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LA MODA CHE CAMBIA 20 Luglio Lug 2015 1028 20 luglio 2015

Noi italiani, sotto scacco del turista strafottente

Esigiamo più rispetto e tutela. Mentre a Venezia è ora di numero chiuso.

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Gli occasionali episodi di violenza e di incuria di cui noi giornalisti diamo notizia non bastano a dare la misura della conoscenza del tutto approssimativa, ma soprattutto dello scarso rispetto che il turismo di massa straniero riserva al nostro Paese.
Qualche esempio. Lunedì mattina scorso, stazione ferroviaria di Spoleto: un gruppo di inglesi in braghe e canotta sudata ride sgangheratamente ascoltando le indicazioni vocali del distributore automatico di biglietti, che saranno pure folli e ridicole (confondere 'nothing' con 'anything' significa dare indicazioni opposte) ma tutto sommato non diverse dalle traduzioni in italiano altrettanto strampalate che si trovano nelle metropolitane inglesi.
Chiunque ha un nipote neolaureato da far lavorare, sebbene è possibile che le nostre Ferrovie ne abbiano di particolarmente ignoranti.
PIC NIC SULLA FONTANA. Mattina successiva, Roma, solita fontana a Ovest di piazza Farnese (quella a Est non viene toccata, mai, forse perché vicina agli occhiutissimi camerieri del ristorante Camponeschi), occultata dal consueto gruppo di americani che vi bivaccano letteralmente sopra, cioé seduti sugli ampi bordi mangiando sandwich, dopo aver superato l'inutile cancelletto di sbarramento.
Potete redarguirli quanto volete: fingono di scendere per quel residuo riflesso condizionato all'autorità di una voce adulta e seccata che all'estero continuano a provare ma, una volta svanito l'effetto pavloviano, riprendono posto e continuano a buttare le bucce nella vasca.
VENEZIA NON È DISNEYLAND. L'amica Chiara Squarcina, che con grande piglio gestisce le sorti di tre musei veneziani, palazzo Mocenigo, il museo del vetro di Murano (appena restaurato, fra l'altro, assolutamente da vedere) e il piccolo, delizioso museo del merletto di Burano, mi raccontava qualche giorno fa di essere stata fermata da un turista cinese che con garbo chiedeva «a che ora chiudesse il parco», avendo evidentemente scambiato Venezia con Disneyland Orlando.
O una più decisa versione di qualcuna fra le tante Little Venice riprodotte nel mondo per intrattenere la gente nel week end.
SCIE DI DETRITI PER LA CITTÀ. Non aveva, lui come decine, migliaia di altri, letto o visto nulla prima di scendere dall'aereo o dalla navi, una di quelle colossali, orrende città galleggianti da cui sbarcano masse informi, poco vestite e sudaticce (credo che in nessun'altra città del mondo vi siano così tanti cartelli che invitano a non girare per le strade o a entrare nelle chiese in costume da bagno: nei Paesi arabi non ci sono perché non ce n'è bisogno, nessuno si azzarda), che percorrono Venezia lasciando sul loro cammino ogni genere di detriti per poi ripartire la sera senza aver capito nulla e nemmeno speso nulla: l'esborso del turista medio non supera i 16 euro, ma potrei testimoniare di averli visti scendere dai vaporetti con la sacca del pic nic già carica di vettovaglie e comprare solo acqua e Coca-Cola.

In sacco a pelo soto le arcate di palazzo Ducale

Spesa media per quattro 10 euro, che andranno tutte in manutenzione della città. Parecchi di quelli che non ripartono dormono a' la belle etoile, come dicono i francesi, cioé all'aria aperta o sotto le arcate di palazzo Ducale nel sacco a pelo, bivaccando, sicuri che succederà loro poco o nulla, che non verranno scacciati e multati come accadrebbe nel Paese dal quale provengono, perché «questo é ancora percepito come il Paese di ogni libertà», secondo quanto afferma Jerome Zieseniss, presidente del Comité francais pour la sauvegarde de Venise, uomo raffinatissimo al quale si deve il fundraising che ha permesso il restauro degli appartamenti dell'imperatrice Elisabetta (Sissi) di Palazzo reale, l'attuale Museo Correr, e che conserva uno sguardo tollerante sul degrado, pur visibilissimo, della città.
L'INVASIONE DI TURISTI. Una pressione antropica di circa 140 mila presenze aggiuntive nei giorni d'estate, 80 mila di media tutto l'anno per un totale di 30 milioni, è decisamente eccessiva per una città fragile come Venezia, e molti iniziano a non essere più sicuri che il turismo escursionista, cioé quello che in Laguna non pernotta, tendenzialmente nemmeno entra a palazzo Ducale, valga la spesa per mantenere la città in pur precaria vita.
La facoltà di turismo di Ca' Foscari avverte periodicamente della necessità di non superare la cosiddetta carrying capacity, cioé la portata fisiologica oltre la quale costi e ricavi di una città si invertono, e che nel caso di Venezia è di 10 milioni di turisti in meno.
UNA LAGUNA A NUMERO CHIUSO. L'ex sindaco Orsoni aveva ipotizzato un tram per velocizzare gli spostamenti da e per Venezia, mentre, per fortuna, è rimasto su carta il progetto della sub-lagunare che avrebbe dovuto scaricare milioni di persone dall'aeroporto direttamente in città.
Al nuovo sindaco, Luigi Brugnaro, verrebbe da suggerire se non proprio il ticket d'ingresso alla città, scelta contraria alla normativa sulla libera circolazione, (eppure, che bella soddisfazione: equiparate Venezia a un parco tematico? Eccovi serviti) almeno il numero chiuso: in termini di comunicazione, rendere Venezia una meta preziosa, da agognare, in cui sentirsi ospiti e non padroni, com'era ai tempi della Serenissima, sarebbe un colpo da maestro.
PATRIMONIO IMPAREGGIABILE. Il turismo consapevole è un turismo non solo coltivato ed educato, ma anche conscio del privilegio di poter vedere, assaporare e godere delle bellezze di un altro Paese. Tanti, purtroppo, comprendono e gustano questo privilegio solo pagandolo tanto, come nella vecchia canzone di Renato Carosone, o solo attraverso divieti, imposizioni e multe, e cioé e ancora sborsando denaro.
Se l'ha capito il re del piccolo Bhutan, che ha deciso di accogliere nel suo territorio magico e poverissimo solo ospiti riccamente paganti e dietro regolare invito, rendendolo una meta ambitissima, possiamo capirlo anche noi con il nostro impareggiabile e delicatissimo patrimonio.

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