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INTERVISTA 8 Ottobre Ott 2015 1432 08 ottobre 2015

Neri Marcorè: «Sì, rimpiango Berlusconi»

Il Cavaliere? «Da comico mi manca». L'Italia di oggi? «Un cantiere». La tivù? «Non mi interessa più». L'attore si confida con Lettera43.it, tra teatro e attualità.

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Piace a tutti Neri Marcorè perché «diverte ma fa anche pensare», che sarebbero gli imperativi categorici della nostra epoca.
Piace perché ha la faccia del bravo ragazzo, che non sai mai se ti sta studiando per farti la caricatura, per tirar fuori il ridicolo che è in te però anche fosse lo fa con estremo rispetto, “coi valori” si sarebbe tentati di dire.
Piace perché è il ragazzo di provincia che dalle Marche ha conquistato la Capitale corrotta però è rimasto bravo, onesto, di provincia dentro e coi valori e con gli spettacoli giusti.
Al teatro Cristallo di Bolzano-Bozen, va in scena l'ultimo sul repertorio di De André, rivisitato con tanto di orchestra sinfonica più quartetto d'archi, una cosa raffinata, anche difficile.
Che qualcosa ci sia in lui di Ermes, che si slega dalle fasce e subito va a fregarsi cinquanta vacche della mandria di Apollo, non ci piove.
Ma se sia più dionisiaco o più apollineo, invasato o misurato, è difficile capire, forse impossibile e questo è parte del suo fascino sfuggente di artista sempre incompleto e dunque completissimo, perfino sovrabbondante.

L'attore e comico Neri Marcorè.



