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CINEMA 27 Luglio Lug 2015 1115 27 luglio 2015

Amici miei, il conte Mascetti vive dentro di noi

Amici miei fa 40 anni. E viene proiettato sulla basilica di Santo Spirito a Firenze. L'empatia, le risate amputate, l'angoscia: così ci specchiamo nelle paure di Lello.

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Quarant'anni di Amici Miei e lo proiettano sulla facciata di una chiesa, la basilica fiorentina di Santo Spirito. Un film che rifluisce nella realtà più assurda e irriverente.
A far gli onori di casa Athina Cenci, Gastone Moschin è l'ultimo degli zingari, e Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Adolfo Celi e Duilio Del Prete (rimpiazzato da Renzo Montagnani negli altri episodi) stanno già a far casino in cielo da un bel pezzo.
Al suono di quel tema musicale di Carlo Rustichelli, che era un mago delle commozioni per immagini, come Riz Ortolani, Piero Piccioni, Ennio Morricone, Nino Rota, Stelvio Cipriani, stregoni che facevano, volendo, Tom Waits 30 anni prima di Tom Waits, disegnando scenari d'incubi tanto sottili da penetrare nelle fibre dell'anima.
LA POLITICA RESTA FUORI. Vola ancora quella musica e lì Rustichelli s'è comportato proprio da carogna: quel tema è semplicissimo, basta conoscere un po' i modi e andarci su e giù, però non si può resistere, piombi in una malinconia vertiginosa, t'immagini come poteva essere triste, cupa la Firenze medicea in quei mezzi Anni 70 dove cinque sconfitti se ne fregavano del riflusso e della crisi e tiravano a campare ammazzandosi di beffe.
E dire che Monicelli di incazzatura politica era intriso, c'è morto, perfino. Suicida per il cancro, certo, però insofferente come un ventenne fino all'ultimo giorno.
D'altra parte intelligente tanto da lasciarla fuori, la politica, da un film come quello. Giusto un refolo da liberazione erotica affidato alla acerba e bisessuale Silvia Dionisio, fagocitato dalle foie maschilistiche, provinciali, dei protagonisti.
FILM DI RISATE AMPUTATE. Forse Monicelli sentiva incombere la stagione del piombo, dei morti ammazzati per niente e si rese conto che non era il caso di insistere, ma sì, meglio fuggire nelle zingarate di cinque spostati di mezza età: un chirurgo, un architetto del Comune, un barista e un giornalista nottambulo quanto a dire la piccola borghesia delle arti e dei mestieri.
“Servi della gleba e merdaioli” li considera il quinto e più disperato, il conte Lello Mascetti che dopo essersi mangiato due patrimoni, il suo e quello della moglie, s'è ridotto a vivere in uno scantinato “alla giapponese”.
Poca luce e troppe ombre in Amici Miei, film di risate amputate, di constatazioni insopportabili al suono di quel tema maledetto che più lo ascolti e più stai male. Perché ce l'hai dentro, s'è proprio avviluppato all'anima.
IN POCHI LO CAPIRONO. Quarant'anni di Amici miei, che dagli italiani provinciali (cioè tutti) non fu veramente capito, a chi piacque più per istinto, per empatia coi personaggi, pochi quelli con la cultura necessaria a una decifrazione, ad altri per lo stesso motivo riuscì odiosa quella farsa di cinque Peter Pan che facevano scherzi temerari.
Gli italiani agricoli e sottoproletari, saliti nei primi Anni 60 dalla padania mantovana “piuttosto che” dal Mediterraneo marchigiano, allora percepito meridione duro, sparati nelle città del buongoverno come nel quadro di Ambrogio Lorenzetti e qui incontratisi, frequentatisi fino a giuste e illibate nozze e tutto per illudersi d'esser diventati classe media, nuova borghesia che forse non furono mai.

Non si scalano le classi sociali restando puliti

«Quant'è bella la città, quant'è viva la città», ironizzava Gaber e la metropoli per molti fu il regno di Utopia.
Non le scali le classi sociali in questo Paese se vuoi restare pulito, se resti provinciale dentro, ti fanno passare la voglia, ti puniscono, stai al tuo posto e non permetterti più.
SI RIDEVA PER NON PIANGERE. La sera nei cinema d'estate all'aperto, ciascuno al suo posto la gente rideva, rideva per non piangere allo spettacolo di cinque balordi che si consumavano come specchi, che davano ali all'angoscia che consuma ogni uomo ascoltando un fallimento, rimpiangendo un amore, affiorando su una faccia che appariva di colpo orrenda ed era la tua.
Tutti al proprio posto e tutti perdenti. Quasi tutti. La vita è quella faccenda che credi di tirare schiaffi alla stazione, finché ti accorgi che il viaggiatore preso a sberle sei tu.
Forse è per questo che in quarant'anni non abbiamo saputo fare a meno di quelle bischerate che pochi capivano davvero, di quello star male che consolava, che al liceo avevamo imparato a definire spleen o ennui, ma Baudelaire non c'entrava, era il lamento di una banalità che si ribellava a se stessa e ne uscita distrutta.

IL LIBRO NON SI TROVA PIÙ. Zingari per due ore, un canto di sirena quel tema musicale di vertiginoso dolore e qualcuno riuscì a trovare la sceneggiatura originale che poi era un romanzo fatto e finito e lì si scopriva che la tanto celebrata “supercazzola” invece era scritta come “supercazzora”, ma poi le distorsioni si impongono, diventano vulgata.
Ormai non si trova più quel libriccino anche a cercarlo nelle bancarelle dei libri usati, che a portarli a casa puzzano di muffa e quando li rileggi non ti piacciono più come allora perché son passati secoli e tu sei cambiato come una pianta che a ogni stagione si rinnova, mette foglie, perde foglie.
Sfogliando primavere, ogni volta avremmo rivisto il film divertendoci ad anticipare le battute. Ma ogni volta penetrava in noi un po' più di quello strazio. Finché ne siamo rimasti travolti, come nell'alluvione di Firenze del '66.
LE STESSE PAURE DEL CONTE MASCETTI. Adesso a volte ci pare di capire tutto, brutto segno, di ogni singola sequenza, di ogni dialogo e di ciascuna nota di quel tema crudele. Rivediamo la nostra vita, gli stenti dei genitori provinciali, la loro disperata allegria che, proprio come per il Mascetti, un volo di farfalla bastava a rianimare, la vitalità di fine secolo che avremmo ereditato per via genetica, e sotto ancora quella fisarmonica da star male, da baraccone o da stazione, quella chitarra arpeggiata che sapeva di lampioni nella notte fiorentina e non si ha più voglia di niente, non di vivere, non di morire.
Amici Miei ora ti fa sentire pianta che secca, ti mancano le zingarate e gli amici rimasti per strada, tutti lontani, tutti perduti. Pensi a cosa sei diventato, al coraggio smarrito e ti spaventa ritrovarti così. Con l'età del conte Mascetti e la stessa paura.
Adesso è più difficile restare spensierati, le ombre pesano troppo, anche quelle del Perozzi, del Melandri e gli altri. Anche ridere pesa. Quarant'anni di Amici Miei e noi la stessa loro età, e altrettanto sconfitti.

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