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MOVIMENTI 11 Maggio Mag 2015 1934 11 maggio 2015

Bologna, com'erano gli anni della Pantera

Sgomberata dopo 25 anni l'Aula C di Scienze politiche. I ribelli dell'89 la raccontano così.

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Una foto in bianco e nero.
Claudio Lolli e Francesco Guccini seduti in cattedra. Alle loro spalle una lavagna con la scritta: «Non fumare». Entrambi i relatori hanno la sigaretta in mano. Accesa.
DALL'OCCUPAZIONE ALLO SGOMBERO. Era questa l'Aula C di Scienze politiche in Strada Maggiore a Bologna, spazio occupato un quarto di secolo fa dall'omonimo collettivo di ispirazione anarchica.
E sgomberato lunedì 11 maggio dalla Digos.

Claudio Lolli e Francesco Guccini nell'Aula C di Scienze politiche a Bologna (© Luciano Nadalini).


IL COLLETTIVO: «25 ANNI DI IDEE». l'Alma Mater ha commentato così: «Le decisioni della magistratura si eseguono e tutti le devono rispettare».
Dura la replica del collettivo: «Erano 25 anni che quell’aula esisteva e che veniva attraversata da idee, contro-informazione, socialità libera dalle logiche di profitto, senza possibilità di compromessi con la questura e chi per loro. Ora sperano che con un colpo di spugna tutto ciò possa sparire, dietro alla triste immagine di una porta chiusa e sigillata», scrivono in Rete.
«COSÌ ELIMINANO LA CRITICA». Il «merito», va detto, non è solo della Digos. «L’azienda Alma Mater Studiorum dal canto suo, con Dionigi (il rettore, ndr) in testa, ha colto l’occasione per sbarazzarsi del nemico interno. Ciò non ci stupisce», scrivono.
«Per questa macchina mangia-soldi che vede tra i propri finanziatori guerrafondai come Finmeccanica, devastatori come Eni e che ha come primario obiettivo la formazione della più indottrinata e mite manovalanza di mercato, l’eliminazione della critica (non costruttiva, sia chiaro) e del conflitto è evidentemente una necessità».
QUANDO A BOLOGNA GIRAVA LA PANTERA. Insieme con quell'ingresso, dove ora campeggia il cartello 'Locale sottoposto a sequestro dell'autorità giudiziaria', si è chiuso un altro pezzetto del movimento del 1989.
Quello della Pantera, delle proteste contro le privatizzazioni.
Che respirava sia l'eredità pesante, di piombo, del '77, sia il primo sentore dei movimenti internazionali.

La Bologna giocosa del 1989: partecipazione e creatività

Una Bologna colorata, quella del 1989. Giocosa.
Piena di spazi occupati in cui si sperimentavano forme di democrazia orizzontale e nuovi linguaggi artistici.
Dalle case del Pratello alla mensa il Pellerossa in piazza Verdi.
RIBELLI, NON ARRABBIATI. Una Bologna felice, forse. Perché «noi studenti, pur ribellandoci, sapevamo di avere davanti un futuro». E un altro mondo sembrava ancora possibile.
Cira Santoro ricorda quegli anni con il sorriso.
«Facevo parte del collettivo di Lettere», dice a Lettera43.it.
La sua aula non era l'ormai mitica C di strada Maggiore, ma quella Bianca, al 36 di via Zamboni.
Perché a Bologna, ieri come oggi, i numeri civici sostituiscono le facoltà come in una smorfia toponomastica. Così, il 38 è Filosofia, il 32 e il 36 Lettere. E, ancora, il 25 il Bar dello studente.
MARX COME INIZIAZIONE. Cira si è iscritta all'università nel 1985 e due anni dopo era nel collettivo di facoltà. «I settantasettini ci avavano accolto», racconta, «e come iniziazione dovevamo sostenere una specie di esame su Marx», ride.
Alla prima riunione, ammette, «non ci capii una cippa». Poi però il politichese veniva abbandonato e si discuteva di problemi concreti, di bisogni degli studenti. Dal diritto allo studio alla lotta alla privatizzazione dei servizi.

Protesta dei vassoi contro la privatizzazione della mensa universitaria, Bologna (Luciano Nadalini).


