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STRANEZZE 14 Agosto Ago 2015 1255 14 agosto 2015

L'invasione dei festival inutili: siamo circondati

Da quello della Felicità fino a quello dei signornò. Confusionari, banali, ripetitivi: l'importante è che si facciano. Perché la festivalite è la malattia dei nostri tempi.

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L'OltrEconomia Festival si dichiara «contro le opere inutili».

All'inizio ti preoccupi. A leggere il “Concerto dell'Aurora” ad Assisi, a uno gli viene da tirare uno smarthpone contro il portatile in un ululare da uomo lupo: «Ancora 'sta figlia di Ramazzotti?».
Invece, per fortuna, è qualcosa di molto più abbordabile, si tratta dell'evento clou del Festival della Felicità, guest star Mastrini «primo al mondo a sperimentare la musica letta e suonata al contrario» (Giovanni Allevi, tiè).
Illusi noi che da 47 anni disputavamo su chi ci avesse provato prima, se i Beatles o Lucio Battisti, ma si vede che qui è tutta un'altra cosa. Anche l'orario è curioso, le 5,30 del mattino, roba da stravaganze teosofiche da Monte Verità più che da Assisi. C'è pure un problema di decifrazione, perché la fatidica email strilla in un tripudio psichedelico: «Il cuore con ha barriere». Invece era “non”, non ha barriere ma ha refusi. Capita.
FESTIVALITE, MALATTIA DEI NOSTRI TEMPI. Ed è inutile chiedersi che senso abbia la felicità in festival, la festivalite è la malattia dei nostri tempi. Ha soppiantato quasi per osmosi la convegnite, i convegni avevano un po' rotto, sapevano di tavole rotonde, di pulverulenti meeting sindacali, di rado pubblico che dopo la settima ora si arrendeva al sonno, la mascella cascante come in treno. Se invece si prende qualsiasi cosa, evento, polemica, auspicio, gli si mette davanti il festival, tutto assume un irresistibile sapore di cazzeggio, perfino impegnato.
Si prenda, per dire, “Precaria”, curioso festival napoletano: «Festival delle culture e dei soggetti del precariato metropolitano rappresenta un'occasione per riflettere e confrontarsi in vista della giornata internazionale degli indignados del 15 ottobre».
A TRENTO SFILANO I SIGNORNÒ. «Le culture e i soggetti», puro demagistrese già dall'eloquio e infatti il Giggino così inaugurò il suo effervescente mandato nel capoluogo campano: con un festival che annunciava un festival che rimandava a un festival, che a parteciparli tutti almeno diventava un lavoro.
Oppure, per rimanere in tinta, il freschissimo “OltrEconomia Festival” di Trento, incazzatissima kermesse di signornò: Nopriv, Notriv, NoTav, NoNav e chi più ne ha più non ne metta, questo sarebbe un festival «contro le opere inutili», praticamente una spirale.

«Chiudiamo i festival inutili». Ci vorrebbe un festival per decidere quali...

Oscar Giannino al Festival della Felicità.

Un po' come Alessandro Baricco il quale, dal prestigioso Giffoni Festival, ha tuonato: «Basta coi festival inutili». Eh già, lo decide lui quali, oppure una bella commissione paritetica e democratica; meglio ancora, un festival ad hoc.
La realtà è che di festivalite molti campano, l'indotto è meglio di quello discotecaro, la pandemia è persino entrata nella Treccani come neologismo, chi si ferma è perduto: festival sulla gioia, la sfiga, l'amore, il gallo cedrone, basta che uno si alzi con un'idea meravigliosa e difficilmente gli enti locali, altrimenti sparagnini, si sentono di dirgli di no. I Festival del jazz sono un'orgia e sfiniscono gli ospiti, più o meno sempre gli stessi, senza requie, i Festival della Taranta, ormai famigerata, si tengono anche a Bolzano, il pensare glocal festivaliero sposta i Festival della Trifola nelle isole e quelli della Cozza sulle Alpi.
«LE PAROLE SONO IMPORTANTI». Qualcuno, sempre teso al rinnovamento, fa il furbo e ritocca la definizione, così un banale Festival di filmini amatoriali può diventare “Festa di Cinema del reale, quattro all day and night long di proiezioni, vernissage, happening, concerti, mostre, food experience, installazioni, design, aperitivi musicali e dj set all'insegna della regola Corpi/Inganni/Movimenti”. Pare più che altro un gran casino, in ogni modo buona fortuna.
Bisogna stare attenti a come sono descritti questi Festival, e soprattutto scritti negli inviti, perché, come ha insegnato Nanni Moretti, «le parole sono importanti» e spesso qui pare che la famosa signorina che faceva cose, vedeva gente abbia finalmente trovato un suo percorso direzionale in grado di esplicare le proprie attitudini nel senso di una attività “altra”. Quella di comunicatrice di Festival.
L'ECOFESTIVAL DI PRATO. L'Urban Ecofestival di Prato, ad esempio, sarebbe un «incubatore di eventi musicali sostenibili», ovviamente in scena al Parco della Liberazione e della Pace (e dove sennò?), nonché «fortemente voluto dal Comune di Prato e dall’Assessore alla Cultura Simone Mangani sia per la sua forte valenza positiva, progettato secondo i parametri della Iso 20121:2012, standard internazionale per la gestione sostenibile degli eventi, e case-history all’interno di EcoMusicFestival».
I parametri ci sono, la volontà dell'assessore non manca, la gestione è sostenibile, la mission è «riqualificare culturalmente il territorio di Prato» e l'ecologia sta nel supporto di alcuni professionisti dell'ambientalismo canterino, senza dimenticare la gloria cittadina appena uscita dal talent The Voice, e largo spazio all'ukulele, strumento ecosostenibile.
Data la particolare sensibilità, è scontato che tutti gli artisti raggiungeranno il Parco della Liberazione e della Pace a dorso di mulo.

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