DOMANDA. Di lei dicono: «È eclettico». Lei spiega: «Faccio ricerca orizzontale». Ma c'è un metodo, la ricerca di uno schema, o viene tutto come viene?
RISPOSTA. No, nessuna ricerca, vado a istinto, che io sia eclettico credo sia un dato di fatto: dove sono razionale è nella cura di una percezione da offrire al pubblico, perché si dica: è lui, è una cosa fatta alla sua maniera.
D. E come si prepara? Perché se salta di palo in frasca, deve sempre ricominciare da capo...
R. Sì è faticoso, ma il prezzo lo pago volentieri, ho l'ossessione di non stancare, preferisco dire: vado via, ricomincio da capo.
D. Quali mostri ha incontrato o incontra nel suo misurarsi da artista a artista? Dico situazioni, personaggi terribili...
R. Beh, ma non ci entro mica dentro, non mi lascio risucchiare, resto a debita distanza. Se no si impazzisce. Faccio il tramite, non l'alter-ego.
D. Ma non siete un po' troppi a riscoprire sempre i soliti?
R. Mah, sa, io credo ci sia spazio per tutti, perché poi ognuno rilegge a modo suo, e il pubblico certe differenze, certe sfumature, le coglie. Di stile, di convinzione...
D. Non c'è la totemizzazione dietro l'angolo? Perché anche Gaber, De André e compagnia cantante spesso 'tiravano via', no? Ma se lo dici sono guai...
R. Il rischio c'è. Ma devo dire che non nutro fanatismi per nessuno. I primi dischi di De André mi annoiavano anche, la passione è scattata insieme alla Pfm.
D. Sa cosa diceva Lucio Battisti del Faber: buono fino al liceo, dopo basta.
R. Quello che mi interessa è essere rigoroso nei codici. Capire e far capire una densità artistica, dopo basta. De André lo riprenderò anche in futuro, come teatro-canzone, perché c'è molto da dire. Di Gaber portai in scena i testi, da autore.
D. Questo è uno spettacolo su un anarchico, ma è molto organizzato, molto strutturato. Voi ex intrattenitori vi siete tutti ingranditi, come mai?
R. Il limite di una cosa come questa, che di fatto è un nudo concerto, è il potere avere sempre una orchestra. Quindi è poco esportabile, vive di singole occasioni.
D. Parliamo un po' di questi musicisti. Ogni volta un'orchestra diversa: la Haydn, poi lo Gnu Quartet...
R. Con loro ormai siamo una famiglia, condizionano anche la scaletta, in cui ho evitato i brani più attesi. L'orchestra deve sempre avere quel qualcosa che la fa amalgamare e questo non è scontato.
D. Va bene la libertà, le sfaccettature, ma perché uno che comincia col cabaret, con l'umorismo, arriva a misurarsi col canto, con la forma canzone densa, pedagogica?
R. Per me è un fatto di crescita: questa cosa la faccio a 49 anni, mica a 24. Per questo ho smesso con le imitazioni, c'era da diventare patetici a rifare in eterno Alberto Angela. Io ho fatto altri studi, lo spettacolo è solo capitato. Adesso mi domando: rifaresti tutto? E rispondo: sì se potessi fare le stesse cose. Sono fortunato e non mi curo dei calendari.
D. E di cosa si cura? Di cosa ha fatto, di lasciare una eredità artistica, o di cosa può ancora raggiungere?
R. Non credo di avere fatto tanto da lasciare una eredità. I mostri sacri sono altri. Come artista sono soddisfatto, ma voglio scoprire cosa sono ancora in grado di offire a un pubblico. E a me stesso.
D. In precedenti spettacoli riproponeva addirittura Baker Street di Jerry Rafferty: solo chi ha la nostra eta' puo' capire...
R. Quel maledetto assolo di sax, si'. Che ogni volta ti alza la pelle.
D. Senta Marcorè, e invece di questi trenta-quarantenni che sgomitano adesso, tutti filosofi, tutti aristi, cosa ne pensa?
R.
(Sorride, forse gli viene una battuta ma se la tiene) Quali dice? Non capisco...
D. Ma sì che capisce, quelli che vanno in televisione e fanno il vecchio trucco: «Ah, lei mi dimostri un po' di intelligenza, se ne ha...». Certo che ad arroganza sono bravi.
R. Strafottenti, sì. Mi pare ci sia molta insicurezza... Insicurezza verso il pubblico. Ma se tu sei onesto, se sai cosa vali e di avere dato il massimo, sei molto più tranquillo, non vai fuori giri, non tendi sempre a strafare.
D. Lei intanto è sempre meno in tivù, per lo meno a far ridere, per dire a divertire. Cos'è, un altro caso o una precisa strategia?
R. No, è che non mi attira molto, ci vado per occasioni singole. Adesso ho altre passioni, altri interessi e assecondo quelli.
D. Insomma non le piace la televisione di oggi.
R. Mi interessa di meno, non mi interessa.
D. E invece questa Italia, le piace?
R. Sa, mi pare un cantiere, lavori in corso. Sto alla finestra, un po' tramortito. Vedo che è difficile ricostituire un tessuto connettivo.
D. Però c'è stato un eccesso didattico, anche didascalico, in voi ex comici, come già coi cantautori...
R. D'accordo, a livello generale sarà anche così, poi ognuno fa i conti col suo carattere, coi limiti che si pone.
D. Poi la contestazione di Berlusconi a voi è servita, vi ha dato una statura, un potere intellettuale che quelli di prima non avevano: adesso discettate di Costituzione, di flussi, fate i giornalisti...
R. Io Berlusconi lo rimpiango come comico, anzi ex comico come dice lei, perché onestamente per tutti noi è stato una manna. Come cittadino mi sarei risparmiato vent'anni così.
D. Va beh, ma mica solo per lui. Non è comodo individuare sempre in uno solo, sempre il solito, tutte le tare, le magagne...
R. Parlo di effetti a lunga scadenza, di riassetto di un Paese, in tante cose.
D. Su Twitter c'è un fanclub a suo nome con 10 mila seguaci. Cosa le dicono i suoi figli: papà, popstar, artista o mostro?
R. No, no, il divismo lasciamolo perdere, poi loro sono cresciuti con un padre in proiezione pubblica e non gliene frega niente. Io manco twitto, posto, chatto...

E sorride, col suo sorriso che non capisci se è indulgente, complice o forse appena un po' sfottente. Ciao Neri Marcorè, come si fa a non volerti bene?

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