UNA NUOVA GENERAZIONE. Il movimento del 1989 era nuovo.
Soprattutto dal punto di vista generazionale. «Eravamo meno ideologizzati rispetto ai nostri fratelli maggiori», continua Cira.
«E proiettati verso l'Europa e i movimenti internazionali, forse inconsapevolmente».
I ragazzi del 1989 non erano rivoluzionari in senso stretto, o arrabbiati come quelli del '77.
Ma ribelli, quello sì. «Eravamo convinti che ci fossero altre le vie da percorrere, meno rigide rispetto a quelle ipotizzate negli Anni 70».
«IL COMUNE CI ASCOLTAVA». Cira insiste sul senso di appartenenza e di rispetto nei confronti della città.
Complice anche «un Comune che ci ascoltava, ci riceveva a palazzo d'Accursio perché sapeva che la mediazione con i giovani era importante».
Qualche carica con la polizia, sì. Ma nessuna vetrina rotta, nessun atto di vandalismo.
«CURA PER LA CITTÀ». Anzi, «eravamo animati da un grande senso di responsabilità e cura per Bologna». E per la prima volta «eravamo un movimento totalmente universitario, senza i lavoratori al nostro fianco».
«Siamo stati gli ultimi a vivere l'università pubblica», precisa, «e a capire, nel nono centenario dell'Alma mater, che le cose stavano cambiando, che era in corso la privatizzazione. A partire dalla creazione del brand, del marchio dell'ateneo».
STORICA PROTESTA DEI VASSOI. Storica resta la protesta dei vassoi, contro la privatizzazione della mensa universitaria.
«Lasciammo vassoi ovunque, in piazza Verdi, sotto i portici. Alla fine ne uscì una specie di installazione».
Ma il clima era sempre di gioco, creativo. E come non ricordare l'Isola nel Kantiere, l'occupazione del cantiere dell'Arena del Sole in via Indipendenza da parte dei punk.

L'Isola nel Kantiere (Luciano Nadalini).

«Era straordinario: c'era il cinema inferno che proiettava pellicole indipendenti Usa, il primo hip hop, il ristorante autogestito».
Oggi Cira, «socialdemocratica di estrema sinistra», dirige un teatro e assicura che rifarebbe «quasi tutto».
Erano anni felici, belli, di partecipazione.
«AVEVAMO RAGIONE NOI». In cui era ancora possibile studiare gratis, grazie alle borse di studio per reddito e meriti. Qualche nostalgia o rimorso? «No, solo la magra soddisfazione di poter dire: 'Avete visto? Avevamo ragione noi'». E la privatizzazione dell'istruzione è lì a dimostrarlo.
Da quelle assemblee sono usciti dirigenti di partito, cantautori e scrittori come i Wu Ming.

La conflittualità e il ruolo del Partito

E poi c'era il Partito.
A Bologna è uno e ha la p maiuscola. Con la Pantera, si tentò di mettere il cappello sul movimento.
Ma la Fgci (Federazione italiana dei giovani comunisti) non ebbe la meglio.
RADICALI DI SCIENZE POLITICHE. La conflittualità maggiore, ricorda Michele Ravagnolo che faceva parte della Pantera, si ebbe proprio con quelli di Scienze politiche.
«Erano per il muro contro muro, cominciarono a votare mozioni una contro l'altra». La Fgci e il collettivo si scontrarono a parimerito.
Quando «le cattolicone popolari entrarono negli spazi occupati dopo il via libera del preside», prosegue Michele, «ripulirono buttarono via manifesti, documenti e sacchi a pelo. Quelli di Scienze politiche vennero al 32 a chiederci asilo politico tra i nostri sfottò».

L'Aula C occupata (Twitter).


Si discuteva a Bologna in quegli anni, con assemblee all'aperto in pubblico.
«Come quella all'indomani di Tienanmen», sorride Michele.
«Quelli di Democrazia proletaria che si erano intestati l'eredità di Mao. A quel punto un cinese alto come una pertica si alzò per criticarli. Quando gli risposero che doveva stare zitto perché non era del partito scoppiarono le risate: era l'unica cosa che non si poteva dire a un cinese che aveva perso i suoi amici a Pechino».
DEMOCRAZIA ORIZZONTALE. Gli studenti dei collettivi e della Pantera sognavano una democrazia orizzontale, partecipativa, dal basso.
«Eravamo per l'inclusione permanente», precisa Michele. «Non abbiamo mai cacciato i cattolici dalle aule. Li prendevamo in giro, questo sì. E parecchio».
L'eredità di quel movimento si è sciolta in parte nell'associazionismo della città, nell'idea «libertaria» e critica di sinistra, ma anche nei Girotondi, nei movimenti no global di Genova e no Tav.
Un'altra, quella dell'Aula C di strada Maggiore, è stata raccolta dagli autonomi di stretta osservanza, dal giro degli anarchici più radicali.
PARTITO-DITTA AI MARGINI. Mentre il Partito-ditta è rimasto sempre ai margini.
«Era più semplice dialogare con gli anarchici che con quelli della Fcgi», conclude Michele, oggi editor, «che si presentavano con volantini con su stampata l'ultima intervista di D'Alema».

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