MUSICA 4 Dicembre Dic 2015 1202 04 dicembre 2015

Generazione grunge, i nichilisti del rock

La musica piange Weiland. Ultimo testimone della scena grunge. Alternativa, tormentata, animata da antidivi scomparsi da star. Da Cobain a Staley. Foto.

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È morto un minore, uno di quelli che nelle antologie meritano una riga stiracchiata quando va bene, il nome e poco altro: allora come mai il mondo registra la perdita di Scott Weiland, uno che per una vita ci ha provato in tutto, a vivere e a morire, e per un bagliore ebbe anche qualcosa di simile al grande successo?
Forse perché cade l'ultimo testimone, minore fin che si vuole, dell'ultima scena che ha detto qualcosa, ha rappresentato qualcosa nella cultura popolare musicale, il grunge che ormai è storia, è roba di un quarto di secolo fa.
UN GENERE CHE MORÌ ANCORA IN FASCE. Proprio “grunge”, lo stesso Weiland, a voler essere puristi, non era, ma la cosa singolare è che, a voler essere proprio pignoli, nessuno di quelli che hanno fatto il grunge lo fu mai sul serio (guarda la gallery).
Paradosso apparente, che si spiega come segue: fu quella una scena troppo breve, che morì ancora in fasce, superata dagli eventi e dagli stessi protagonisti che già dopo un disco o due si spostavano, riscoprivano ascendenze, retaggi, come i Pearl Jam che dopo l'exploit di Ten, quando il grunge davvero esplose, già col secondo disco, Vs, si smaliziavano, suonando come una ottima versione Anni 90 dei Led Zeppelin.
IL CONTE UGOLINO DEL ROCK. Un lustro, poco più, poco meno. Dalla fine degli Ottanta alla morte di Kurt Cobain, 8 aprile del 1994: qui si consuma, si brucia, si divora il grunge, conte Ugolino del rock che non risparmia i suoi figli. E bisogna, come fatalmente accade, contestualizzare.
Fu un movimento sotterraneo, “underground” piacque chiamarlo, che rifluiva dai bassi umidi di Seattle in segno di protesta contro una dimensione rock che, intorno alla metà dei Settanta, si era fatta paradossale, falsa, improbabile nel suo gigantismo, tradendo tutti i valori che al rock si volevano riferire; a nulla sarebbero valsi gli spasmi del punk, il rock non recedeva più dalle sue ipertrofie, le stesse varianti metal o “alternative”, sviluppatesi per reazione, per fuga, raggiungevano presto dimensioni egualmente rilevanti – e volumi d'affari in proporzione.

  • Angry chair degli Alice in Chains, con Scott Weiland.

