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CONFRONTO 22 Giugno Giu 2015 1509 22 giugno 2015

«Il Califfato del terrore»: Molinari e quelle strane coincidenze

Per l'antropologo Perugini il libro è «eccessivamente simile» al best seller del procuratore statunitense Sekulow. Ma ci sono analogie anche con un articolo del Guardian

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Leggendo Il Califfato del terrore l’antropologo Nicola Perugini ha subito notato curiose coincidenze tra il libro di Maurizio Molinari e il best seller di Jay Sekulow, The Rise of Isis.
E ha fatto qualche verifica, rilevando passaggi «eccessivamente simili».
In molti hanno messo la faccia sul volume. Il Califfato del terrore è il «libro che in questo momento tutti dovremmo leggere» (Roberto Saviano, sulla sua pagina Facebook e sulla fascetta di copertina); «un libro prezioso che ci aiuta a capire» (Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri); «un libro davvero profondo» (Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale); ma anche «una guida importante e carica d’informazioni» (Furio Colombo, Il Fatto Quotidiano).
Il lavoro di double-checking (traduzione dall’italiano all’inglese per risalire alle fonti originali, ndr) fatto da Perugini, e pubblicato sul suo blog Il lavoro culturale, inizia a pagina 36 quando l’antropologo avverte quello che definisce «uno ‘scalino’ nello stile di scrittura».

Maurizio Molinari e Jay Sekulow.

1. L'obiettivo ultimo di uno Stato Islamico

Come riporta Perugini, a pagina 36 e 37 de Il Califfato del terrore si legge: «L’Islam afferma di essere una religione universale, in grado di coprire ogni aspetto della vita quotidiana, e dunque ha come obiettivo ultimo uno Stato Islamico. Questa idea politica è parte integrante del concetto di ‘umma’, secondo il quale tutti i musulmani, ovunque risiedano, sono legati da una fede che trascende i confini geografici, politici, nazionali». E ancora: «Tale legame è la fedeltà ad Allah e al profeta Maometto. Poiché i musulmani credono che Allah abbia rivelato tutte le leggi concernenti questioni religiose e laiche attraverso il Profeta, l’intera umma è governata dalla sharia, la legge divina, applicabile in ogni tempo e luogo perché anch’essa trascende i confini».
IL CONCETTO DI UMMA. E così Sekulow, pagine 16-17 di The Rise of Isis: «L’Islam afferma di essere una religione universale. In altre parole, i suoi insegnamenti coprono ogni aspetto della vita quotidiana e ha come obiettivo ultimo la creazione di uno Stato Islamico globale. Questa idea politica dell’Islam è parte integrante del concetto di ‘umma’ (comunità), secondo il quale tutti i musulmani, ovunque risiedano, sono legati da una fede che trascende i confini geografici, politici, nazionali. Tale legame comune è la fedeltà ad Allah e al profeta Maometto. Poiché i musulmani credono che Allah abbia rivelato tutte le leggi concernenti questioni religiose e laiche attraverso il Profeta Maometto, l’intera umma è governata dalla legge divina, la sharia. La sharia è applicabile in ogni tempo e luogo perché trascende tutte le altre leggi».

2. Le due sfere della religione islamica

Prosegue Molinari: «La religione islamica divide il mondo in due sfere: la ‘Casa dell’Islam’, dove il territorio è controllato da musulmani e la sharia viene applicata, e la ‘Casa della guerra’, che include le zone sotto controllo altrui».
DAR A ISLAM E DAR AL HARB. Parole che somigliano molto a quelle di Sekulow: «Tradizionalmente la religione islamica divide il mondo in due sfere: la ‘Casa dell’Islam’ (dar al Islam) e la ‘Casa della guerra’ (dar al harb). La casa dell’Islam include le nazioni e i territori controllati dai musulmani e dove la sharia è l’autorità suprema. La ‘Casa della guerra’ include le nazioni e i territori sotto controllo dei non-musulmani, non sottomessi alla sharia».

3. La diffusione del messaggio jihadista

Altri passaggi «estremamente simili» non mancano, avverte Perugini, ma va dritto a quello che interessa il giornalista Alex Marshall, del Guardian: «La genesi dei nasheed risale alla fine degli anni Settanta quando, in Egitto e in Siria, i fondamentalisti islamici iniziano a comporli per ispirare i seguaci, motivare la jihad e diffondere il proprio messaggio», scrive Molinari. «Si tratta di motivi a sfondo religioso che i Fratelli Musulmani trasformarono in inni alla ribellione politica per sfidare Hafez Assad in Siria e Anwar Sadat in Egitto, facendoli circolare sotto forma di cassette e suscitando sovente le ira di imam salafiti, che li condannano come una “distrazione dallo studio del Corano”. A conferma dell’importanza di questi inni come fattore aggregante c’è il fatto che Osama bin Laden, da adolescente, finanziò e cantò in un gruppo nasheed, puntando a diventare popolare fra i suoi coetanei sauditi».
IL RUOLO DEI NASHEED. Scriveva invece Marshall sul Guardian: «'I nasheed sono motivi a sfondo religioso di lunga data', dice Benham, 'ma i sostenitori della Fratellanza Musulmana e altri gruppi iniziarono a fare nuovi nasheed negli anni Settanta', facendoli circolare sotto forma di cassette e raggiungendo un vasto pubblico. Alcuni fondamentalisti, soprattutto salafiti, hanno condannato i nasheed, vista la loro interpretazione letterale dell’Islam. I salafiti li condannarono dicendo che la musica non è islamica e che è una distrazione dallo studio del Corano. Ma questo non ne fermò la diffusione. Anche Osama Bin Laden, da adolescente, ha fondato e cantato in un gruppo nasheed, nel tentativo di non essere visto come “troppo puritano”, secondo la storia di al Qaeda scritta da Lawrence Wright, giornalista del Looming Towers».

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