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BASSA MAREA 19 Maggio Mag 2015 1538 19 maggio 2015

Il 'dottore' triennale, emblema di una scuola ridicola

Il 3+2 universitario? Anomalia tutta italiana. Quanti guasti nella nostra Istruzione.

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Matteo Renzi.

Il più fastidioso ed emblematico segnale di inguaribile patologia scolastica c’è stato in Italia, si può sostenere, nel 1999, e riguarda il vertice del sistema educativo, cioè l’università.
Quell’anno si decise che bastavano tre anni di università per essere “dottore”, titolo altrove concesso in genere dopo non meno di otto anni.
Il fattaccio è una rappresentazione di altri guasti esistenti a vari livelli inferiori del sistema, nei due cicli di scuola media.
COSI DI STUDIO BANALIZZATI. Con conseguenza finale la banalizzazione di molti corsi di studio e di diplomi e titoli di vario livello, svuotati di vero significato perché volutamente non selettivi, non competitivi, non stimolanti insomma.
Nel 1999, con il decreto ministeriale 509 di novembre, arrivò il 3+2 per la maggior parte delle Facoltà, cioè la divisione del corso di studi in due fasi, una triennale conclusa da una laurea e una successiva biennale conclusa da una laurea magistrale o master.
Rimaneva e rimane poi, per chi voleva e poteva, la possibilità di proseguire per il vero dottorato. Il 3+2 era frutto di un accordo in sede Ue.
QUEL 'DOTTORE' PRIVO DI SENSO. L’Italia è stata a lungo l’unico Paese ad avere un solo livello di diploma universitario, la laurea, che qualificava per l’ambìto - da molti - titolo di dottore.
L’anomalia italiana era che, avendo corsi in genere quadriennali (quinquennale Ingegneria e poco altro a parte Medicina) si fregiava del titolo di dottore, caso senza veri confronti fra i Paesi seri, chi aveva fatto solo quattro o cinque anni di università.
Malignamente si può sostenere che, tramontati i titoli nobiliari peraltro molto ricercati e concessi fino a quando c’era un re d’Italia, svalutato quello generico di “cavaliere”, assai più raro ma con tocchi a volte di ridicolo quello di “commendatore”, il “dottore” restava l’unico sistema per distinguersi dal volgo.
Al punto che anche oggi è un titolo “di rispetto”, sussiego o sottile sfottò assegnato a chiunque porti con una certa distinzione giacca e cravatta.

All'estero dopo le superiori si studia almeno 10 anni

Genova: un momento della manifestazione contro il disegno di legge la buona scuola (5 maggio 2015).

In giro per il mondo il dottore è sempre stato il medico.
Poi con la creazione, a opera soprattutto delle università tedesche a fine '800, dei diplomi specialistici avanzati (Doktorat, o D. Ph. nelle materie umanistiche, o Ph. D. nella poi più diffusa terminologia anglosassone), sono sorti veri dottori in molti altri campi.
Erano legati in origine alla struttura di ricerca di cui la scuola tedesca fu pioniere.
Da noi il Ph. D., per ambigua decisione volta probabilmente a mantenere in vita il “dottore” ora triennale, si chiama dottorato di ricerca.
IN GERMANIA TITOLO USATO. In Germania il titolo è usato e chi ce l’ha se ne fregia e lo mette spesso sulla cassetta della posta.
Anche negli Stati Uniti, ma per lo più solo in ambito professionale, non sull’elenco telefonico a parte i medici.
Meno in Francia e in Gran Bretagna e altrove.
Per completare il Ph. D., per chi è svelto e determinato, occorrono non meno di otto anni di università più una seria tesi di ricerca.
Dieci anni dalla fine delle superiori è considerato un tempo normale.
Prima del Ph. D. viene a ritroso il master, con o senza tesi, diploma intermedio per molti più che sufficiente, conseguito in genere in un anno e mezzo/due anni dopo il livello di primo grado quadriennale, o bachelor nel sistema anglosassone.
ITALIA, SITUAZIONE RIDICOLA. Comunque dall’inizio sono quattro anni, sei anni, otto/dieci anni: questa la scansione temporale di massima.
In Italia? La cosa ridicola è che dal 1999, per provinciale e poco seria decisione dei nostri politici e plauso di molte famiglie ansiose di avere un “dottore” in casa, il titolo di “dottore” viene concesso al termine dei primi tre anni.
Se prima, caso unico internazionale, ne bastavano quattro per la maggior parte delle facoltà, oggi ancora meno: tre.
Insomma, eravamo un caso unico con i quattro anni, siamo un caso ancora più unico con il “dottore” in soli tre anni.
Non parliamo poi del master, termine con il quale nell’uso corrente italiano si definisce qualsiasi corso di qualsiasi genere in qualsiasi sede anche aziendale o dopolavoristica dalla durata dei tre giorni in su.

