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LIBRI 1 Novembre Nov 2015 1800 01 novembre 2015

«Siamo liberi», quando il vero coraggio è tornare

Mollare Milano. Viaggiare sette anni in barca. Ora Elena Sacco è di nuovo qui. «Ho imparato, vissuto, capito. La felicità non si trova fuggendo». L'autrice a L43.

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Prendete gli stereotipi e accartocciateli.
Fatene una pila, insieme con i luoghi comuni, le tentazioni lenitive, le frasi rifugio.
Il piano B. Il chiringuito ai Caraibi. Il mollo tutto per la natura.
Ora prendete i contrari di quegli stereotipi, di quei rifugi, di quei luoghi, e fate a pezzi pure loro.
I «conta solo l’amore». I «non importa dove, ma con chi». I «casa è dove c’è la famiglia».
Finite le scappatoie, inizia Siamo liberi (Chiarelettere, 2015, 308 pagine).
IN GIRO PER IL MONDO IN BARCA. È la storia di Elena Sacco, autrice, voce narrante e protagonista del racconto: donna comune con un lavoro di successo, nella Milano delle agenzie pubblicitarie pre-crisi, con compagno (di vita e di scrivania) risoluto e trascinatore, una figlia di sette anni e un’inquietudine abbastanza forte da accettare di fare proprio il sogno dell’uomo che ama(va), salendo su una barca per girare il mondo.
Incinta di un altro figlio che, al congedo dall’ospedale, viene piazzato in una culla basculante nella dinette (salotto) di un 12 metri e affronta come prima cosa una traversata atlantica.
L'INFELICE FUGA DALLA REALTÀ. Si direbbe il più sonoro dei mollo tutto: sette anni in giro tra Caraibi, Florida, Polinesia, le baie più belle del mondo e la comunità più libera del pianeta.
Sennonché quella di Elena Sacco è tutt’altro che la storia felice di una fuga dalla realtà.
È, invece, l’elogio della complessità sotto mentite spoglie: dietro al racconto del viaggio che tutti vorrebbero fare, e all’impagabile bellezza di sette anni vissuti fuori dalla borghese comprensione, si insinuano le domande su cosa sia giusto per i propri figli e il non sentirsi a casa in nessun posto, anche se tutti magnifici.
VOGLIA DI REALIZZARSI COL LAVORO. Arrivano la fatica della quotidianità in uno spazio piccolo, con due bambini al seguito, e l’esigenza insopprimibile di realizzarsi anche attraverso il lavoro, nonostante le albe polinesiane.
La difficoltà a fare capire agli altri che non tutto è oro quello che luccica e il peso del sentirsi incontentabili.
Fino alla scelta di tornare: nella stessa Milano da cui si era fuggiti. Per di più senza l’uomo con cui si era partite: non disposto a rinunciare al proprio sogno, e nemmeno a cercare un compromesso.
IL CORAGGIO DI SAPER TORNARE. Siamo liberi, insomma, non è un manuale di auto-aiuto per i molti che hanno bisogno di credere che scappare dalla quotidianità sia possibile, appena dietro l’angolo.
I racconti di come ci si libera di una casa, di un’attività, di come si allattano neonati in barca, di cosa bisogna avere e come si prepara la fuga - certo - nel libro ci sono.
Ma quello che conta è soprattutto la riflessione di Elena Sacco sul come e sul perché si scappa, smontando illusioni e stereotipi: «Perché ci vuole più coraggio a tornare che a partire», racconta.
«Al rientro, per esempio, mia figlia Nicole mi supplicava: “Mamma ti prego non dire a nessuno quello che abbiamo fatto: io voglio essere normale”».

L'autrice Elena Sacco e la copertina del libro.


