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INTERVISTA 25 Novembre Nov 2015 1400 25 novembre 2015

Sampietro: «Houellebecq? Parigi preferisce Hemingway»

Dopo le stragi i francesi riscoprono Paris est une fête dell'autore americano. Il critico Sampietro: «Tutta la sua vita è una riflessione sulla paura». Ecco perché può aiutarci (a differenza di Houellebecq).

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Ernest Hemingway su una barca da pesca a Key West, in Florida, 1928.

«Hemingway non era un pacifista. Ha descritto la guerra in Europa come una slaughterhouse, un mattatoio. Dopodiché ha passato il resto della sua vita a dimostrare a se stesso e al mondo di essere capace di vincere la paura».
Forse è questa la ragione profonda che ha portato i francesi, dopo gli attacchi del 13 novembre, a scegliere lui e non Michel Houellebecq come antidoto culturale al terrore. Paris est une fête dello scrittore americano, a più di una settimana di distanza dagli attentati, è salito ai primi posti nella classifica dei 100 libri più venduti su Amazon in Francia ed è andato esaurito nelle librerie della capitale.
Luigi Sampietro, dal 1981 professore ordinario di Letteratura americana all'Università Statale di Milano e firma critica della Domenica, supplemento culturale de Il Sole 24 Ore, ha spiegato così il fenomeno per Lettera43.it: «È un libro che trasuda giovinezza e voglia di vivere. Leggerlo in un frangente così difficile significa che Parigi non ha spento le sue luci, non si è ritirata, ma si è riversata subito a continuare a vivere».
Quanto a Houellebecq e alle sue recenti accuse contro il presidente Hollande, Sampietro non ha dubbi: «Se il piano dei jihadisti è di far crollare i governi, dividere le società, farci litigare, allora l'unico che c'è cascato è proprio Houellebecq».

Copie di Paris est une fête di Ernest Hemingway. Nel riquadro, il critico Luigi Sampietro.

