MUSICA 15 Giugno Giu 2015 1000 15 giugno 2015

Pino Daniele, strano e magnifico regalo postumo

Esce Nero a Metà Live, l'album dell'ultimo concerto. Consolante e straziante. Sensazione assurda, struggente per davvero. Poesia che riempie il cuore.

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Che sensazione strana, non del tutto piacevole, sentire Pino Daniele più vitale che mai e ricordarsi che non c'è più, è morto all'inizio del 2015 in quel modo stupido e drammatico.
IL SUO REGALO POSTUMO. Già, che sensazione agrodolce ascoltare il concerto di Milano, al Forum di Assago, tre giorni prima del Natale 2014.
Milano dove lui ha cantato per l'ultima volta la sua Napoli di Nero a Metà Live, album che esce in queste ore, postumo, ultimo regalo di un autore, un chitarrista formidabile.
TUTTI ASSIEME SUL PALCO. Tutti lì ancora sul palco quelli di Napoli Centrale, tutti qua gli amici, c'è James Senese, c'è pure Tullio de Piscopo, il Maestro, scampato a un tumore devastante.
E invece ad andarsene è stato Pino col suo cuore ballerino, gemello di cuore di Massimo Troisi, altro precario della vita.
VIBRAZIONI CHE TORNANO. Tutti qua adesso, a cantare ancora Appucundria, Alleria, l'indolenza di E So Cuntent 'E Sta, l'elegia morbida di Quanno Chiove, che i Bee Gees non avrebbero mai potuto scrivere non essendo nati a Napoli, lo scazzo da Delta partenopeo di Nun Me Scuccià, ma ve lo immaginate oggi come suoneria?, tutta quella cornucopia di suoni, di temi, di genialità di quei corsari musicali, loro che gli piaceva 'o Blues in una Napoli che riaffiora in queste vibrazioni, la grande Babele mediterranea che sopravvive a se stessa contro ogni previsione e opportunità, come il calabrone che, fatto com'è fatto, non dovrebbe volare eppure ce la fa.
CHE IRONIA NAPOLETANA. Un live per celebrare chi non c'è più, che razza d'ironia napoletana.
Con quell'inedito ripescato, Abusivo, roba di 40 anni fa, quando Pino aveva 20 anni e l'aveva chiamato “O Pusteggiatore”. Di là da venire la consacrazione di Nero a Metà.

In quel 1980 Pino prende Napoli per la coda

Nato a Napoli il 19 marzo 1955, Pino Daniele è morto il 5 gennaio 2015 a Roma.

Era il 1980 del terremoto irpino, del primo calcioscandalo, del decennio terrorista che lentamente declinava, della marcia dei 40 mila alla Fiat che non ne potevano più di sindacalismo anarcoide, di un sacco di sommovimenti, dagli Anni di piombo a quelli di plastica, dalla penna Bic alla prima, pionieristica videoscrittura, miracolo!, del computer lanciato dalla Ibm.
TRA FURORI E BLUES. Anni di chiusure e di aperture, di cicli che si esaurivano, dal suono all'immagine, dal rock alla dance sintetizzata.
Ma Pino Daniele in quel 1980 viene fuori e prende Napoli per la coda dei suoi furori e delle sue contraddizioni, la scuote, toglie via certa polvere retorica, neomelodica e le attacca addosso il blues, il jazz, lo spleen mediterraneo compromesso con quello nero: a metà, più di metà. Perché A me mi piace o Blues.
GIOVANE MA GIÀ DECISO. Un fenomeno quel disco, e un fenomeno quel chitarrista ancora giovane ma già deciso, dalle idee chiarissime insieme ai compari di Napoli Centrale, una Napoli che di continuo cambia restando inchiodata ai suoi fremiti e alle sue follie, che si rinnova nella confusione, nella folle fatica di vivere al di fuori da ogni ordine sociale, nella delinquenza e in una poesia sempre più faticosa, sempre meno probabile.
UNA CITTÀ IMPOSSIBILE. Possiamo dire che, in quel trapasso, Pino Daniele fu poeta, in misura di cantore di una città quasi impossibile da descrivere, da racchiudere in una canzone?
Ma lui ci riusciva, con una scala araba, napoletana, con un arpeggio, una linea melodica, «Tu dimmi quando, quando...» e ci senti i vicoli, il sole che spazza un altro “giorno disperato”, e perdonerete se nella tagliola della retorica ci siamo finiti, ma come si fa a salvarsene?

Consolante e straziante come un ricordo

Pino Daniele.

Ma sì, che effetto strano, consolante come può esserlo un ricordo, straziante come può esserlo un ricordo, l'assenza di una persona cara, uno che, anche se non l'avevi incontrato, sapevi che c'era, che colorava di tutte le emozioni i tuoi giorni disperati, il sole che quasi sempre serve a niente, ma basta una scala araba, napoletana, una melodia, basta una canzone a recuperare tutti i significati, anche quelli che non ci sono, che millantiamo per non crepare.
E allora senti “nascere un sorriso”, qualcosa che ti lascia sospettare che il paradiso, forse esiste.
STRANA SENSAZIONE. Che sensazione assurda però, struggente per davvero, di una tenerezza sconsolata pensare che Pino Daniele se n'è andato così, in modo dicono ostinato, probabilmente evitabile che è la cosa che fa più male.
Se n'è andato portandosi via un sacco di estati, di sogni di una Napoli che se non ci sei nato non la puoi conoscere e non la conosce in fondo neanche chi la vive perché nel suo maledetto gioco di incantesimi non capisce se la Babele cambia sempre per non cambiare mai o il contrario.
UNA POESIA ASSOLUTA. Se n'è andato a bordo di quella poesia assoluta, assolata, sanguinante, fatalista come un racconto di Verga che è Chi Tene 'O Mare, col sax di James Senese che disegna mari metafisici, di una disperazione alla Guttuso, e Tullio de Piscopo e Rosario Jermano a battere il tempo di un cuore spastico come la vita.
Se n'è andato Pino Daniele lasciandoci la sua Napoli eterna e nuova, che 35 anni fa ridisegnava per non farla morire più.

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