PROFILO 22 Giugno Giu 2015 1329 22 giugno 2015

Laura Antonelli, morte di una dea sfortunata

Debole, tossicodipendente, sola e prigioniera. Laura Antonelli è morta a 73 anni. Ma lo era già da tempo. Coi suoi occhi tristi, pieni di film e amori sbagliati. Foto.

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Morte di una dea sfortunata.
Sbandata e sfortunata, che è sempre una sfortuna nella sfortuna.
Laura Antonelli come attrice era svanita 25 anni fa col flop definitivo del patetico rifacimento di Malizia, la sua pellicola più fortunata, quella che le aveva dato rugginosa e corrosiva gloria (foto).
Come donna e come essere pensante si era dissolta poco dopo e per una notte infinita.
ERA DEBOLE E SOLA. Debole doveva esserlo sempre stata se si ritrovò confusa, tossicodipendente, sola e prigioniera.
Ma chi non si perde nel vortice vuoto del successo, quando ci arriva?
Poi completava il lavoro sporco il solito “errore giudiziario”, che da noi non manca quasi mai, che si definisce così in mancanza di meglio - quanti ne ha rovinati anche fra le celebrità!
La galera, il processo che non arriva mai, l'assoluzione definitiva 10 anni dopo, in Appello, le scuse e le rose del ministro Mastella, ma ormai era tardi.
UN VISO DETURPATO. Lei sparita, asserragliata, all'errore giudiziario si sommava quello chirurgico che le aveva ridotto la faccia come un mascherone.
E allora via a sfasciarsi anche il frutto proibito di quel corpo divino, e ogni divinità racchiude il suo peccato, che incantava i registi e faceva sbandare gli automobilisti che vedevano il manifesto di lei sulla scala e sotto il ragazzino, l'Alessandro Momo, anche lui finito male, molto presto, che sbirciava sotto al gonnellino da colf, il facile sogno proibito degli italiani eterni provinciali, un po' sessisti, un po' padronali di bilocali.
OCCHI DA GATTA TRISTE. Ma di corpi maledetti e conturbanti ce n'erano e ce ne saranno sempre: la differenza la facevano quegli occhi da gatta triste, quel sorriso smagliante e ferito che lasciava immaginare dannazioni non solo erotiche, non tutte sensuali.
AMORI E FILM SBAGLIATI. Tutta quella bellezza, tutta quella benedizione da scontare con la sfortuna, un treno di sfortuna, una dietro l'altra, dalle scelte sbagliate agli amori sbagliati - su tutti quello con Jean Paul Bélmondo, la faccia da schiaffi - ai film sbagliati, negli Anni 80 già del declino, film di cassetta, di Grandi magazzini dopo la morbosità raffinata di Malizia, fatto apposta per la sua sensualità domestica di calze sfilate, di bluse riempite da quel seno strano, sfuggente, che non capivi mai bene che forma avesse, un seno slavo, ribelle come lo sguardo di slava dall'infanzia cupa, una sfollata che il cinema arrivò a illudere per trafiggere senza scampo e senza memoria.

Non la più brava, ma con una sensualità travolgente

Renato Pozzetto con Laura Antonelli in una scena tratta dal film Porca vacca (1982).

Recitare, sapeva recitare.
Per dire che sapeva trasfondere anima in quella sensualità travolgente e sfuggente.
Magari non l'attrice migliore del mondo, ma con una sua tecnica, una sua espressività, come in Sessomatto dove il connubio tra malinconia e erotismo, insieme a Giancarlo Giannini, toccò forse il suo climax di attrice ambigua, difficile, che non sapeva se farti sorridere o stringerti d'angoscia, capace di provocarti, di farti sognare di possederla per poi fermarti sulla soglia del desiderio, paralizzato da qualcosa, un refolo, un sospetto da “Morte a Venezia”, meglio, da contorsioni grottesche di Brancati.
INVASA DA OSSESSIONI. Poi tutto precipita. La galera si mangia la carriera, il fisico si dilata e così la mente, invasa da ossessioni, prodiga dice la perizia, la mania di dare i soldi che hanno quelli cresciuti in povertà e in tristezza, o diventano aridi, avari o non sanno mai dire di no.
E gli incubi, a lungo padroni dei giorni, superati, almeno anestetizzati da una fede superstiziosa, la Radio Maria, radio integralista, antisemita, sempre accesa coi suoi rosari, i suoi mormorii superstiziosi, le sue vocine inquietanti, lei che lasciava i bigliettini sotto la porta dei vicini, “Pregate Dio e la Madonna”, bigliettini deliranti di una che aveva fatto delirare col corpo da strega e gli occhi da gatta triste.
BRUCIATI 150 MILA EURO. I servizi sociali che la fanno interdire perché si è fumata subito i 150 mila euro di risarcimento per ingiusto processo e ora tira avanti con una pensione da fame ma, fiera come una slava può esserlo, rifiuterà la legge Bacchelli come per un definitivo rigetto del mondo del cinema che l'ha prosciugata.
La divina creatura che poteva scandalizzare le hostess lasciandosi andare all'estasi sessuale sul Concorde, simbolo del lusso divino Anni 70, partivi da Parigi e arrivavi a New York due ore prima perché sforava il muro del suono, prodigi riservati solo alle divinità del tempo, ormai usciva solo per trotterellare in chiesa da quel residence in faccia al mare di Ladispoli, di desolazione terribile, la sua ultima prigione, riscattata, questo almeno si racconta, questo ci piace crederlo, da ultimissimi anni di relativa serenità, di pace ritrovata in qualche modo.
ERA MORTA GIÀ DA TEMPO. È morta presto, 73 anni appena, ma era morta da tempo.
Però, come tutti quelli che hanno rappresentato qualcosa, si porta, ci porta via foglie di un'epoca di appena ieri, ma che pare così distante, così perduta: quando la malizia aveva ancora un senso, uno stupore, quando non tutto era scontato e una donna potevi spogliarla con gli occhi mentre si sfilava le calze seduta sul bordo del letto di una stanzetta borghese, da sogni borghesi, da peccati borghesi.
UNA COSÌ NON TORNERÀ. Fermatevi oggi a guardare un manifesto di un film! Muore una come la Antonelli e di colpo si capisce che il tempo non è una faccenda di anni, di calendari e neppure di ricordi, è uno scherzo bergsoniano il tempo, una roba carogna perché non torna mai, non corrisponde mai e ti sfila foglie dalle mani quando non sei pronto.
Non sei mai pronto. Una così, con lo sguardo da gatta triste, non può tornare perché siamo in un'altra dimensione, tutti, non solo lei.
Appena ieri guardavano sotto il gonnellino da cameriera di Laura Antonelli, appena oggi siamo qui a fare i conti con il suo decadimento, il nostro decadimento.

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