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BASSA MAREA 3 Dicembre Dic 2015 0822 03 dicembre 2015

Il radicalismo? L'ha «inventato» l'Occidente

Per comprenderlo basta leggersi Fanon e Lenin. Quello attuale non è che la "versione islamizzata".

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Frantz Fanon.

Se vogliamo conoscere meglio chi ogni tanto decide di spararci addosso, così come ha fatto da ultimo un gruppo di euro-jihadisti (cresciuti ed educati in Europa) il 13 novembre a Parigi con 130 morti e dozzine di feriti gravissimi e di ormai gravi invalidi, non occorre andare molto lontano.
Sono figli, prima ancora che dell’estremismo islamista, della radicalizzazione pararivoluzionaria della nostra cultura occidentale.
Rivestita degli abiti dell’Islam radicale.
«Non si tratta di radicalizzazione dell’Islam. Ma di islamizzazione del radicalismo», dice il politologo francese Olivier Roy, tra i massimi esperti occidentali del mondo islamico.
FANON, TEORICO DELLA RIVOLTA. Prendiamo Frantz Fanon, il più eloquente forse e il più classico fra i protagonisti intellettuali e i teorici della lotta dei popoli oppressi contro gli oppressori.
Che lo conoscano o no, i jihadisti d’Europa e d’America sono figli suoi quanto lo sono dell’egiziano Sayyid Qutb, un docente e intellettuale impiccato da Nasser nel 1966 e formatosi sulla filosofia europea e negli Stati Uniti, e che importò nel pensiero rivoluzionario islamico evidenti tracce di leninismo, soprattutto del Lenin di Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917).
Fanon, il nobile e sfortunato Frantz Fanon (brillantissimo, morì di leucemia a 36 anni) era un mulatto della piccola borghesia di colore della Martinica francese che soffrì sulla sua pelle tutto il florilegio della presunta superiorità bianca, tanto più calcata in genere quanto meno, nelle realtà coloniali, era giustificata dalla reale consistenza di chi a tale superiorità si appellava.
UN FRANCESE DI SERIE C. Combatté volontario e con onore in Africa e Francia per la Francia Libera, anche qui venendo trattato da francese di serie C, si guadagnò menzioni d’onore e il diritto a una borsa di studio universitaria, fino alla laurea, che fu in Medicina, a Lione.
Beh, qualcosa la Francia che allora era piena di ristrettezze economiche gli riconobbe. Divenne psichiatra, fu mandato in un ospedale militare in Algeria, simpatizzò per gli algerini. Da sempre il suo anticolonialismo è confrontato con quello di un pied noir come Albert Camus, che non poteva non sentire l’Algeria anche come casa propria.
Quello che colpisce in Fanon è il livello di esasperata astrazione intellettuale raggiunta nel suo pensiero dal contrasto colonialisti/colonizzati.

Il superuomo di Nietzsche come modello

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche.

Gli ultimi dovranno essere i primi, scriveva nel 1961 nella sua opera più nota e maggiore, I dannati della Terra: «E se gli ultimi dovranno essere i primi, questo accadrà dopo una cruenta e decisiva battaglia fra i due protagonisti. Questa dichiarata intenzione di mettere gli ultimi alla guida [...] può trionfare solo se usiamo tutte le armi per invertire la gerarchia, compresa naturalmente la violenza».
Qualche eco, anticolonialismo a parte, dell’Italia di 40 anni fa? Sì, c’è anche questo.
Il superuomo di Friedrich Nietzsche era un modello di Fanon perché c’era bisogno di un’elite per guidare gli oppressi così come a una èlite di ispirazione vagamente leninista, e coranica, pensava Qutb.
La rivolta coloniale per Fanon avrebbe creato, come quella leninista, «l’uomo nuovo».
LE RESPONSABILITÀ DELL'OCCIDENTE. Ma eravamo negli Anni 50 e c’erano molte illusioni. Mezzo secolo dopo Le Monde, singolare giornale della gauche attento alle ragioni della France e per questo a suo tempo favorito sul nascere dal generale De Gaulle, si chiedeva quanti popoli africani sarebbero stati meglio circa scuole, ospedali, salute in genere, strade e cibo se…fossero rimasti i vecchi coloniali. Che certamente avrebbero continuato a umiliare i nativi.
Non ci vuole molto a capire che vari popoli sarebbero stati meglio e starebbero oggi meglio, da un punto di vista materiale. Ma non era e non è questo lo spirito dei tempi.
Non c’è dubbio che l’Occidente ha responsabilità, e provoca come diceva Joseph Conrad chiudendo l’Introduzione al suo Under Western Eyes (Sotto gli occhi dell’Occidente, 1911) «la risposta mentalmente debole ed atroce di un’utopia rivoluzionarieggiante pronta a distruggere tutto con i primi mezzi a disposizione, nella strana convinzione che un cambiamento definitivo del cuore umano dovrà seguire il crollo di ogni data istituzione umana».
COLONIALISTI PRIMA CHE CAPITALISTI. Nichilismo. Oggi Kalashnikov. Detonatori. Esplosivo. E un certo modo di intendere Allah akbar. Conrad scriveva questo sui rivoluzionari russi dieci anni dopo Heart of Darkness (Cuore di tenebra, 1902), sullo spietato Congo Belga.
C’è chi dice che è tutta colpa del capitalismo. Sarà. Ma i popoli europei sono stati colonialisti ben prima di essere capitalisti in senso marxista e leninista, cioè ben prima della rivoluzione industriale e delle sue alienazioni, come le identificava Marx.
Comunque a noi non resta, secondo chi scrive, che ripetere quanto disse nel '57 Albert Camus, a Stoccolma, a un algerino che gli rimproverava la sua inazione sulla questione algerina: «Ho sempre condannato il terrorismo che opera alla cieca nelle strade di Algeri e un giorno potrebbe colpire mia madre e la mia famiglia. Credo nella giustizia, ma prima della giustizia difenderei mia madre».

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