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INTERVISTA 18 Aprile Apr 2015 1315 18 aprile 2015

Matteo Thun: «Design italiano? Proteggiamolo»

Eccellenza. Stile. Punto di riferimento. L'Italia è in vetrina al Salone del Mobile: «Ma in questo mercato è dura resistere», dice l'architetto Matteo Thun a L43.

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Ha vinto tre volte il compasso d'oro, progettato alcuni degli edifici più belli del mondo, è stato direttore artistico per Swatch e nel 2004 è stato inserito nella Interior hall of fame di New York.
Da 30 anni Matteo Thun è uno dei simboli dell'eccellenza dell'architettura e del design italiano.
CON SOTTSASS A 28 ANNI. Classe 1952, nel 1980 si è trasferito a Milano, dove ha iniziato a collaborare con Ettore Sottsass.
Quattro anni dopo ha fondato il proprio studio e da lì è cominciata una storia che l'ha portato a essere tra i più famosi e premiati architetti del mondo.
Nel 2012 uno studio condotto dall'Osservatorio giornalistico internazionale 'Nathan il Saggio' l'ha eletto il migliore d'Italia per la stampa estera, con il 18,5% di citazioni positive.
TRA I PIÙ ATTESI AL SALONE. Anche nel 2015, come tante altre volte, è presente al Salone internazionale del Mobile di Milano, giunto alla sua 54esima edizione nazionale, la 37esima internazionale.
«Una piazza che attira tantissimi professionisti e aziende da tutto il mondo», ma che vede nel Fuorisalone la sua «carta vincente».
A Lettera43.it ha spiegato come sta cambiando il design italiano, che resta ancora «un punto di riferimento», ma deve essere salvaguardato e conservato.

Matteo Thun, architetto e designer italiano. © ImagoEconomica

DOMANDA. Il design italiano è sempre stato un punto di riferimento mondiale. È ancora così?
RISPOSTA.
Sì, assieme al design nordico e alla raffinatezza del Giappone.
D. E questa condizione è destinata a durare per sempre?
R.
No, dobbiamo salvaguardare l’eccellenza del Made in Italy ora. Altrimenti la vedo difficile.
D. Come si protegge?
R.
Tutti noi siamo chiamati in causa: designer e architetti, industriali, piccoli artigiani. E, ovviamente, il consumatore o chiunque abbia la facoltà di scegliere il design italiano. Solo se tutti noi crediamo nel 'fatto in Italia' possiamo fare massa critica per resistere su un mercato sempre più globalizzato.
D. Cosa è cambiato negli ultimi 30 anni?
R.
Da aziende medio-piccole guidate da famiglie e padroni si è arrivati a una conduzione da parte di fondi di investimento o per lo meno da grandi gruppi industriali.
D. E questo cosa comporta?
R.
Se prima bastava che il grande padrone si appassionasse a un’idea per realizzarla, oggi è gente estranea al settore della cultura e dell’estetica a scegliere quali prodotti introdurre sul mercato, quali aspetti progettuali sacrificare per ottenere un prodotto abbordabile.
D. Un pericolo?
R.
Sì. È qui, nell’ambito dell’efficienza economica, che il design italiano sta rischiando di più. Cosa sarebbe la storia del design italiano se non ci fossero le grandi icone che sembravano non essere commercializzabili, ma che comunque ci hanno portato fama in tutto il mondo?
D. Le nuove tecnologie e internet hanno avuto un ruolo nella sua evoluzione?
R.
Stanno influenzando tantissimo il mondo del design. Anche se io personalmente ho il privilegio di poter stare fuori da molte di queste logiche del tutto nuove.
D. È un discorso che riguarda soprattutto i giovani?
R.
Sì, sono loro che devono riflettere sullo sharing dei progetti e quindi su una nuova visione della proprietà intellettuale. Ma hanno anche il piacere di svincolarsi dalle logiche della produzione industriale e di poter sperimentare canali di vendita del tutto nuovi e precedentemente non esistenti.
D. Quali sono le tendenze più recenti?
R.
Noto che c’è una forte volontà nei designer di impegnarsi nell’autoproduzione pur di potersi esprimere al meglio e in modo libero. Io stesso ho lanciato la mia collezione Matteo Thun Atelier, ideata con il mio collaboratore Benedetto Fasciana e realizzata con artigiani italiani di altissimo livello. In questa prima edizione esploriamo il mondo della ceramica e del vetro.
D. Che rapporto ha il design contemporaneo con la tradizione dell'artigianato?
R.
Nel momento in cui da un lato le grandi industrie delocalizzano la produzione all’estero e sono sempre meno aperte alla sperimentazione di nuovi linguaggi, i designer si legano maggiormente all’artigianato locale per poter accedere alla massima libertà espressiva e alla massima qualità di produzione e dei materiali.
D. C'è una particolare attenzione all'ecosostenibilità? In che modo si applica?
R.
È un tema recentemente molto strumentalizzato a livello di comunicazione. Per cui vale la pena analizzare nello specifico chi si impegna davvero e in che dimensione.
D. In che senso?
R.
L’ecosostenibilità dovrebbe riguardare l’intero ciclo di vita di un prodotto, dalla provenienza locale e controllata dei materiali attraverso un risparmio energetico e di risorse in fase di produzione. Ma poi va considerato anche quanto longevo sia il prodotto in termini stilistici e qualitativi. E infine c’è lo smaltimento oppure la possibilità di riuso o di upcycling!
D. Quali sono i giovani designer più interessanti?
R.
Sono tantissimi... i più bravi fanno gruppo.
D. Lei è sulla breccia da 30 anni, ha vinto tanti premi e lavorato per numerose multinazionali. Come si resiste così a lungo ai massimi livelli? Come si fa a rinnovarsi sempre senza perdere il proprio stile? C'è un segreto?
R.
La curiosità nella vita quotidiana porta tantissimi stimoli. E poi vanno curate le proprie passioni per potersi rigenerare mentalmente e fisicamente. Penso che sia tutto qui il segreto.
D. Il Salone del Mobile di Milano continua a essere un appuntamento attesissimo. Che ruolo ha nel settore del design?
R.
È una piazza trade che attira tantissimi professionisti e aziende da tutto il mondo. Il Fuorisalone come contorno apporta un grande valore culturale. Qui si vedono contaminazioni con la moda, l’arte e il food, tutti temi molto italiani. Penso che sia questa la carta vincente. È questo connubio che fa sì che il Salone del Mobile riesca a confermare il suo posizionamento di anno in anno: la città vive!
D. Cosa si aspetta da questa edizione?
R.
Che sia il bel preludio a un’Expo ancora più bella.

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