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BASSA MAREA 4 Agosto Ago 2015 1636 04 agosto 2015

Nel Paese del Gattopardo ogni critica è peccato

Dalla questione meridionale fino alla scuola: noi ci piacciamo così. E chi prova a rilevare un'anomalia viene bollato come autorazzista.

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L’Italia vanta il privilegio di avere alle sue origini uno dei due massimi pilastri della letteratura mondiale, l’altro è Shakespeare diceva T.S. Eliot, e non c’è un terzo allo stesso livello.
Ma Dante non è solo un padre della lingua di straordinaria modernità. È anche un antesignano del profondo pessimismo degli italiani su se stessi, un pessimismo di fondo al quale gli italiani da sempre reagiscono con la profonda convinzione di riuscire comunque a cavarsela.
«Ahi serva Italia, di dolore ostello…», dicono i tre endecasillabi del VI Canto del Purgatorio e non occorre aggiungere altro per assegnare a Dante la primogenitura di quello che oggi viene chiamato, con riprovazione, autorazzismo. Una sorta di riprovevole masochismo.
ITALIA, TERRA DI PECCHE TRAGICOMICHE. Stiamo vivendo dopotutto una stagione di nostalgie neo-nazionaliste come conseguenza dell’eclissi parziale dei concetti di Europa e di Occidente: facciamo da noi, torniamo alla lira, basta Bruxelles. Esempi esteri? Superflui.
Tutte le nazioni hanno le loro pecche. Solo che le nostre sono a volte sul tragicomico, e quindi più ridicole, o inspiegabilmente, per chi ci osserva da fuori, tenaci e pervicaci, mentre una seria azione amministrativa dovrebbe, si pensa, in pochi anni porvi rimedio, si veda l’abnorme evasione fiscale.
LA CORRUZIONE MEDITERRANEA DI LA CAPRIA. Sono difetti ben codificati, dell’intera nazione italica molti e alcuni attribuiti in misura maggiore a quella quintessenza di una certa italianità, nel bene e nel male, che è il Mezzogiorno, e varie sue aree (a partire dall’emblematica Sicilia) in particolare.
È il mondo di quella che Raffaele La Capria chiama «corruzione mediterranea», spicciola, «talmente diffusa che ci appartiene come una seconda natura», ma che sommata diventa una grande corruzione. Quanto al Nord, che ama considerarsi diverso ma è solo una variante “nordica” della stessa cultura – cosa che implica varie differenze, ma non determinanti -, basti una parola, dedicata all’orgoglioso triveneto: Mose.

