RITRATTO 15 Maggio Mag 2015 1126 15 maggio 2015

Addio a B.B. King, il Muhammad Ali del blues

Ha tolto disperazione al "suo" genere. Come Clay aveva tolto violenza alla boxe. Pulito, cristallino, niente trucchi: così B.B. King ha cambiato la musica. Foto.

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Dice che bisogna sentire la disperazione; che il blues è uno stato d'animo; che non lo si può dire, raccontare, solo suonare ma anche questo non è da tutti. Non ce la si cava scivolando sulla tastiera di una chitarra mentre s'intona una nenia.
Dice che il blues è opera del demonio, però canta il riscatto del popolo più derelitto. Che dove c'è un'ingiustizia, c'è un blues. Ma dove c'è il blues, c'è sempre stato, ci sarà sempre Riley B. King, nato il 16 settembre 1925 a Itta Bena, Mississippi (guarda le foto).
C'È UN PO' MENO BLUES NEL MONDO. E da oggi, 15 maggio, c'è un po' meno blues nel mondo, perché il Riley boy, diventato B.B. per il mondo, se n'è andato, come si temeva, come ci si aspettava ormai, nella sua casa di Las Vegas, dov'era tornato dopo un ricovero.
Pareva la quercia sorridente che non avrebbe mai smesso di suonare il blues, ma il diabete l'ha torturato a lungo e con quella malattia che scava dentro, lentamente, come un blues, non si scherza.
Un infarto, poi una squallida storia di sospetti, di accuse, la figlia che additava la manager, sono circolate alcune foto orrende, lui, il Re, irriconoscibile, divorato, come già morto.

  • Sweet Little Angel.

Fino a metà dell'anno scorso si faceva portare una seggiola sul palco e suonava; poi una caduta, tutti i concerti cancellati, il peggioramento inesorabile. Adesso, c'è meno blues al mondo.
Perché il vibrato, l'aveva introdotto lui: «Non dico di averlo inventato, so solo che non lo facevano prima che io cominciassi».
Perché il glissato, che simula la bottleneck alla Elmore James, è la stessa faccenda, magari c'era già, ma a diffonderlo è stato sempre lui.
QUELL'HAREM DI LUCILLE. Lui che, scrisse una volta un critico, non cantava soltanto, ma faceva cantare la sua Lucille, anche lavorando su una sola nota, impeccabilmente stirata, rivoltata, allungata con una maestria che nessuno poteva raggiungere.
Lucille, un harem: tutte le sue chitarre si chiamavano così fin da quando, nel 1949, in un locale di Twist, Arkansas, scoppiò un incendio, tutti fuori urlando, lui dentro a recuperare l'altra parte di sé. Esce con la chitarra per mano e, dietro di lui, il locale crolla. Poi si sarebbe scoperto che tutto era successo per una rissa, una stupida rissa per una ragazzina, tale Lucille. E, da allora, Lucille sarebbe stata ogni chitarra imbracciata – abbracciata – dal Re. Poetiche, strampalate storie di blues.

  • Woke Up This Morning.

Ma Re non si diventa per caso. Tra il 1943 e il 1949 B.B. King si spostò a Indianola, sempre Missisippi, studiò il blues con Bukka White, che gli era cugino, si mise a trasmetterlo e finalmente lo incise. B.B. King infatti sta per “Blues Boy”, uno dei nomi con cui il bluesman si segnalava come disc-jokey alla radio Wdia di Memphis.
Il passaggio dalla musica trasmessa a quella suonata era dietro l'angolo: nel 1949 King cominciò a registrare per la Rpm Records con Sam Phillips (futuro fondatore della Sun Records): ecco Whole Lotta Love, Sweet Little Angel, Woke Up This Morning. E il successo, proprio in quel 1949 che poteva bruciarlo (alla lettera) e invece lo sparò in orbita.
LA CONSACRAZIONE DEGLI ANNI 60. Negli Anni 60 il prodigioso chitarrista, ex dee jay (nessun parallelo, specialmente in Italia, please), si consacrò.
In pista già da una decade, B.B. King entrava nella leggenda a metà grazie al suo stile sopraffino e all'album Live at The Regal. Avrebbe completato l'opera la cover di The Thrill Is Gone di Roy Hawkins, che nel 1969 portò il suo nome in cima alle classifiche non solo del blues, ma anche dell'R&B e del pop.

  • Whole Lotta Love.

Quindi, nella decade successiva, il trono: il piccolino che raccoglieva cotone, «mi davano 35 centesimi ogni 45 libbre», contagiato dal blues ascoltando gracchiare sul grammofono i dischi di T-Bone Walker, Blind Lemon Jefferson e Lonnie Johnson, ne diventava il monarca, trasferendo la sua vera casa sul palco, anche 300 concerti l'anno, mentre il suo stile, influenzato da Charlie Christian e Django Reinhardt, sera dopo sera assurgeva alla classicità. Maestro nel combinare il blues con la pulizia del jazz, gli bastava una sola corda, se voleva, per sciogliere l'anima.
70 ALBUM E 500 BRANI INCISI. Il resto è statistica. Migliaia e migliaia di concerti, 70 album prodotti, circa 500 brani incisi, centinaia di modelli di Lucille, dalla prima Stella tre quarti da 15 dollari, cioè il suo salario mensile, pagata in due rate, alla prima Gibson acustica “campagnola” con su un pick up DeAmond, a una fra le primissime Fender Telecaster, alla sequela di Gibson Es-355 fin dal 1958, create su ordinazione, di preferenza custom a cassa chiusa, senza tagli a “f” per ridurre l'effetto feedback, cosa che, all'inizio, veniva risolta ostruendo la cassa con degli stracci.

  • The Thrill Is Gone.

Il Re suonava pulito, cristallino, niente trucchi, niente effettacci; e teneva il ponticello Gibson Tp-6 accordato sul retro dello strumento, così da non impigliarsi le mani e i polsini. Gibson, almeno a lungo, anche gli ampli. Gibson, infine, le corde, rigorosamente 740 Xl.
Un uomo-azienza, un uomo sul mercato, una stella contesa da tutti, una eleganza irripetibile, una leggenda che non finirà certo oggi; non finirà mai. Verrà sepolto con la sua Lucille, ma il brivido non se ne andrà mai.
IL MUHAMMAD ALI DEL BLUES. Dice che il blues è uno stato d'animo, che bisogna sentire la disperazione, ma quando suonava lui era la gioia che scintillava. Ecco, B. B. King resterà come l'uomo capace di togliere la disperazione al blues, allo stesso modo in cui Muhammad Ali aveva tolto la violenza alla boxe.
Muhammad Ali che, ancora Cassius Clay, nel 1964 aveva detronizzato un altro re, Sonny Liston, per parte di madre zio di B. B. King. S'intrecciano come crocicchi le storie, lungo i sentieri del blues.

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