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LA MODA CHE CAMBIA 15 Novembre Nov 2015 1600 15 novembre 2015

L'Isis vuole solo imporre il suo brand del terrore

Allah è una scusa. Non scambiamo questa guerra di potere per una battaglia culturale.

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Parigi, sabato 14 novembre: un uomo legge un quotidiano il giorno dopo gli attentati rivendicati dall'Isis.

Chi scrive di costume, società, cultura, come me e come tanti miei colleghi che si occupano di argomenti in apparenza frivoli, non necessari, non indispensabili, in giornate come queste di solito tace.
Non scrive.
Si limita a sperare che l’ondata di terrore si plachi, che le lacrime vengano asciugate.
Che l’ondata di emozione si smorzi lasciando spazio alla ripresa degli scambi commerciali, alla riapertura e alla valorizzazione dei musei e a prese di posizione politica responsabili che, sia detto per inciso, in queste ore ho sentito più e persino da Marine Le Pen che da Matteo Salvini.
QUELLE IMMAGINI ASSURDE. Per essere sincera, ho pensato a lungo se saltare questo appuntamento domenicale, oppure se addentrarmi in argomenti che, da molti anni ormai, non sono più i miei.
E invece, la mattina di sabato 14 novembre 2015, 12 ore dopo l'attacco terroristico rivendicato dall’Isis a centinaia di cittadini inermi in più luoghi di Parigi, mentre assistevo sgomenta al computo più orrendo di tutti, che è quello dei morti, continuavano a tornarmi alla mente alcune immagini.
Quelle di donne dei combattenti Isis, non di rado occidentali plagiate a mezzo web da uomini che offrono loro l’apparente riscatto da un futuro sicuramente mediocre, mentre si facevano fotografare sedute sul cofano di un’auto di lusso, sfoggiando calzature occidentali, fra propaganda e convinzione.
È LA JIHAD DELL'APPARENZA. Nei mesi scorsi, abbiamo visto tutti le loro foto, pubblicate sul web, accompagnate da espressioni di odio perfino grottesco nei confronti del mondo occidentale («siamo assetate del vostro sangue»).
Jihad apparente, sete di lusso evidente e soprattutto usata come arma di marketing.
L’Isis che definisce i simboli dell’Occidente quali espressione terrena di Satana, non esita però a mostrarli come premio e promessa (oggettivamente vana: il Califfato vive ben al di sotto della soglia di povertà) per chi si affilia.
CALIFFO OCCIDENTALIZZATO. A maggio 2015, però, proprio lo Stato islamico ha ristrutturato e riaperto l’unico albergo cinque stelle di Mosul: sul pennone vi sventola la bandiera nera, ma nelle 262 stanze si offrono servizi all’altezza della classificazione, naturalmente di stampo e derivazione occidentale.
In queste settimane, gli attacchi occidentali pur sconclusionati e non di rado contraddittori negli intenti alle postazioni dell’Isis hanno avuto un inevitabile (e dichiarato) contraccolpo una serie di attacchi culminati nella carneficina di Parigi.
IL BRAND DEL TERRORE. Ma prima di dar fiato ai nostri sensi di colpa storici, e a inquadrare questi attacchi come il castigo inevitabile per i mali inflitti dall’impero romano prima e dai crociati poi e dal colonialismo infine, fatevi tornare alla mente la Bmw, le scarpe e le foto dei dolcetti postate su Instagram.
L’Isis vuole esattamente questo: imporre il proprio marchio, il brand del terrore, acquisendo in cambio potere e ricchezza per chi ne sposa gli obiettivi.
ALLAH? SOLO UNA SCUSA. Il richiamo ad Allah è una scusa (peggio, una blasfemia) e le violenze perpetrate semplicemente un mezzo per ottenere potere, per affermarsi come forza trainante e vittoriosa dell’Islam.
Noi, però, dovremmo ricordarci, e forse l’Isis con i suoi affiliati prendere in considerazione l’eventualità, che la Bmw, come gli altri simboli occidentali che sfoggiano, armi sofisticate incluse, non sono il frutto della costrizione e della violenza, ma di secoli di libertà.
DONNE, RICORDIAMOCELO. E di questo dovremo ricordarci sempre anche noi donne occidentali. Anche noi stiamo combattendo per poter mangiare una pizza sedute a un tavolo su un boulevard, in una bella serata tiepida, sfoggiando la borsa che è il risultato di una creatività lasciata libera di esprimersi e che abbiamo potuto comprare con i frutti del nostro lavoro, conquistato grazie alla libertà di studiare, senza essere trucidate con i nostri bambini.

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