MUSICA 5 Giugno Giu 2015 0801 05 giugno 2015

Max Pezzali, dietro l'eterno successo dell'uomo medio

Videogame, disco e bar sperduti. Pezzali ha preso il suo immaginario personale. E gli ha dato una matrice senza tempo. Così gli anni passano. Ma lui resiste. Ft.

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Il suo nome è Pezzali. Max Pezzali, al secolo Massimo, come tutti quelli che hanno quel nomignolo lì, ridendo e scherzando quasi 48 primavere, da Pavia, già longobardianamente Papia, ancor prima Ticinum, ogni insediamento che si rispetti ha un fiume che lo benedice, di antiche genti galle insubri, con la Certosa voluta da Gian Galeazzo Visconti che qui, «dove la pietra è lavorata all'uncinetto», carezzava il sogno megalomane di diventare re d'Italia.
25 ANNI DI CARRIERA E ZERO POLEMICHE. Tutt' altro tipo il Max, che ridendo e scherzando ha attraversato gli Anni 80 (sia pure in coda), i 90 (boom), i Duemila, i 10, è cresciuto, maturato, si è sposato, separato, ha generato, ha cambiato look ma alla fine è sempre lui (guarda le foto).
Con lo sguardo azzurro sotto il cappellino da monello pavese ma di quelli carini, educati: in 25 anni di carriera non si ricorda, e perdonateci se ci siamo persi qualcosa, una sola polemica, uno scatto, uno scazzo su Twitter, una maldicenza, niente.

  • Hanno ucciso l'Uomo Ragno è il primo album degli 883, pubblicato nel 1992.

Solo l'eterno cappelletto sopra lo sguardo azzurro da brav fieu. È tornato senza essersene mai andato il Max, con un album dedicato ai veicoli intergalattici, Astronave Max si chiama e non è chiaro se l'astronave sia metafora della vita, del tempo che si divora o di lui stesso; forse lo è di questi nostri spazi rutilanti e frigidi, Pezzali la identifica, spiega, nel brano Astronave Madre, nel fatidico centro commerciale, il non luogo per eccellenza, lo spaesamento concentrazionario dove lui va a spiare, a capire la gente.
Gianni Togni per raggiungere il medesimo obiettivo ha scelto un bar, come racconta nel sorprendente e bello Il Bar Del Mondo. Ma Togni è già di una generazione precedente, quella di Pezzali essendo quella degli 80, delle discoteche, che all'epoca si chiamavano “disco”, delle moto che piacevano a lui (da dove credete sia uscito il nome del suo primo gruppo, 883, se non da una cilindrata?) e a Jovanotti, quello che adesso all'università dà lezioni di etica economica, ma non sospetta il Robert Heinlein di Lazarus Long l'immortale, «il valore delle cose gratis è pari al suo prezzo».
CANDORE GARBATO E SGUARDO CRISTALLINO. Ecco, Max Pezzali, che pure con Jovanotti ha sgambettato nei giorni verdi, neanche quello, nessuna concione o conferenza in odor di lauro, da cantautore guru, lui al massimo ha scoperto che avevano ucciso l'Uomo Ragno, per dire il fanciullino, eventualmente superdotato, che è in noi; ma poi chi fosse stato non lo sapeva neanche Max, e quindi la cosa rimase un po' lì, sospesa come un getto di ragnatela.
Ed è ancora lì: Max, col solito candore garbato, col cappellino inamidato, ti guarda cristallino, vagamente trasognato come un supereroe che è cresciuto, sì, ma solo per l'anagrafe: per il resto, è sempre lui, ha perfino lo stesso produttore storico di sempre, Claudio Cecchetto.
L'IMMAGINARIO ANNI 80. Anche le contraddizioni sono lievi, quasi commoventi: fa una canzone sui centri commerciali alienanti, ma per lanciare il relativo disco fa un instore tour che sarebbe a dire il giro delle sette chiese commerciali. Sarà che, se vieni su da quegli Anni 80, l'immaginario quello resta, i modi di dire da Drive In,
«Non me la menare», la suggestione malsana di Rusty il Selvaggio, le disco, i primi falansteri mercantili, i primi videogiochi, le sale giochi di una modernità che ci è appassita tra le dita mentre la smanettavamo. E il bar.

  • Jolly Blu è un film del 1998 realizzato dagli 883.

Il Jolly Blu, che non era il Roxy Bar di Vasco, era una roba meno mitica, di noia più spietata, un ibrido con la sala giochi, te lo immaginavi sprofondato e inaccessibile nelle dense nebbie padane, i bip bip dei primi videogames a mandare disperati segnali di sopravvivenza.
Un immaginario fatto di domeniche pomeriggio livide, l'odore acre delle pizze al trancio che annunciavano un'altra sera tetra, il profumo polveroso dei bianchini e di Fernet, lo stridore di strazianti karaoke, domani un'altra maledetta settimana senza storia, voglia d'ammazzarsi, fortuna che c'è lui, il Max con la sua medietà che ti scalda, che non ti ustiona: narra la leggenda che per il ruolo di Beatrice, nel filmetto Jolly Blu, fu scartata la troppo conturbante Angelina Jolie a beneficio della più casereccia Alessia Merz.
MAX È SEMPRE LO STESSO. Fortuna lui, il Pezzali, che c'è ancora, ogni tanto dice che è rinato, perché non c'è artista senza la mistica della caduta e riscatto, ma in verità pare proprio lo stesso, occhi trasparenti e cappellino d'ordinanza anche dopo una carriera tutto sommato ragguardevole, premi, classifiche, riedizioni, retrologie al passo coi rapper sfornati dai talent, magari pezzi non eccezionali, magari la medietà che scalda e non brucia, ma insomma esserci sempre, fino a diventare una garanzia. O, come si dice, un pezzo dell'immaginario collettivo.
Sì, la forza del Max è stata proprio questa, avere preso un immaginario personale, asfittico, datato, perfino sfigato se si vuole, e avergli dato una matrice generale, globale, resistente attraverso il tempo.
L'UOMO RAGNO NON È MORTO. La stessa astronave, a pensarci bene, è un feticcio di un tempo lontano, così vicino: una promessa non mantenuta, ci avevano promesso che nel 2015 ne avremmo avuta una cadauno e invece ci hanno dato Facebook e le app che fanno incazzare i tassisti.
Ma questa è un'altra storia, tocca tenerci quel che passa il convento perché uno solo è l'Uomo Ragno, che non ha bisogno di app e di passaggi perché zompa di palazzo in palazzo e, checché ne dicesse Max Pezzali, non l'hanno mai ammazzato e resta sempre lo stesso.

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