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L'ULTIMO MARXIANO 8 Settembre Set 2015 0900 08 settembre 2015

Idiozia bilingue a Milano: così ci uccidono l'identità

L'uso coatto della lingua inglese in un liceo? Globocrazia dei mercati che plasma i popoli.

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Un'immagine di Dante Alighieri.

Nell’affollarsi di eventi che hanno sconvolto le ultime settimane, è passata pressoché inosservata una notizia su cui vorrei portare la vostra attenzione: 'Qui il futuro è bilingue', a Milano il primo liceo pubblico dove si studia in inglese.
Così titolava la Repubblica, sezione Milano, per poi celebrare le virtù del nuovo progetto, un liceo - il Classico Tito Livio -, in cui, come si affrettava a sostenere giubilante l’autore dell’articolo, «gli studenti faranno lezione in inglese».
MA QUALE RIVOLUZIONE. Questa follia, che dovrebbe fare inorridire chiunque, e in primis gli insegnanti, è stata addirittura salutata - così nell’articolo - come «rivoluzione scolastica».
Ciò farebbe ridere, se non facesse piangere.
Nel tempo in cui i bombardamenti imperialistici sono detti «esportazione di democrazia» e i colpi di Stato «governi tecnici», non stupisce che la distruzione del benemerito liceo Classico, fiore all’occhiello della nostra civiltà e dono - nella sua forma attuale - della riforma di Giovanni Gentile, venga salutato come «rivoluzione scolastica».
È in sintonia, del resto, con la ridicola formuletta “Buona scuola”, che - Orwell era un dilettante! - annienta la scuola nell’atto stesso con cui promette di renderla “buona”.
UNA TRAGEDIA MODERNA. La preside del liceo ha asserito trionfante: «Abbiamo capito che il futuro è lì».
Non si è, ovviamente, nemmeno sognata di precisare che l’uso coatto dell’inglese a detrimento della lingua italiana è una delle non poche tragedie dell’odierna mondializzazione, che coarta i popoli ad abbandonare la loro cultura e la loro identità per sciogliersi nel magma degli atomi senza cultura e senza identità, capaci solo di parlare l’inglese operazionale dei mercati.
Non si è nemmeno sognata di dire che l’uso della lingua inglese è uno dei tanti imperativi a cui ci ha abituato la cosiddetta globalizzazione, ossia il nome pudico e “morbido” con cui ormai la manipolazione organizzata e l’industria della coscienza ci hanno abituati a qualificare il monopolio della violenza organizzata capitalistica su scala planetaria.
È LA LINGUA DELL'ECONOMIA. Solo così, del resto, si spiega quel paradosso oggi lampante che si esprime, in generale, nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi, di Machiavelli e di Gramsci) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.
Quest’ultimo aspetto rivela, se ancora ve ne fosse bisogno, la nostra incapacità di intendere e di parlare un’altra lingua che non sia quella dell’economia.
MODELLATI ILLIMITATAMENTE. Senza cultura e senza identità, i popoli possono essere plasmati e modellati illimitatamente, ciò che è, appunto, il sogno della globocrazia mercatistica ovunque imperante.
In fondo, quando la preside dice che «il futuro è lì» sta usando una formula orwelliana alla stregua della “Buona scuola”. La realtà ha superato la fantasia: 1984 di Orwell non è stato abbastanza radicale.

* Diego Fusaro (Torino, 1983) è studioso di filosofia. Dirige la collana I Cento Talleri dell’editrice Il Prato ed è il curatore del progetto internet La filosofia e i suoi eroi. Autore di diversi libri - tra cui Bentornato Marx! (Bompiani, 2009), Coraggio (Cortina, 2012) e La passione di essere nel mondo (Feltrinelli, Milano 2015) - si definisce «allievo indipendente di Hegel e di Marx». Questo articolo segna l'inizio della sua rubrica su Lettera43.it, intitolata L'ultimo marxiano.

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