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DERIVA 9 Giugno Giu 2015 2003 09 giugno 2015

«Io sono vip, voi?»: gli artisti e la sindrome dell'immunità

Fedez litiga in disco con la polizia. Ma accusa gli agenti. Dalla Hilton a Corona: un po' antagonisti, un po' intoccabili. Sempre al di sopra delle umane miserie.

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Il rapper Fedez.

Nel tempo tardocapitalista dell'accumulazione vana, di cose e parole vane, di immagini vane, può capitare di leggere che un Fedez uscito dagli studi di Cologno Monzese, di Maria de Filippi, avrebbe sbraitato durante un baccanale «a me mi dovevano tutelare perché sono un vip», e tu non sai se prendere per vero un simile delirio infantile o decidere che chi riporta le notizie è uscito pazzo, preda di un delirio anche più grave.
AL DI SOPRA DELLE LEGGI. In attesa di capirlo, possiamo senz'altro concludere che questo tempo liquido ribolle di accarezzati dalla notorietà che, sentendosi fondamentali, si considerano al di sopra delle umane miserie e delle leggi che queste regolano.
Nella politica come nello sport, nello spettacolo come nella finanza dei grandi raggiri, delle mafie capitali.
Un eccesso di protagonismo anche patetico, per cui chiunque può porsi, millantarsi come indipendente, antagonista venendo prodotto in serie dai grandi network, dalle case discografiche.
CON LA PLEBE E COI VIP. Ci si può schierare con la plebe di Masaniello, con quelli che fanno casino per strada e un attimo dopo disdire l'incitamento «perché sono stato frainteso», ci si può appellare alle regole e ai distruttori delle medesime, proporsi come paladino del sistema legale, ma rivendicando una immunità vip.
C'è chi dice «le parole di un intellettuale non si processano» e chi sostiene lo stesso per le cantilene di un rapper.
UNA FABBRICA EFFIMERA. Il giovane Fedez contesta in toto la versione della stampa: «Di non esservi simpatico l'ho capito».
D'accordo, andiamoci piano ad alzare la forca, ma di sicuro, di non contestabile c'è questo miraggio a buon mercato, c'è che quella dei vip è diventata una fabbrica e perciò i suoi prodotti sono più rutilanti ma più effimeri, sanno di dover cogliere il momento con tutti gli annessi, i connessi e gli eccessi.

Sedicenti antagonisti nel cerchio sacro degli intoccabili

L'attivista australiano, Julian Assange.

Non è la prima volta e non sarà l'ultima che il divo di turno può, da sedicente antagonista, recarsi a una festa di un locale esclusivo, dove ti fanno entrare o no nel modo meno democratico possibile, a capriccio estetico, e qui restarsene nel cerchio sacro degli intoccabili, di quelli che vivono di sovraesposizione ma si infastidiscono per un selfie non autorizzato.
Non autorizzato da chi? Dalla task force della comunicazione che li gestisce.
«MA LUI È UNO DI NOI». Ma non azzardatevi a spiegarlo se entrate in una scuola. Rischiereste il deliquio e l'odio delle ragazzine da rosario rapparolo o vipparolo che ripetono la litania: «Lui è uno di noi, è talmente come noi che ci risponde su Twitter».
E se gli spieghi che no, non funziona esattamente così, ti guardano storto come per dirti: rosicone.
TUTTI FAMOSI PER 15'. Nel tempo tardocapitalista del grande equivoco democratico, va registrato l'abbassamento del livello vip, tutti possono esserlo almeno per un giorno, come gli eroi di Bowie e come la profezia sul quarto d'ora di celebrità di Warhol.
Il mercato delle immagini fagocita di continuo anche per indurre la falsa sensazione nel pubblico di potersi credere a un passo dal vip, dunque un po' vip anche tu, ragazzo, ragazzina, per osmosi, per cinguettio.
MITI E BISOGNI INEDITI. La fame di fama su cui si regge l'industria dei sogni impone di continuo miti e bisogni inediti, impalpabili tra i quali la vipperia vulgata, inflazionata, blogger in temporanea disgrazia o giornalisti ambiziosi, c'è un macchiettistico presidente di squadra calcistica che è appena uscito con la sua autobiografia, ci sono i famosi perché famosi, c'è la pletora di aspiranti, desideranti, lunatici, ospiti o intrusi televisivi, perfino i disperati che vanno a molestare i cronisti nei collegamenti dalla scena di un disastro o di una riunione politica.
ASSANGE O SNOWDEN NASCOSTI. Mentre i veri vip, i padroni della Rete, dei social, delle app e degli spionaggi virtuosi, come Assange o Snowden, restano il più possibile nascosti, sospettosi e vagamente sdegnosi come la regina Elisabetta, ultima vip aristocratica.