Gli italiani sono sempre pronti a parlar male del proprio Paese

L’autorazzismo può sembrare una scoperta del 900, codificata dai sociologi americani come internalized racism e riferita a quegli afroamericani convinti di essere davvero fanulloni, inattendibili, pasticcioni, come dicevano i bianchi. In realtà l’autorazzismo, in varie forme e gradi, è molto più antico. E molto italiano.
Ne abbiamo non certo l’esclusiva, ma forse la primogenitura. Da Dante al Leopardi a Sebastiano Vassalli, per citare un contemporaneo di qualità appena scomparso, passando per Tomasi di Lampedusa e Sciascia per restare alla letteratura, e al Novecento, oltre a una schiera di storici e polemisti di rango, basti citare per il passato, e in particolare per il Sud, Giustino Fortunato, lucido e generoso pessimista, e il caustico Gaetano Salvemini.
INGLESI AGLI ANTIPODI. Gli italiani, sempre così pronti a parlar male del loro Paese, con profondo scetticismo e affetto insieme, sono agli antipodi rispetto agli inglesi che mai parlerebbero male, in genere, dell’Inghilterra neppure tra loro e tantomeno in presenza di uno straniero.
Lo osservava in quello che resta uno dei migliori ritratti della English mind il grande Edmund Wilson, sbarcato a Londra dagli Usa a fine secondo conflitto mondiale, e stupito di osservare come gli inglesi addirittura considerassero disdicevole per uno straniero criticare il proprio Paese: «Un atto di debolezza».
Erano stati comunque gli inglesi, all’epoca dell’Italia post unitaria, a dare il via alle critiche verso l’Italietta con il concetto di Carnival Nation, Paese carnevalesco, e non solo per l’abbondanza di carri allegorici, in stagione.
UN SOTTOFONDO DI SCETTICISMO. «La nuova generazione si vergogna di essere definita dai più seri nordici un Paese da Carnevale», diceva ai suoi lettori, da Roma, persino il Sidney Morning Herald nel 1880. Nel 1911 il ben più autorevole Times di Londra decretava, all’opposto, come ricorda Emilio Gentile nel suo La Grande Italia, che «nulla merita attenzione come la notevole stabilità del Regno d’Italia».
La penisola ha sempre alternato fasi di notevole successo, alla fine della belle époque, nei primi Anni 30 (il fascismo adatto a un popolo…immaturo, per chi non ci riteneva buoni per la democrazia) e poi soprattutto il miracolo economico del 55-65. Ma sempre su un sottofondo di scetticismo, più da parte degli italiani ancora che degli stranieri. Del resto che diceva Totò, questa quintessenza dell’italiano vero nella sua versione napoletana, al suo compare e fratello Peppino se non «Non facciamoci riconoscere»? Una summa dell’autorazzismo.

Farsi domande è diventato segno di autorazzismo

Oggi non è più così scontato. Questa rubrica si è presa l’accusa di “autorazzista”, inspiegabile, per avere ricordato come il titolo di dottore, che già in modo molto anomalo in Italia veniva concesso da sempre con quattro-cinque anni di Università mentre all’estero ne richiede da sempre in genere non meno di otto e studi assai più approfonditi, è stato decretato 20 anni fa con la riforma 3+2 non al termine dei 5 anni, il che ci avrebbe reso un po’ meno anomali, bensì dopo i primi tre anni.
Ma che senso ha? Eppure a vari italiani rilevare questa anomalia sembra oggi sciocca autodenigrazione. Autorazzismo. Meglio il Paese dei tutti dottori. C’est plus facile.
IL SUD? VA BENE COSÌ... Probabilmente per alcuni è ugualmente autorazzistico chiedersi, dopo l’ultimo terribile Rapporto Svimez su un Sud assai più vicino alla Grecia che al Nord, quali sono i mali di una situazione che né il tempo né i capitali sembrano riuscire ad avviare su una via proficua.
E ugualmente sarebbe autorazzistico ricordare dopo il florilegio di maturità a pieni voti e con lode in alcune regioni meridionali che cosa scriveva Salvemini a inizio 900 sulla scuola del Sud. Mediamente un disastro, diceva il molfettano Salvemini, terra di conquista della piccola borghesia meridionale che insegna male e regala voti.
Bisognerebbe, diceva, obbligare per legge chi vince il concorso al Nord a insegnare per alcuni anni al Sud. Non è avvenuto esattamente così. Ora si dice che al Sud studiano di più perché la scuola è un riscatto.
RITORNO AL GATTOPARDO. Forse il voto, di diploma e di laurea, è spesso un viatico, questo sì. È da sempre che ai concorsi pubblici una parte dei laureati meridionali partono in vantaggio, grazie al voto. Oggi peraltro, in molte facoltà, generoso anche al Nord.
Non abbiamo come italiani da rimproverarci molto più di altri nella sfera privata, di più nella sfera pubblica, abbiamo vari motivi di soddisfazione, vari di rimpianto (la gestione del territorio, ad esempio), e alcuni di vergogna. Ma chi non ne ha?
Il problema con questa marea montante delle denunce di autorazzismo è che sa tanto di italiano, nel senso deteriore. Un negare che si possa migliorare perché già siamo più che buoni. Ci piacciamo così. Il che ci riporta, esattamente e con astronomica precisione, al Gattopardo.

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