MUSICA 28 Agosto Ago 2015 1500 28 agosto 2015

Motorhead, le sette vite di Lemmy il dannato

Problemi di salute. Tour a singhiozzo. Settant'anni vissuti senza compromessi. Il frontman Kilmister non si spezza. E con Bad Magic fa di nuovo centro. Foto.

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Che Lemmy fosse tipo da non morire anche se lo ammazzano, lo si sapeva già e non si può che ribadirlo oggi, che lugubre cavalca i suoi 40 anni di carriera e 70 di vita rigorosamente dalla parte sbagliata.
Pareva non farcela, falcidiato da malanni, diagnosi infauste, concerti spezzati a metà, tour a singhiozzo; ma c'è un senso di ineluttabilità nell'imminente nuovo album dei suoi Motorhead, Bad Magic, se possibile ancora più violento, urgente e spietato del predecessore, il pur ottimo Aftershock.
VITTORIA O MORTE. È un assalto continuo, registrato in presa diretta, dove Lemmy ringhia di puro orgoglio e sembra dire che questa è l'unica vita possibile per uno nato persino nel giorno sbagliato, la notte di Natale, figuratevi, di 70 anni fa.
«Vittoria o morte», sibila in apertura, e da lì in avanti, per 43 minuti non ci sarà altro che una tempesta di riff e di assoli, un tuonare di batteria, un muro di suono che sembra sgretolarsi, venirti addosso, seppellirti, puri Motorhead senza scampo, con arrembaggi nello speed, come in Thunder And Ligthning, o nel punk metal come in Choking On Your Scream, che ricorda da vicino, ed è il minimo che si possa dire, Ugliness di Iggy Pop, da quel gioiello grezzo e sottovalutato che fu Beat Em Up (2001).
UN INFERNO DI MUSICA. Unico momento di tregua, si fa per dire, la straziante, preoccupante ballata Till The End, e già il titolo dice tutto: solo così può esistere un angelo caduto come lui, non ha senso pentirsi alla sua età, tutto ciò che resta da salvare è una fondamentale coerenza, una integrità oltre le convenzioni per chi tutto si è concesso, molto ha rifiutato, molto ha ottenuto e adesso non gli rimane che morire così come ha vissuto.
Il più tardi possibile, certamente, ma senza deflettere di un centimetro, sia quel che sia, fino alla fine. Una sorta di catartica ammissione: che volete da me, io sono solo un pazzo, un bassista rock and roll e faccio l'unica cosa che so fare, devastarmi a un ritmo forsennato in un inferno di musica.
TRA CRUDEZZA ED ELEGANZA. Ma un inferno che incredibilmente riesce quasi a commuovere, per quella spaventosa ostinazione di un dannato che perde i pezzi mentre ancora lo attraversa, eppure non molla. Tanto che alla fine restano dettagli, curiosità di lusso l'assolo di Brian May dei Queen su The Devil, o la cover di Sympathy For The Devil, rispettosa, certo, intensa, si capisce, ma dove Lemmy, al confronto con l'infinitamente più vitale Jagger (di due anni più anziano) tradisce tutta la sua fatica, il suo arrancare sull'unica strada che conosce.
Perché il rock non è solo una faccenda di violenza, di potenza, è il cortocircuito mirabile tra crudezza ed eleganza e un inno come Sympathy resta nelle mani artritiche degli Stones, che, per loro parte ridotti a pupazzi macabri, costretti a danzare fin oltre la loro morte, sanno però incarnarlo ancora nel migliore dei modi.

  • Thunder And Lightning dall'album Bad Magic.

Ritmi forsennati e rabbia inesorabile: Bad Magic è una sorpresa

Detto questo, non può non impressionare un disco come Bad Magic, dove si picchia e ci si sgola a 70 anni come e più che a 30, i ritmi sono costantemente forsennati, la rabbia sgorga inesorabile, irragionevole, quasi ottusa nella sua ferocia.
LA LUGUBRE EVIL EYE. La stessa mascotte, lo Snaggletooth puntualmente ritratto in copertina, questa volta ricorda molto la primissima versione dell'album d'esordio, e probabilmente non è un caso.
Ma così deve essere se ti chiami Lemmy Kilmister e ti affiancano due ceffi come Phil “Wizzo” Campbell e Mikkey Dee.
E viene da pensare: potranno mai i 20-30enni di oggi arrivare alla vecchiaia, perché questa non è maturità, è vecchiaia senza mezzi termini, ma potranno arrivarci in modo così spaventoso, così terribilmente orgoglioso?
Questa è roba che solo a cantarla su un palco ti uccide, basti ascoltare la truce, lugubre Evil Eye che ha in se la maledizione di una scelta inesorabile, irreversibile.
IL SUONO IMPASTATO. Il fatto che sia un uomo malato, da tempo oscillante sul crinale della morte, a bofonchiarla, non fa che aggiungere margini di inquietudine in chi la subisce. Per non dire del suono, così impastato, quasi avventuristico, un buco nero di suono che divora se stesso, a simboleggiare la definitiva distanza da qualsiasi compromesso: io sono così, noi siamo così e non possiamo essere altro, prendere o lasciare, a voi la scelta.
Un disco del genere potrebbe anche riuscire monotono, nel suo apocalittico fracasso, e invece risulta eccitante e del tutto diverso dai banali motori d'aereo di certo metal estremo, che non vanno da nessuna parte.
UN LAVORO DI CLASSE. Di sicuro, dopo i sofferti trionfi della scorsa stagione nessuno si aspettava un fiotto di bile e di sangue come questo. Ma i Motorhead sono riusciti a sorprendere tutti con un lavoro grezzo eppure di impagabile classe.
Sì, c'è qualcosa di fatale, di ineluttabile nel dover invecchiare a questo modo, scaricando l'ugola martoriata su una lava di chitarre ancora a 70 anni. Qualcosa di improbabile, di sbagliato, di assurdo eppure vivo, di disperatamente vivo, che va oltre il denaro, la fama, il brivido del palco, la persistenza di un successo che ti sorprende ormai decrepito, patetico nell'inseguirne tutti i decadenti benefici.
Qualcosa da cui non puoi fuggire perché, fatte salve le sfumature, heavy, hard, alla fine è solo di rock che si tratta.
È solo rock and roll e chi gli si vota lo sa, che non ne uscirà vivo. Il principio di tutto sta lì. Anche la fine.

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