Elio Fiorucci 150720152132
OPINIONE 21 Luglio Lug 2015 1556 21 luglio 2015

Fiorucci «artista»? Esagerazioni post-lutto

Era colto e intelligente. Conoscitore delle avanguardie novecentesche e abile uomo di marketing. Ma dire che lascerà un solco duraturo significa stravolgere la realtà. 

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Elio Fiorucci.

Il successo rende simpatici, diceva Charlie Chaplin, figuriamoci la morte e figuriamoci la morte di uno di successo: cordoglio di default, «oggi siamo tutti più poveri», come faremo senza di lui?
Ma come vuoi mai fare, come ieri, come domani e qui non si discute dell'Elio Fiorucci in sé, della sua rilevanza in assoluto quanto dell'equivoco sulla effettiva rilevanza, di come e perché egli venga compianto come un angelo caduto in volo, magari un putto zuccheroso dei suoi.
Roba che negli Anni 80 era considerata la sublimazione del trash più spinto, plasticoso, effimero, angeli coatti, nani psichedelici, quelle felpine, quelle borsettine definite pop per dire robetta carissima per portafogli adolescenti, anzi dei loro genitori.
FIORUCCI? NON CHIAMATELO STILISTA. Ecco, se affermare che Fiorucci fu un genio vuol dire che trovò un modo per fare business, per rendere il proprio nome autoreferenziale, uno che aveva capito come inseririsi nel riciclaggio edonistico, postconsumistico sparato contro i ragazzini di ottime possibilità, naturalmente nel nome della trasgressione, della rottura, allora ci siamo.
Se Fiorucci lo si inquadra per quello che realmente fu, un diffusore di trovate effimere, un uomo di mercato e di marketing nell'era del socialismo liquido e piramidale, obeliscale degli architetti Panseca, allora va bene.
Ma considerarlo uno stilista, un demiurgo, un Vulcano della moda e addirittura dell'arte e percepire questo mondo irrimediabilmente più spoglio, più povero da ieri, giorno della sua dipartita, tutto ciò pare francamente lunare.
PIÙ RICICLATORE CHE ROTTAMATORE. Fiorucci non fu un rottamatore, uno che applicava la distruzione creatrice nell'arte, se mai un riciclatore, uno che centrifugava, stava bene attento a cosa succedeva oltre i confini e lo importava. E che il suo ruolo sarebbe stato quello di amplificare la pacchianeria, avrebbe dovuto essere chiaro fin da quel 1967 in cui apriva la sua boutique in centro a Milano, in piazza san Babila e arrivava Celentano con la Cadillac rosa come in una stampa seriale di Lichtenstein.
La pop art come orizzonte definito, le contaminazioni telefonate con Warhol, Rosenquist, De Kooning e tutti gli altri, cosa c'è di più pacchiano, di più fioruccesco dell'hamburger gigante di Oldenburg che è del 1962, cinque anni prima dello sbarco del nostro in Galleria?
Ma Warhol stesso non fu uno che aveva capito l'estenuarsi dell'arte nel mercato pubblicitario e mediatico, bravo a poppizzare la lezione di Duchamp, quello della Gioconda coi baffi che aveva “caldo al culo”, quello che prendeva un oggetto qualsiasi, anonimo e lo imponeva come opera d'arte?

L'epigono italiano di Andy Warhol

Provocatori, li chiamano, ma erano affaristi anche colti: Warhol aveva intuito la necessità di infilarsi nelle feste, “all tomorrow's parties”, nelle orbite dei musicisti rock con una banana o una cerniera, ma se, per dire, andate a leggere l'autobiografia di Keith Richards, nel giro degli Stones veniva ammesso solo perché amico di Bianca Jagger, la stessa che poi avrebbe fatto da tramite fra Warhol e l'epigono italiano Fiorucci che aveva assimilato perfettamente la lezione.
Non uno sprovveduto, tutt'altro: capisce che in America sta succedendo, sta esplodendo qualcosa e si porta Renato Zero a New York a vedere il concerto di una ragazzina ambiziosa, che farà strada: si chiama Louise Ciccone, in arte Madonna. E quanto di “madonnaro” c'è nelle creazioni derivate, riverberate di Fiorucci?
LA DIFFERENZA TRA MODA E ARTE. Ma, allo stesso modo in cui le cinque bottiglie di Coca-Cola di Warhol non sono quelle di Morandi, sono giusto un salire sul carro vincente del design industriale di genio, così i putti vagamente morbosi, ambigui di Fiorucci diventano moda ma non assurgono ad arte.
E lo erano, ambigui, se negli Anni 80 li associavano all'immaginario destroide, postsanbabilino, post fascista sempre un po' fascista, all'estetica paninara da Drive In. Poi lui, Fiorucci, potrà dire che no, erano tutte storie, fantasie, lui sgusciava come una salamandra tra i fuochi ideologici, importatore della contestazione estetica presessantottina come dell'edonismo in versione amatriciana fino a diventare animalista insieme all'ex ministra Brambilla, che ogni occasione animalesca è buona per intervistarla anche tirandocela per i capelli.
Ma è sempre il gioco della notorietà per la notorietà, della fama per la fama cui non basta più il quarto d'ora di Warhol, pretende di moltiplicarsi in serie proprio come in una litografia di Marilyn.
UN COLTO UOMO DI MARKETING. D'accordo, diciamo pure che se n'è andato un italiano importante nel mondo, uno che sapeva il fatto suo, un uomo di marketing che conosceva le avanguardie novecentesce e sapeva come servirsene, come semplificarle, che in gergo si chiama “rendere pop” qualsiasi cosa.
Ma teniamo presente, se non dispiace, che gli angelini e le felpine e i profumini di Fiorucci erano un po' troppo pop, un po' troppo chiassosi e risaputi per lasciare un solco artistico, qualcosa di duraturo, di problematico.
Chi era adolescente negli Anni 80 e non si ritrovava nella koinè paninara passava in galleria e a vedere quel luna park di lucette e di putti confusamente wagneriani non capiva, sentiva solo che qualcosa gli sfuggiva e non era piacevole, c'era sottotraccia qualcosa di poco rassicurante.
Poi magari gli capitava sott'occhio quell'attacco di Giorgio Bocca sulla Vigevano dei primi Anni 60, «Fare soldi per fare soldi per fare soldi», e allora di colpo tutto si faceva più chiaro, più ciclico.

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