, anche la serialità». Ma c'è ancora qualcosa da migliorare, soprattutto a livello normativo: «Bisogna aprire ad altri soggetti investitori». E c'è ancora troppa commedia.

Andrea Occhipinti, produttore cinematografico italiano. © Imagoeconomica

DOMANDA. Da oltre 20 anni non c'erano tre italiani a Cannes. Cosa ne pensa?
RISPOSTA. Dobbiamo essere orgogliosi. È il risultato del talento dei nostri registi, ma anche della capacità dell'industria italiana di pensare all'esportazione.
D. In che senso?
R.
Sono film ad alto budget e due di quelli in concorso sono in lingua inglese, come anche The other side di Roberto Minervini, tra i titoli della sezione 'Un certain regard'.
D. Che momento sta attraversando il cinema italiano?
R.
Molto positivo dal punto di vista dell'attenzione internazionale. Non solo per il cinema, ma per tutto l'audiovisivo. Ci sono tante serie che stanno vendendo bene anche all'estero. Tanti occhi sull'Italia.
D. Anche quelli della Croisette, evidentemente.
R.
Occasioni come Cannes facilitano l'esportazione dei nostri film, cosa che è e deve essere un obiettivo fondamentale, perché il mercato interno non basta.
D. Il film di Matteo Garrone e quello di Paolo Sorrentino sono coproduzioni con l'estero. Da sola l'industria italiana non ce la fa?
R.
La questione va vista in un'altra ottica. Ci sono film che hanno una maggiore vocazione per il mercato italiano e altri che invece possono rivolgersi a quello estero. Su questi progetti i partner stranieri vogliono essere coinvolti.
D. Una prassi sempre più diffusa.
R.
Sì, a volte siamo noi italiani a essere coproduttori minoritari in film stranieri. Esistono a livello europeo dei trattati di coproduzione che facilitano le alleanze per rendere poi più semplice il percorso di distribuzione nel Paese dove il film è coprodotto.
D. Ma in Italia si spende abbastanza per il cinema?
R.
Il cinema americano è un mondo a parte. Film ad altissimo budget, ma distribuiti su scala planetaria, e quindi con maggiori possibilità di recuperare l'investimento.
D. E in Europa?
R.
Abbiamo una quota di produzione elevata, seconda solo alla Francia, e dei budget medi. I francesi hanno budget medi più alti.
D. Perché?
R.
Perché il loro sistema di finanziamento è più vario e regolato. C'è più mercato. Ed è esattamente quello che noi chiediamo: innovazione, mercato e regole.
D. E in Francia come funziona?
R.
Le pay tivù contribuiscono alla produzione dei film, mentre da noi arrivano a posteriori. C'è una legge che limita i diritti che può prendere una televisione: questo dà l'opportunità di finanziare il singolo diritto attraverso diversi canali.
D. Insomma, sono più avanti?
R.
Diciamo che è un mercato più aperto e più ricco. Non a caso hanno il doppio degli spettatori rispetto a noi, più sale, producono di più e in maniera più varia, esportano molto.
D. E noi?
R. Stiamo facendo dei passi molto importanti in questa direzione, ma deve essere libero l'accesso ai fondi.
D. Il tax credit non basta?
R.
È uno strumento fondamentale e importante ed è messo in atto ovunque. Ci sono Paesi come l'Irlanda o alcuni Stati americani che danno incentivi fino al 40% di quello che si spende lì per invitare i produttori ad girare nel loro territorio. E funziona. Certo, se fosse di più sarebbe meglio.
D. Di più in che senso?
R.
Il tax credit esterno è fatto soprattutto da banche. Ci auguriamo che entrino nell'investimento dei film anche più aziende, magari con l'introduzione di società di finanziamento simili alle Sofica francesi: un intermediario che raccoglie più investimenti e investe in più film.
D. Se andiamo a vedere il Palmarès di Cannes, Nanni Moretti, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino sono nomi ricorrenti. Chi c'è oltre loro? Come sta il cinema italiano dal punto di vista autoriale?
R.
Non direi male. L'anno scorso a Berlino hanno vinto i Taviani, nel 2013 a Venezia ha vinto Sacro GRA, l'Oscar l'ha vinto Sorrentino, nel 2010 Elio Germano è stato migliore attore a Cannes. Ci sono film e serie tivù che stanno girando anche all'estero, come Gomorra e 1992.
D. Se si guarda la classifica del botteghino del 2014, però, per trovare il primo film italiano che non sia una commedia bisogna arrivare alla 21esima posizione, con Il Giovane favoloso di Mario Martone. Colpa di un pubblico immaturo?
R.
Il problema, secondo me, è a monte ed è editoriale. La maggior parte dei film italiani, soprattutto commedie, vengono finanziati dai due grandi gruppi televisivi. Se ci sono solo due editori che rincorrono quel modello lì è un limite in termini di varietà e di tipologia di film.
D. E come si risolve il problema?
R.
Ci vorrebbero più soggetti che finanziano i film. Se il ruolo del produttore indipendente fosse più pesante, si rischierebbe meglio in altre direzioni. Adesso, spesso, se si presenta un film così agli editori, questi dicono che vogliono fare le commedie perché funzionano meglio.

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