La “grande truffa del rock and roll”, insomma, non fu mai colta in modo più netto, e probabilmente anche ingeneroso: non è che le prime divinità dei decenni precedenti, da Elvis ai Beatles agli Stones, fossero dei missionari.
Ma il mondo non ne poteva più, non voleva più saperne nemmeno delle faraoniche adunate solidali, come il Live Aid, cercava l'ennesima via d'uscita. Il grunge gliela fornì, nella sua parvenza di genuinità, perfino di essenzialità.
UNA MUSICA REMINISCENTE. I parchi e gli incubi fatati di Michael Jackson lasciavano il posto ai rocker “boscaioli”, ai loro valori e tormenti antagonisti, a un altro modo di essere tossici, problematici, disadattati.
A una musica tremendamente reminiscente, derivativa, perché anche nel rock niente si crea e distrugge e tutto si trasforma, ma che il lavoro di produttori scaltri come Jack Endino rendeva nuova, eccitante, sincera.
Per ulteriore paradosso, questo grunge si scagliava contro il metal, del quale era costola, e, nel suo nichilismo, poteva bene incarnare quell'esigenza di superamento di eccessi sessisti e provocazioni spettacolari, come quelle dei Guns'N'Roses, in funzione di un nuovo “politicamente corretto” che, nel segno del disagio esistenziale, tendeva all'inclusione: nel dolore siamo tutti vicini, tutti uguali, fu questo a conquistare gli adolescenti problematici, e non ce n'è uno che non lo sia, di tutto il pianeta.
C'era anche, almeno nelle intenzioni, una sorta di sobrietà ripiegata, nel grunge, “da cameretta”, si usava dire, che lo rendeva apparentemente accessibile.
QUEGLI ANTIDIVI CHE MORIVANO DA ROCKSTAR. Forse che, dopotutto, proprio Kurt non era un ragazzino biondo asociale che aveva trovato un modo di sfogarsi con una chitarra, fra quattro mura, autodifeso dal mondo?
Forse che, in una civiltà occidentale data per l'ennesima volta al tracollo, col declino dell'industria pesante, la fine delle motivazioni e delle certezze alimentate dalla guerra fredda, la riconversione tecnologica in atto, la diffusione dell'Aids, restava qualcosa di meglio che arrendersi allo smarrimento e reagire con quella furibonda miscela di sgomento e di rabbia?
Ma fu l'ultima fiammata, la morte insieme prematura e annunciata di Cobain ne annunciava altre. Molti, come il cantante degli Alice in Chains, Layne Staley, al suo funerale avrebbero potuto mestamente brindare “a chi lo seguirà”, a se stessi, ancora d'aprile.
Morivano da rockstar, esattamente come quelli contro i quali si erano posti nella loro vita di farfalle disperate.

  • Even flow, secondo singolo dell'album d'esordio dei Pearl Jam, Ten.

Ma la musica, come la vita, non si può fermare. Neppure quando si spegne.
Sparge primogeniture, semi che sbocceranno in altri fiori, del male, del bene. Perché il rock, come le altre forme d'arte, rappresenta la vita, anche quella dei popoli, delle società, delle civiltà: magari in modo distorto, strumentale, pretestuoso – quanto di business ci fu anche nell'avvento del grunge! - ma, fondamentalmente, inevitabile. Dunque, a suo modo fedele.
UNA VIRULENZA UNICA NEL SUO GENERE. Dopo il grunge, i mille “post”, le derivazioni e le schegge impazzite, lo stesso metal che si ripensa (e genera ulteriori figli per reazione più estremi), le nostalgie, il britpop che in definitiva altro non fu se non l'ennesima “British Invasion”, altri artisti, alti suoni, commistioni. Non però dalla stessa dirompente forza, non così virulenti da poter spingere milioni di ragazzi, quella “Generazione X” che nacque e divenne subito documento di se stessa - a coprirsi di stracci di flanella, di jeans lacerati e sentirsi fuori posto in una qualsiasi provincia o metropoli del mondo.
Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma: al grand guignol da baraccone di Marylin Manson, che gli scarica addosso la pietra tombale, la sensibilità dei nostalgici oppone un Neil Young riscoperto come “padrino del grunge”.
Che, a proposito, parve derivare da “grungy”, lercio, sudicio in slang, forse usato per la prima volta addirittura nel 1981 da Mark Arm, cantante dei Green River e dei Mudhoney.
OGGI PARE TUTTO UN TALENT. Una incubazione lunga come nessun'altra.
Forse, il grunge si spiega perché in quella “fine della storia” ipotizzata dal sociologo Francis Fukuyama, che poi se ne pentì, succedevano un mucchio di cose.
Anche adesso, naturalmente, ne succedono, ma non sembrano più storia, non sembrano più neppure reali, pare tutto un talent.
La gente continua a morire, gli artisti continuano a sorgere e a spegnersi, ma o lo fanno come Amy Winehouse, in una cornice drammatica d'altri tempi, o passano via travolti da una frettolosa indifferenza.
E allora anche il tracollo di un minore come Scott Weiland serve a ricordarci qualcosa che, forse, avevamo vissuto, tanto, tanto tempo fa.

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