Giorgio Simonelli 150922155653
TELEVISIONE 26 Settembre Set 2015 1200 26 settembre 2015

Talk show, Simonelli e i telepredicatori

Più che giornalisti sono «personaggi, attori», dice il critico Simonelli. «E nemmeno bravi». Da Del Debbio a Giletti, gli arruffapopoli del piccolo schermo.

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Giorgio Simonelli.

Venghino lor signori, accendano la televisione. Piangano, si indignino, parteggino. Basta che non riflettano o lo facciano il meno possibile.
E non importa se a parlare è un disoccupato italiano che ce l'ha con chi aiuta solo «i neri», un imprenditore strozzato dalle tasse, o un'intera piazza imbufalita contro l'amministratore o il politico di turno. Perché al centro della scena, sotto i riflettori, ci sono sempre e solo loro: i telepredicatori.
Da Paragone a Del Debbio fino a Giletti, prossimo alla riapertura della sua Arena, la scelta è ampia. Ed è premiata dal pubblico.
E I TELESPETTATORI ABBOCCANO. O meglio, fa notare a Lettera43.it Giorgio Simonelli, docente di Storia della televisione e di Giornalismo televisivo nonché opinionista a TvTalk, «da parte di un certo pubblico che abbocca». E che all'approfondimento e alla riflessione preferisce le «emozioni forti».
Sia chiaro: nessuno crede nel mito del talk asettico, oggettivo; e nemmeno alla favola del conduttore neutrale. «Sarebbe ipocrita, non ci si può spogliare della propria cultura», continua Simonelli, «ma da questo a fare teleprediche ce ne passa».
PIÙ CHE GIORNALISTI, PERSONAGGI. Questi giornalisti «interpretano un personaggio, si compiacciono della loro conduzione. E studiano una parte».
Basta osservarne la mimica, la prossenica, la gestualità. «Tutto è preparato a tavolino».
Ma fosse solo questo.
«Il talk, per costituzione, è teatro, recita. Ma Del Debbio, e ancor più Giletti, recitano pure male. Impostano la voce, fanno le smorfie. Come diceva Carmelo Bene, sono bugiardi, non attori». Il risultato è presto detto: «Scivolano nel populismo più sfrenato, nella demagogia che ogni ragionamento minimamente logico sarebbe in grado di smontare».
Anche se potrebbero esserci delle sorprese, visto che Giletti inaugurerà la nuova stagione con un suo reportage da Mosul e un'intervista esclusiva a un guerrigliero dell'Isis. «Magari ci stupirà», sorride il professore, «e ci ricorderemo che è stato un giornalista».
SANTORO, UN VERO DRAMMATURGO. Rispetto al 'maestro' Michele Santoro, però, manca loro una qualità essenziale: «Non sono drammaturghi. Santoro riesce a inventare personaggi, situazioni e soprattutto scenografie. Costruisce simboli. Mentre Giletti e Del Debbio non sono in grado di farlo».
Quinta Colonna e l'Arena sono diametralmente opposti dunque ai due «talk istituzionali», Ballarò e Di Martedì che, si sono «raffreddati». I Giannini e i Floris insomma non scaldano la platea che «vuole il sangue, mica la sobrietà». Particolare, questo, colto anche da Matteo Renzi.
LA CRITICA AI TALK. «Se tutti e due i talk show del martedì fanno meno di Rambo, di una replica della replica, vuol dire che trama conosciuta per trama conosciuta, finale già scritto per finale già scritto, si sceglie la storia che è scritta meglio, dagli americani», ha detto il premier alla direzione Pd. «Ho visto cambiare l'umore dei deputati e senatori Pd quando sono ricominciati i talk show. Lasciateli fare: il racconto del Paese non può essere quello pigro e mediocre che va tutto male. Le cose che non vanno si cambiano».
Come dargli torto? «È noto come l'acqua calda che quel tipo di format sia vecchio e desueto», commenta il critico.
I DESIDERATA DI RENZI. Il fatto però è che il premier, che tanto si trova a suo agio nei faccia a faccia da Bruno Vespa a Barbara D'Urso, «vorrebbe che si dicesse che il Paese è cambiato, che si raccontasse della nuova atmosfera che si respira da quando è al governo».
Tradotto in renzese, che lo storytelling del Paese fosse il suo. Ma non considera che l'Italia in realtà è immobile, «ferma da 20 anni».
Alla fine della fiera, però, la domanda da porre è un'altra: «Ma come si fanno ancora a guardare questi programmi?».

Twitter: @franzic76

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