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LA MODA CHE CAMBIA 26 Aprile Apr 2015 1614 26 aprile 2015

Quello che le giornaliste non dicono

La crisi delle grandi griffe? Colpa della noia infinita di abiti e negozi tutti uguali

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Una sfilata di moda.

Poche sere fa, ennesimo ritrovo nel nuovo monomarca (il primo, il secondo, boh, la conta delle 'aperture delle porte' mi stufava da morire anche quando ero costretta a presenziare a tutte) della «storica azienda pellettiera di famiglia». Da quando va di moda lo storytelling e sembra che nessuno compri neanche un tubetto di pasta dentifricia senza voler conoscere nel dettaglio la storia di Procter&Gamble, le famiglie sono «storiche» e di «grande tradizione» anche quando sono costrette a far passare il padre straccivendolo per un creativo del revamping.
LE LODI AL «VERO OTTONE». A guardarsi attorno, pare che questa nuova azienda storica usi una quantità di pellame risibile su normalissime shopper e sacche da viaggio in tela, tanto che la povera pr, tenuta per contratto a magnificare il prodotto, vanta le cerniere «in vero ottone» di un borsone da viaggio con gli stessi toni che userebbe per la saliera di Benvenuto Cellini. Gli spazi, oggettivamente eccessivi per tutta quella tela ma si sa che la moda ama fare le cose in grande e chissà quale sarà la ricaduta dell’affitto dei locali sul prezzo delle borse, sono popolati dalle teste di direttori a caccia di riconoscimenti sociali, blogger a caccia di ingaggi o almeno di una shopper gratis di cui vantare le virtù, perdigiorno a caccia di fotografi che testimonino della loro esistenza e venditori di pubblicità a caccia di soldi e dallo sguardo famelico.
LA COLLEZIONE? SOLO UN PRETESTO. L’aspetto fantastico e molto rivelatore di questa assemblea è che proprio nessuno, una volta omaggiata la proprietaria e l’amica pr, si sofferma a guardare la collezione: tutti parlano infatti del nuovo «posticino» appena scoperto, del creatore di profumi «che si trova solo nella vecchia profumeria di corso Genova, hai presente?» e soprattutto dei giovani designer scovati sul web, nuova e sterminata prateria di quell’eccezionalità che tutti perseguono pur essendo obbligati a sostenere la riproducibilità totale.

La noia infinita della moda infinitamente riproducibile

La collega che fa continuamente la spola con Los Angeles mi mostra orgogliosissima la sua nuova borsa in nappa grigia dalla chiusura che ricorda un po' certi borsellini turchi di una volta, offrendosi di mettermi in contatto con la ventenne che le vende esclusivamente su Internet. Una vecchia firma di costume che vive a Parigi esalta un nuovo 'naso' di cui scordo subito il nome.
GIORNALISTI NO LOGO. In uno spazio di duecento metri quadrati pieno di gente non c’è un solo logo visibile. Perché la verità, che nessuno vi dirà mai ma permettetemi di regalarmi anche io una piccola Festa della Liberazione ex post, è che i giornalisti di moda non indossano se non molto raramente la moda massificata di cui parlano con dovizia di superlativi sui loro giornali. Quelli che lo fanno, o sono gli stylist del designer, cioè stipendiati surrettiziamente per combinare i tanti pezzi della collezione in una sfilata e in una campagna pubblicitaria che abbiano un senso (deontologicamente non sarebbe il massimo ma, un po' per necessità, un po' per convenienza, molte case editrici lo tollerano), oppure sono dei parvenu del settore, cioè dei neofiti che credono di accreditarsi sfoggiando marchi famosi e soprattutto visibili (nella moda, il massimo della 'ciaffonaggine', come si dice in gergo, è presentarsi alla sfilata con il capo dello stilista addosso: quello è il ruolo riservato alle starlet e alle attrici prezzolate).
VINTAGE E STILISTI SCONOSCIUTI. Tutti gli altri acquistano certamente presso le grandi griffe, scegliendo il momento delle svendite a loro riservate, ma solo pezzi non identificabili: mai e poi mai il capo fotografato nella campagna pubblicitaria. Di preferenza, comprano vintage, oppure capi di giovanissimi stilisti conosciuti nei vari concorsi-fiere delle pulci, oppure accessori di artigiani sconosciuti, meglio ancora se scovati durante un viaggio di lavoro in paesi esotici, cioè mentre fanno posare le modelle con i capi che loro non indosserebbero mai o, ancora, mentre osservano sfilate da cui escono (non sempre, ci mancherebbe) storcendo il naso. Non potrebbe essere altrimenti: lo scouting non è solo la parte più divertente di questo mestiere, ma anche quella che offre maggiori soddisfazioni in termini di confronto professionale: vuoi mettere la soddisfazione di svelare per sommi capi, giusto per attizzare la curiosità dell’altro, l’identità del creatore della fantastica giacca che si indossa?
LA CRISI DI GUCCI. Datemi retta. Non è (stata) solo la crisi, a dare uno scossone ai bilanci delle aziende della moda multinazionale in Italia e in buona parte dell’Europa (l’ultima trimestrale di Kering, diffusa pochi giorni fa, evidenziava una flessione del 7,9% nelle vendite di Gucci a tassi di cambio costanti, mentre il direttore finanziario del gruppo, Jean Marc Duplaix, rassicurava il mercato sulla «priorità di dare nuovo impeto a Gucci»). È la noia infinita che questa moda infinitamente riproducibile e diffusa ovunque in negozi tutti uguali procura in ognuno di noi, e a questo punto aggiungo al 'noi' che di moda ci occupiamo anche le migliaia di donne che ormai, dopo oltre mezzo secolo di moda di status, non ritengono necessaria la griffe per sentirsi rassicurate ma, al contrario, valutano nella sua mancanza l’unicità del loro stile. Non preoccupatevi se non troverete questi marchi specialissimi sui giornali, se non raramente e molto nascosti: non avendo soldi da investire, vengono lasciati al buon cuore delle redattrici. Per questo, guardate con attenzione fra le rubriche delle firme dei giornali di moda, e molto fra quelle online delle grandi testate. Molto di quello che vale la pena sapere e scoprire, lo troverete lì.

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