Scarsa serietà, una malattia che affligge la scuola italiana

Decine di migliaia in piazza per protestare contro la riforma della scuola.

Perché è stata sciupata l’occasione di essere un po’ meno ridicoli collegando il “dottore” al compimento del quinto anno? Per scarsa serietà, viene da dire.
È una malattia che affligge la scuola italiana da oltre mezzo secolo, da quando fu abolito l’esame di ammissione alla scuola media, a 10/11 anni, e fu abolita la vecchia scuola media.
Passi entrambi sacrosanti, soprattutto il primo, perché l’esame di ammissione era troppo spesso una selezione di tipo sociale, i figli dei borghesi lo facevano e gli altri no, andavano all’ “avviamento”, che non precludeva tuttavia la strada degli Istituti Tecnici ma era strutturato, appunto, per avviare al lavoro.
MEGLIO SPOSTARE L'ESAME? Fu giusto abolire di netto l’esame di ammissione o non sarebbe stato meglio spostarlo al termine di una scuola media unica che un esame finale, necessario per accedere al dopo, per tutti, istituti e licei, avrebbe reso più seria?
Sostenere queste tesi ha qualificato per due generazioni come “conservatori” e “classisti”, mentre sostenere tesi opposte, critiche dei processi selettivi e favorevoli a metodi “inclusivi”, ha qualificato come “progressisti” e “democratici”. Meglio non commentare.
È vero, la vecchia scuola italiana era, come il Paese e non solo il nostro, piuttosto rigida, e classista.
Ma cambiare ciò che non andava bene era una cosa, creare quello che è stato creato un’altra.
UN HANDICAP PER IL PAESE. Se la scuola è un unicum, e se la bontà di un’impostazione si vede dai risultati, dove sono oggi in Italia, a livello universitario, i centri di eccellenza che attirano specializzandi e studiosi internazionali da Paesi evoluti? Mosche bianche, poche, e piccole. E non è questo un serissimo handicap per tutto il Paese?
Alcuni anni fa Emilio Rosini, da Falconara Marittima, uno studente di élite nelle selezioni fatte in un’altra era per il Collegio Mussolini di Scienze Corporative a Pisa, poi a lungo nel Pci, avvocato e docente, con carriera pubblica conclusa come vicesindaco di Massimo Cacciari a Venezia, chiacchierava con il Sant’Anna News, pubblicazione degli ex allievi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
Ricordava, in un’intervista postuma, come a fine Anni 60 avesse cercato con l’amico economista Giorgio Fuà di creare ad Ancona una scuola d’élite.
IL SESSANTOTTO CONTINUA. «Ma il Sessantotto non si prestava a questa valorizzazione della meritocrazia. Perché al fondo si trattava di valorizzare chi avesse più meriti mentre allora si diceva che si doveva sostenere proprio quelli che ne avevano meno».
Il Sessantotto italiano, come noto, nella sempiterna confusione nazionale fra democrazia e demagogia, ancora continua.

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