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INTERVISTA 10 Maggio Mag 2015 1800 10 maggio 2015

Sapegno: «La lingua italiana umilia le donne»

Boldrini chiede di rispettare l'identità di genere. La docente Sapegno a L43: «Siamo discriminate, come in società». L'educazione? «Passa da scuola e tivù».

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La lingua italiana, pur avendo tutte le possibilità per offrire la parità di genere, continua a essere caratterizzata da uno scarto importante tra maschile e femminile.
L’uso di termini maschili per riferirsi a cariche ricoperte da donne ne è un esempio.
A riguardo si è pronunciata anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha sottolineato «l’esigenza dell’adeguamento del linguaggio parlamentare al ruolo istituzionale, sociale e professionale assunto dalle donne e al pieno rispetto delle identità di genere».
«LA LINGUA ITALIANA UMILIA LE DONNE». In altre parole, ruoli politici e amministrativi vanno declinati al femminile: la presidente, la deputata, la vicepresidente, la capogruppo, la ministra, la segretaria generale. Come raccomandano l’Accademia della Crusca e la Guida alla redazione degli atti amministrativi dell’Istituto di teoria e tecnica dell’informazione giuridica.
Ma la questione non si limita all'ambito politico. L’italiano, spiega a Lettera43.it Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e Studi di genere presso l’Università di Roma La Sapienza, è «una lingua che fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista». Una tendenza «che costringe le donne in un ruolo fisso e umiliante».

La presidente della Camera Laura Boldrini e, nel riquadro, Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e Studi di genere. 

DOMANDA. Da dove nasce questa divaricazione all’interno della nostra lingua?
RISPOSTA. Credo che la divaricazione tra la realtà nella quale ormai molte donne occupano posti di rilievo nella società e una lingua che ancora molto spesso le cancella con l’utilizzo del maschile abbia origini varie.
D. Per esempio?
R. In primo luogo il fatto storico che si tratta di un fenomeno relativamente nuovo, in secondo luogo la sensazione che la femminilizzazione dei termini, pur prevista dalla lingua italiana, produca una svalorizzazione del titolo (come nel caso di «segretario» e «segretaria», ad esempio) per fatti legati al rapporto gerarchico esistente tuttora tra maschile e femminile.
D. Perché crede che sia così difficile compiere questo cambiamento?
R. La lingua è un organismo vivo e dinamico, strumento fondamentale del nostro pensiero, attraverso cui diamo ordine ed esistenza al mondo intorno a noi. Per questo è in grado di rinnovarsi per coprire e descrivere tutto il reale, e nella realtà deve prendere atto sempre di più dell’esistenza di due soggetti sessuati. Le resistenze hanno a che vedere proprio con questo cambiamento, difficile per molti, che mette in discussione più in profondità di quanto non sembri.
D. Da dove si dovrebbe partire per cominciare a ottenere una parità linguistica, visto che il problema si pone già nelle scuole primarie?
R. Naturalmente il far riferimento alla scuola è fin troppo ovvio: nelle scuole primarie il problema non si ferma certo alle grammatiche, ma si estende alle immagini dei libri in cui le donne sono invariabilmente in casa e i papà escono al mattino per i lavori più importanti e interessanti, verso il mondo e l’avventura. Ma poi c’è l’aspetto cruciale della televisione.
D. Ovvero?
R. Gli italiani hanno appreso la loro lingua, che capivano pochissimo, a scuola ma soprattutto attraverso radio e tivù. Cosa dovrebbe impedire che apprendano, attraverso lo stesso mezzo, una lingua che nomina e racconta le donne, oltre agli uomini?
D. Non crede che il sessismo linguistico rischi spesso di essere ridotto solo alla scelta tra ministro e ministra?
R. L’esempio, cui potrebbero accostarsene altri, è particolarmente grottesco, e significativo, perché non è necessario e produce invece pasticci linguistici non da poco. Ma è solo la punta dell’iceberg di una lingua che fatica a liberarsi della sua profonda iscrizione sessista che costringe le donne in un ruolo fisso e umiliante.
D. Può un cambiamento linguistico portare un cambiamento culturale?
R. La lingua è una parte fondamentale della nostra cultura ed è quindi impossibile distinguerla da essa. Per entrambe i cambiamenti sono lenti e complessi e non è semplice intervenire nel processo. Ma senza dubbio la presa di coscienza dei problemi, la riflessione pubblica su di essi e alcune decisioni operative che fissino dei paletti, sono strade che una società può e deve prendere per favorire il cambiamento nella direzione dell’applicazione dei suoi principi fondanti.

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