DOMANDA. Perché secondo lei i francesi hanno scelto Paris est une fête per reagire agli attentati?
RISPOSTA.
Prima di tutto perché è un bel libro. È un libro postumo, messo insieme con appunti scritti a Parigi da Hemingway negli Anni 20 e ritrovati circa 30 anni dopo. All'epoca non aveva ancora scritto un romanzo, si stava occupando di racconti.
D. Che cos'era Parigi in quel periodo storico?
R.
La capitale della cultura del mondo intero. Quegli anni sono diventati un mito, una leggenda. Festa mobile (titolo italiano di Paris est une fête, ndr) è un libro che trasuda giovinezza e voglia di vivere.
D. I parigini si sono riconosciuti nelle sue pagine?
R. Credo proprio di sì. Ho l'impressione - non si tratta di un'osservazione sociologica, ma di una semplice osservazione - che Parigi, soprattutto nelle ore in cui sono avvenute le stragi, sia una città popolata da persone giovani.
D. Da cosa lo deduce?
R.
I giovani prevalgono, o almeno saltano all'occhio, perché vivono fuori, per le strade. Magari hanno a disposizione appartamenti molto piccoli o stanze singole prese in affitto. E così proseguono una tradizione ottocentesca, quella del vivere al caffè.
D. Festa mobile si apre proprio con la descrizione di un caffè.
R.
Sì, è vero. Baudelaire andava a scrivere al caffè, e lo fa anche Hemingway a Parigi.
D. Perché?
R. Un po' perché così mentre scrive si guarda intorno, ma la verità è che a quei tempi gli scrittori a casa avevano freddo. Andavano nei caffè per scaldarsi, prendevano un tavolino e ordinavano qualcosa da bere. Un fenomeno proseguito a distanza di generazioni, pensiamo a Sartre e al Café de Flore. Il caffè parigino è un luogo di cultura.
D. È per questo che i terroristi li hanno presi di mira, assieme allo Stade de France e al teatro Bataclan?
R.
I terroristi hanno colpito i giovani. Hemingway in Festa mobile descrive i caffè e le abitazioni dei suoi amici, per esempio quella di Ezra Pound, soffermandosi sul fatto se fossero case riscaldate oppure no. Non si tratta di descrizioni compiaciute. Hanno a che fare con quello che dicevo prima, con il vivere fuori, assieme, per le strade. Rileggere questo libro in un frangente così difficile significa che Parigi non ha spento le sue luci, non si è ritirata, ma si è riversata subito a continuare a vivere.
D. Di fronte al tentativo dei jihadisti di trasferire il terrore, i parigini rispondono trasferendo una festa. Come nasce il titolo del libro?
R.
Non fu scelto dallo scrittore, ma dalla curatrice del libro, Mary Hemingway. Lei lo ricollegò a un'osservazione fatta dal marito ad Aaron Hotchner: «Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile».
D. Cosa significa?
R. È una frase che riflette l'entusiasmo degli anni giovanili e dà titolo a un libro pieno di progetti, addirittura direi pieno di ormoni. Scoppietta di voglia di vivere e descrive gli anni in cui «eravamo molto poveri e molto felici». Quasi un ossimoro.
D. Hemingway insomma non è un sottomesso, per citare un altro titolo, quello del famoso romanzo di Michel Houellebecq?
R.
A proposito di Houellebecq e delle sue recenti accuse contro il presidente Hollande mi viene da dire che se il piano dei jihadisti è di far crollare i governi, dividere le società, farci litigare, allora l'unico che c'è cascato è proprio Houellebecq.
D. Non è d'accordo con lui?
R. Dare a Hollande dell'imbecille... ognuno ha la faccia che ha. Mi sembra però che in questa circostanza i francesi non abbiano avuto dubbi nell'appoggiare le decisioni e le dichiarazioni del loro presidente. L'unico che ha litigato con Hollande è stato Houellebecq.
D. Quali altri libri consiglierebbe come antidoti culturali alla paura?
R. È difficile fare degli elenchi, ma direi tutti quei libri che sono i pilastri di una cosa che non si può, per snobismo, rifiutare: la cultura occidentale.
D. Qualche nome in particolare?
R. Mi viene in mente questo scrittore, antipatico e cattivo, che è Naipaul. Figlio di genitori indiani di casta braminica, trasportati a Trinidad dall'impero britannico, Naipaul andò via dai Caraibi a 18 anni e si trasferì a Londra. I suoi libri all'inizio sembrano dei romanzi, ma in fondo sono tutti libri di viaggio.
D. Perché proprio lui?
R. Naipaul, che oggi è vecchio e costretto in sedia a rotelle, passerà alla storia per aver fustigato i costumi di tutte le civiltà. Ma in verità quello che ha fatto è guardare con occhio gelido e imparziale i difetti antropologici dell'umano, nelle varie parti del mondo che ha visitato.
D. Per esempio?
R. Uno dei difetti che attribuiva ai caraibici, alla sua stessa gente, era di essere diventati dei mimic men, degli imitatori, cioè di essersi travestiti di valori non propri. Quando per un qualsiasi motivo si mette in discussione la propria identità, la propria tradizione, la propria storia...
D. Anche Hemingway lo ha fatto, però, no?
R.
Hemingway era un medio alto borghese, di famiglia per bene. Un esponente della gentile society, come la definì Santayana all'inizio del Novecento. Le buone maniere, la buona educazione... Hemingway ha contraddetto tutti questi dati della sua cultura, ma senza mai riuscirci fino in fondo. Lui però, più che un borghese, era un re.
D. In che senso?
R.
Nella sua magnanimità, nella sua bontà, nella sua grandezza e nella sua sbruffoneria, Hemingway era un re. Per tutta la vita ha trasgredito certi pilastri della cultura da cui proveniva, senza mai riuscire a essere né un cafone, né un maleducato.
D. Come si comportava?
R. Quando passava da Milano andava a cena in galleria. C'era il ristorante Savini e poi c'era il Biffi. Arrivava già mezzo sbronzo, vestito da cacciatore, con gli stivali sporchi. Entrare in un ristorante chic in quel modo non era possibile.
D. Però a lui era concesso.
R. I camerieri erano già avvertiti e tenevano in guardaroba una giacca nera con cui rivestirlo. L'esistenza stessa di Hemigway testimonia una virtù dell'uomo occidentale.
D. A cosa si riferisce?
R.
Alla capacità di incarnare le contraddizioni. Hemingway va generosamente a fare l'infermiere nella Prima guerra mondiale, anni dopo però scrive Addio alle armi, affermando che non si possono più usare certe parole come «onore» o «guerra» nella maniera di cui la cultura occidentale ne è stata permeata per secoli.
D. Come lo si può definire?
R. Hemingway non era un pacifista. Ha descritto la guerra in Europa come una slaughterhouse, un mattatoio. Dopodiché ha passato il resto della sua vita a dimostrare a se stesso e al mondo di essere capace di vincere la paura. La sua intera esistenza è stata una riflessione su questo tema.
D. Perché?
R. Non perché fosse un disadattato, ma perché aveva un senso tale della dignità umana da portarlo a misurarsi con la paura.Hemingway è l'eroe individuale che si espone fisicamente al rischio e alla paura per affermare la dignità dell'uomo. Il coraggio, per lui, era grazia sotto pressione: «Courage is grace under pressure».
D. Ci sono altri modi per vincere la paura?
R. Io penso che la paura si possa vincere semplicemente soffermandoci sulla nostra cultura. Esiste una forma di provincialismo che non consiste nel non essere mai andati in giro per il mondo, ma nel non essere mai stati capaci di uscire dal proprio secolo.Uscire da sé e conoscere l'altro non è sufficiente. Il vero altro che dobbiamo imparare a conoscere è il passato. Il nostro passato.

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