Il vip non è più inaccessibile come un tempo

Paris Hilton.

D'altro canto, ci sono hacker che muoiono dalla voglia di farsi scoprire, di uscire dall'anonimato che li presuppone.
Una banalizzazione pseudodemocratica per la quale il vip non è, apparentemente, inaccessibile come un tempo, è percepito come più facile da raggiungere, da adorare e intanto l'enorme cattedrale dell'effimero può crescere ancora perché i suoi “schiavi naturali”, come li vedeva Aristotele, sono quelli che twittano, che postano, che la riempiono dei messaggi vani, che lavorano gratis per sentirsi accostati ai vip.
LA VUOTA PARIS HILTON. Un divismo ancora corroso, ma meno decadente di quello della Dolce Vita di Fellini e Flaiano, meno comprensibile perché svuotato di ogni presupposto come può esserlo quello di una Paris Hilton di cui nessuno ha mai capito il senso.
Ma non è solo l'insuccesso a dare alla testa, secondo l'aforisma proprio di Flaiano, è anche il successo sul nulla, la trafila di stalentati di cui è galleria il sito Dagospia, che un po' li coccola e un po' li compatisce.
UNA GIOSTRA TROPPO VELOCE. Gente di un tempo di miraggi, testimoni incomprensibili di una vipperia a microonde, saliti su una giostra che gira troppo veloce, gente che a ogni giro che passa ha le idee più confuse.
E senza neppure l'attenuante di un talento maledetto, come Amy Winehouse o il calciatore Paul Gascoigne.
Gente che pare dirti: io sono qui per caso, come potrebbe toccare a te.
«Sei un wannabe», sei un desiderante, ha detto Keith Richards, quintessenza della rockstar, a Justin Bieber, acerbo vip sbandato che gli mancava di rispetto.

E magari si finisce in compagnia galeotta: come Corona

Fabrizio Corona.

In questo cortocircuito della fama la logica salta.
Possiamo scomodare tutti i trattati sociologici che vogliamo, ma la cosa più saggia resta l'autoironia carogna, da gioco degli specchi, di Iggy Pop che nel 2001 fece un autoritratto musicale chiamato precisamente V.I.P.: «Posso avere un autografo? Sì, baby, appena torno dal cesso te ne faccio un paio, perché sono un vip».
AUTOSTIMA DECISIVA. Il vecchio devastato Iggy la sa lunga sulla paranoia da vip: «Gli psicologi», salmodia in spoken world, «ci dicono che un senso di autostima è fondamentale nel mondo d'oggi; da vip, posso garantirti che non sarai mai solo, non sarai mai solo».
Poi magari alla lunga si finisce in compagnia galeotta, preda della sindrome da «io sono vip e voi non siete un...» come il fotografo vip Fabrizio Corona, per il quale i vip moralisti che vedono evasori e ladri dappertutto fanno la campagna di grazia.
NON SI FERMAVA MAI. Ma lui era uno che non si fermava davanti a niente, neppure davanti agli sbirri e ai giudici e questo alla lunga non lo puoi fare, non puoi andare avanti per la vita a sfidare l'Ordine costituito se parti dal basso.
Perché Marchese, del Grillo o meno, si nasce e si resta, invece vip si rimane il tempo di una luna. Oggi più che mai.

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