DOMANDA. Aveva 14 anni. Era stata intorno al globo per sette. Era stata “educata” in casa, anzi, in barca, per la maggior parte della sua carriera scolastica.
RISPOSTA. Per Nicole ci sono stati momenti duri. A sette anni ha lasciato la sua vita, la sua casa e i suoi amichetti: si è sentita molto sola. Capitava di incontrare altri bambini in giro: il tempo di diventare amici e poi ci si separava. A un certo punto siamo rimasti fermi in Florida un anno, per farla andare a scuola lì: allora era contenta. Ma in generale il suo giocattolo, il suo compagno, era il fratellino piccolo.
D. Un bambino che fino ai 6 anni non ha mai messo le scarpe per più di mezz’ora.
R. Finché siamo stati via Jonathan era il bambino più felice del mondo. Immaginatevelo: cresce coi genitori e la sorella avendo come parco giochi la barriera corallina.
D. Poi siete tornati indietro.
R. Già. E Nicole dopo due giorni scriveva sms al cellulare a decine. Io non trovano nemmeno i tasti e lei sembrava che non avesse fatto altro. Era come se non fosse mai partita, perché la vita “normale” era quello che aveva sempre agognato in quegli anni.
D. E il maschio?
R. Jonathan è passato da essere Mowgli, libero e felice, a una situazione molto difficile. Ogni notte, prima di addormentarsi, mi chiedeva quando avrebbe smesso di sentirsi «quello nuovo», come lo chiamavano i compagni.
D. Nuovo, ma benvoluto?
R. Nuovo e diverso. I suoi compagni parlavano della Playstation e lui fino a quel momento aveva giocato solo coi pesci o coi suoi libri di dinosauri. Gli mancavano le dinamiche, persino il linguaggio: ha scoperto cos’era il baratto con una fregatura.
D. Cioè?
R. Venne a casa una sera piangendo: un compagno gli aveva chiesto di barattare una sorpresa dell’uovo Kinder col suo stupendo boomerang di legno che arrivava dall’Australia. Johnny aveva detto di sì: non sapeva che barattare implicasse per sempre. Era abituato a imprestare le sue cose, era generoso: non aveva capito che il bambino non glielo avrebbe mai più ridato.
D. I bambini a volte sono involontariamente crudeli. I loro genitori, invece, spesso giudicano volontariamente.
R. All’inizio la gente ti ascolta con la bocca aperta: racconti cose per loro esotiche. Poi scatta la molla del giudizio. In quel caso del baratto, per esempio, non ho trovato comprensione da parte dell’altro genitore. Ha lasciato che il figlio se ne approfittasse, non gli ha spiegato che Jonathan non aveva capito.
D. E lei com’era trattata?
R. Ho trovato genitori duri, di quelli che pensano: «Hai fatto una cazzata, ora arrangiati».
D. È così? È stato un errore partire, o lo è stato tornare?
R. Assolutamente no: non mi sono mai pentita né di essere andata né di essere tornata. Il ritorno è stata una cosa difficile complicata, una scelta più coraggiosa di quella di partire. Ma se non fossi partita, e non avessi affrontato gli anni in barca e quel viaggio, non avrei avuto la capacità di affrontare il rientro e di lavorare pazientemente alla costruzione di una nuova realtà.
D. Ma perché si molla tutto, se poi si sceglie di tornare?
R. Per via di un meccanismo mentale, di una trappola. Ci si sente male, infelici, anche se magari apparentemente si è benestanti o di successo. Io dicevo «Mi sento un criceto, sono dentro a una ruota che gira sempre, non vedo il senso».
D. E non è giusto smettere di fare i criceti?
R. Interrompere la ruota va benissimo, ma alla fine ti troverai sempre con te stesso, ad affrontare te stesso. Il “mollo tutto” è un de-responsabilizzarsi dal trovare un modo sano per stare nel posto in cui si è. Come demandare la propria serenità sempre a un altrove.
D. In giro per il mondo voi di “mollo tutto” ne avete incontrati parecchi. Perché sempre più persone accarezzano l’idea di scappare?
R. Una volta esisteva un macrosistema che inglobava gli individui e li teneva stretti: ci si sentiva partecipi di modelli, si faceva il proprio percorso con la protezione di uno scudo collettivo, l’idea che si poteva cambiare il mondo.
D. Oggi invece?
R. Oggi il macrosistema non c’è più, ma resta la necessità di modelli positivi: vorremmo non essere solo numeri, o solo consumatori. La fuga è un modo di cercarne uno. In realtà, in mancanza di un macrosistema bisogna pensare al micro: nel non essere contenti bisogna trovare una piccola luce dentro di sé, migliorare il proprio intorno.
D. La risposta è dentro di sé: ammetterà che suona un po’ mago Otelma.
R. Intendiamoci: è chiaro che è più affascinante sbattere la tovaglia sulle Ande o in Polinesia piuttosto che farlo a Cernusco sul Naviglio. Ma non è quello il punto. Il punto è assumersi la responsabilità di stare bene con se stessi e di migliorare il proprio ambiente affinché sia possibile.
D. Cos’altro le ha insegnato stare sette anni in barca, fuori dal mondo?
R. Un’infinita di cose. Un approccio alla vita, soprattutto. In barca si impara a mangiare il giusto e a non sprecare. Si impara a ottimizzare e a rimboccarsi sempre le maniche. In barca i soldi sono un di più, c’è un detto marinaro che recita: «Ogni soldo risparmiato è un soldo guadagnato».
D. A proposito di soldi: quanti ce ne vogliono per stare sette anni in giro per il mondo su una barca?
R. Noi, in quattro, con due bambini, e considerando che almeno una volta all’anno facevamo avanti e indietro da Milano per far fare gli esami di scuola a Nicole, abbiamo speso 200 milioni di lire circa... Siamo partiti che c’erano le lire. Cento erano i risparmi che avevamo messo via. Gli altri me li aveva liquidati l’assicurazione: prima di partire avevo fatto un incidente terribile in macchina, c’ero quasi rimasta secca. Anche l’incidente influì sulla voglia di mollare tutto.
D. Fanno meno di 30 milioni all’anno.
R. La gente pensa che ci voglia un capitale, ma non è vero. Noi comprammo una barca vecchia di 15 anni e la sistemammo tutta. La cosa per cui abbiamo speso di più sono state le assicurazioni: avevamo deciso di fare una copertura davvero totale, per qualsiasi cosa potesse succederci.
D. Quanto tempo ci ha messo a riadattarsi, dopo il ritorno?
R. Ci ho messo cinque anni, un periodo in cui tutti mi dicevano che dovevo scrivere un libro sul giro in barca. Ma io sapevo che a un certo punto avrei voluto scriver anche del ritorno, e quindi ho atteso.
D. Quando sente la gente che paventa di mollare tutto cosa pensa?
R. Sorrido e incoraggio. Io da tutta quest’esperienza ho imparato una cosa fondamentale: la resilienza. Dovrebbero fare corsi a scuola. Non impattare contro l’ostacolo, ma cercare un modo per adattarsi, scavalcarlo.
D. E i suoi figli, quelli che hanno subito le vostre decisioni?
R. Hanno avuto le loro sofferenze, ma oggi sono due belle persone, generose, che tendono a includere e non a escludere. Parlano tre lingue oltre all’italiano. E hanno una cultura ricca: Nicole alla maturità ha presentato una ricerca sulla repressione delle danze Ori Tahiti che ha cancellato pezzi di storia Mahori!
D. Dopo aver mollato tutto, e ripreso tutto, è più felice di prima? Ne valeva la pena?
R. Non so se posso dire di essere felice, ma sono consapevole di dove si va a cercare la felicità. E non è poco.

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