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FRANCIA 17 Aprile Apr 2015 1617 17 aprile 2015

Charb, libro postumo del direttore di Charlie Hebdo

L'opera dell'ex n.1 della rivista satirica: «Non esiste islamofobia, solo razzismo. Sinistra paternalista».

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Il direttore del giornale satirico 'Charlie Hebdo' Charb (Stephane Charbonnier), ucciso durante l'assalto del 7 gennaio nella redazione del settimanale, mostra la copia del giornale con una vignetta che rappresenta Maometto nel settembre 2012.

Dodici morti, undici feriti, il volto deturpato della République.
Gli estremisti islamici che nel gennaio 2015 fecero irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, massacrando metà dei suoi redattori, avevano un solo obiettivo: ridurre il noto e controverso settimanale satirico francese al silenzio.
L'indignazione per quel vile attacco terroristico fu globale, intensa e trasversale, ma durò poco.
«SE LA SONO CERCATA». Nel giro di qualche settimana, da Parigi a Washington, nei circoli intellettuali di un Occidente incapace di difendere se stesso - libertà, uguaglianza, fratellanza - è tornata a farsi strada l'idea che in fondo, in qualche modo, quei blasfemi di Charlie se la siano cercata.
Perché la libertà di espressione, sussurrano i liberal timorati di Dio, non è libertà di offendere la fede altrui.
CENSURA DOPO L'ATTENTATO. È successo così che nei mesi successivi all'attentato spettacoli, opere d'arte, film, incontri letterari siano stati censurati, o si siano autocensurati, nella Francia patria della libertà di espressione (chiedere all'umorista francese Patrick Timsit, costretto a cambiare la locandina del suo spettacolo, o al regista Cheyenne Carron, autore del film L’Apostolo ritirato dalle sale di Nantes), ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Charbonnier fa discutere la Francia anche da morto

L'ultima vignetta profetica del direttore di Charlie Hebdo, Stéphane Charbonnier detto Charb uscita il 7 gennaio. Sotto al titolo Ancora nessun attentato in Francia è stato raffigurato un terrorista islamico con la barba e il mitra sulle spalle che dice: «Aspettate! Abbiamo tempo fino alla fine di gennaio per fare gli auguri».

Per fortuna dei miscredenti e sfortuna dei devoti, però, Stéphanne Charbonnier, ucciso assieme ai suoi colleghi in quella cupa mattina di gennaio, non ha alcuna intenzione di morire.
E dalla tomba torna a far discutere la Francia.
Il 16 aprile è uscito il suo libro postumo, che aveva terminato di scrivere proprio pochi giorni prima dell'assalto jihadista alla redazione del giornale: Lettera aperta ai truffatori della islamofobia che fanno il gioco del razzismo. L'Obs ne ha anticipato alcuni stralci.
Charlie, scrive Charb, non è mai stato un «giornale islamofobo», con buona pace di tutti quelli che negli anni l'hanno accusato di solleticare con le sue vignette lo spirito anti-musulmano, di fomentare l'odio, di provocare i fedeli di Allah.
LA RELIGIONE NON C'ENTRA. «I militanti comunitaristi che cercano di imporre alle autorità giudiziarie e politiche la nozione di “islamofobia” non fanno altro che spingere le vittime di razzismo a dichiarasi musulmani (...) Se domani i musulmani di Francia si convertissero al cattolicesimo o rinunciassero a ogni tipo di religione, il discorso dei razzisti non cambierebbe: questi stranieri o questi francesi di origine straniera sarebbero sempre designati come i responsabili di tutti i mali».
IL CORANO INTESO COME L'IKEA. Avere paura dell'Islam, scrive Charb, «è senza dubbio stupido, assurdo e tanto altro ancora, ma non è un reato. Il problema non è né il Corano né la Bibbia, ma il fedele che legge il Corano o la Bibbia come le istruzioni di montaggio di uno scaffale Ikea».

Sinistra «borghese, bianca» ammalata di «paternalismo»

Una vignetta pubblicata online dopo l'attacco alla redazione di Charlie Hebdo.

S'interroga, Charb, sul razzismo insito nella stessa parola islamofobia, divenuta patrimonio di una sinistra intellettuale «borghese, bianca» e ammalata di «paternalismo», che dietro il paravento della tolleranza e della difesa delle diversità, finisce per riprodurre e giustificarne l'isolamento, la discriminazione dei musulmani.
«ISLAM PERMALOSO». «In virtù di quale stramba teoria l'humour sarebbe meno compatibile con l'islam piuttosto che con qualsiasi altra religione? Se si lascia intendere che si può ridere di tutto tranne certi aspetti dell'Islam, perché i musulmani sono molto più permalosi del resto della popolazione? Non è discriminazione?».
RESPONSABILITÀ DEI MEDIA. I media, nel discorso di Charb, sono tra i principali responsabili di questa mistificazione.
Scrive il vignettista a proposito delle caricature di Maometto - pubblicate da un giornale danese - che nel 2006 avevano infiammato tutto il mondo islamico: «È perché i media hanno deciso che la riproduzione delle caricature di Maometto non poteva che scatenare la furia dei musulmani che questa pubblicazione ha effettivamente provocato la rabbia di qualche associazione musulmana».

«C'è solo solo questo vecchio, orrendo e immortale razzismo»

Parigi: un agente di polizia davanti alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo.

Forse conferendo alle comunità musulmane europee un livello di autonomia ed emancipazione rispetto alla cultura egemone nelle loro società di origine - dominata da una interpretazione coercitiva dei testi sacri - che esse non hanno ancora raggiunto, e forse non ambiscono a raggiungere, Charb arriva ad affermare che non esiste l'islamofobia, ma che essa è solo un alibi per la censura.
«C'è solo solo questo vecchio, orrendo e immortale razzismo. Un razzismo di cui sono vittime le popolazioni musulmane».
BLASFEMIA=DEMOCRAZIA. Un discorso sulla necessità di mettere in discussione il potere, qualunque forma esso abbia, umana o divina, ripreso anche dall'attuale direttore di Charlie, Gérard Biard, in un messaggio inviato al festival del giornalismo di Perugia il 17 aprile.


«Siamo stati spesso accusati di essere provocatori, perché abbiamo usato il diritto della libertà di espressione, della libertà di satira, della libertà di caricatura e della libertà di blasfemia», dice Biard.
Ma «la blasfemia per noi è importante, non perché sia un piacere bestemmiare o insultare il potere divino. È importante perché è una forma di contestazione dell'autorità. E questo in democrazia è fondamentale. Se una democrazia proibisce la blasfemia, se la punisce con la legge, non è più una democrazia, perché punisce la contestazione dell'autorità».

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