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MUSICA 10 Dicembre Dic 2015 1508 10 dicembre 2015

Bataclan, se gli artisti lucrano sulla strage

Da Madonna accompagnata da 60 bodyguard, ai professionisti del cordoglio U2. Il massacro di Parigi per molti è diventata una passerella dove far parlare di sé.

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Sono tutti Bataclan. Loro, i musici, gli artisti, che non possono tacere, che debbono testimoniare il loro personale tormento, preferibilmente twittandolo, poiché «un bel tacer non fu mai scritto».
Sono tutti Bataclan, giusto per un giorno, poi lo spettacolo continua, però se passa anche di lì è meglio.
Sono tutti Bataclan, qualcuno a ragion veduta, come questi Eagles of Death Metal che fino al 13 novembre quasi nessuno se li filava e adesso non danno i resti tra interviste, memorie, ricordi dell'orrore.
Ma nel loro caso possiamo anche dire che ci sta, visto che erano lì, su quel palco, si sono salvati per miracolo, speriamo solo, o illudiamoci, che non ci facciano su dischi, libri, film, non costruiscano su quel sangue la loro seconda carriera.
U2, PROFESSIONISTI DEL CORDOGLIO. I colleghi che non c'erano, invece, sono tutti Bataclan, ma qualcuno è più Bataclan degli altri. A portar la bandiera non potevano che essere gli U2, i quali su una solidarietà universale assai pelosa hanno eretto un impero fin dal Live Aid che li lanciò 30 anni fa, niente più che una colossale vetrina per ego mercantili. Gli U2 non hanno mancato un colpo. E, da professionisti del cordoglio, su Parigi han fatto piovere prima fiori, poi concerti, naturalmente irrorati da una retorica alluvionale.
E siccome la tragedia affratella le popstar, non potevano mancare in uno spicchio proprio i reduci, gli Eagles of Death Metal, anche se con la gente di Dublino c'entravano come i cavoli a merenda, così come non poteva mancare Patti Smith «versione Mocio», secondo un perfido marchese Fulvio Abbate, un'altra che quando c'è da cambiare il mondo non si tira mai indietro.
Tutti in processione, buona ultima Madonna la quale l'ha presa di petto, personalizzando molto, tipo Oriana Fallaci: «I terroristi non mi ridurranno al silenzio», ha scandito, scortata dalle sue 60 guardie del corpo. E poi via di concertino in Place de la République, di «Imagine all the people» versione parrocchiale, di pellegrinaggio, lucciconi incoporati, così, tanto per dimostrare che la più solidale, ma anche la più trasgressiva, ma anche la più sensibile, insomma la più importante, è pur sempre lei.
IMAGINE, DA CANZONE A BRAND. Ora, questa gara alla solidarietà morale, spirituale, ciascuno può intendersela come gli pare, credendo pure agli impulsi sinceri di questi canterini. Che tuttavia potrebbero anche starsi zitti e buoni se non hanno niente da dire.
Invece a volte viene il perfido sospetto che se un Bataclan non ci fosse, bisognerebbe inventarlo, almeno contro la crisi della discografia.
Piglia la canzone di John Lennon, clamorosamente tornata in cima alle classifiche dopo la strage, replicata da innumerevoli artisti, dai Coldplay allo sconosciuto che ebbe la trovata di suonarla per primo, tale Davide Martello, italo-tedesco che non manca mai, col suo pianino da strada, dove c'è una sciagura e si definisce «musicista di crisi», anche se qualcuno lo definirebbe in modo diverso.
Imagine, da brano a brand. Almeno si limitassero a gorgheggiare. Il guaio è che le dichiarazioni di queste pop coscienze sono sempre avvitate al vuoto pneumatico degli slogan, «Bisogna crederci, un altro mondo è possibile, pace-pace-pace».
Naturalmente non cercano guai, la pace sistema tutto, solidarietà a pioggia e siamo a posto, almeno Keith Richards, in occasione del concerto per New York dopo l'11 settembre, almeno fu più divertente: «Qualcosa mi dice che questa città ce la farà; in quanto a te, Osama, vieni qui, vieni a prendere me, se sei capace».

Anche gli italiani nel carrozzone della solidarietà pelosa

Gli U2 sul palco della AccorHotels Arena di Parigi.

Ed è davvero una delizia sentirli, questi cuori straziati che, proprio come Madonna, non staccano una nota se non vedono assecondati tutti i loro capricci miliardari, intonare l'inno non ufficiale della strage, giusto quella Imagine che tratteggia «un mondo senza proprietà privata», prima di tornare nelle loro suite a consultarsi coi migliori commercialisti sulla piazza, che li guidano nei paradisi fiscali dove hanno disseminato le loro infinite proprietà. Frank Zappa, caustico com'era, ci avrebbe inzuppato il pane.
Ed è davvero difficile non sentire un fruscio di code di paglia da dinosauri quando tutta questa commozione avviene in modo che gli efficienti uffici stampa la amplifichino a livelli planetari, tipo la solidarietà dei miliardari alla Bill Gates o alla Zuckerberg, che siccome gli nasce una figlia annuncia urbi et orbi che intesterà il 99,9% del suo impero a se stesso, tramite un groviglio non profit che gli permetterà di farsi beneficenza a regime fiscale agevolato. Com'è umano, lui.
Siamo tutti Bataclan, anzi “Bataclòn”, come solfeggiano, a cul di gallina, certe speaker dei tigì credendo d'essere tres chic.
Figurati se potevano mancare i canterini italici, logorroici come sono. Scatta la Mannoia, per la quale, manco a dirlo, è colpa dell'Occidente, e Aldo Grasso sul Corriere subito la pettina.
Jovanotti spara il fatidico logo “Peace for Paris” e così non sbaglia mai: naturalmente non rinuncia a una sterminata prolusione su Facebook per chiarire il Jovanotti-pensiero.
I Negramaro, per fortuna sotto la Tour Eiffel pacifista se la cavano con un languore tardoromantico («Parigi il cuore trema»). La Pausini versione Giovanna d'Arco scioglie «una preghiera per le famiglie delle vittime e per tutta la Francia», mentre Ramazzotti è confuso e ce lo fa sapere: «So dove andare ma non saprei cosa fare, so che pensare, ma non saprei attuare, so che farei, ma non potrei farlo!!!». Ma almeno lo sa che scrive?
La Nannini avverte: «Attenzione a chi sta dietro le sigle», e forse dovrebbero consultarla quelli dell'Intelligence per chiederle che diavolo significa.
UN CREMONINI IN STILE VATICANO. Cremonini è pontificale: «Andate ai concerti con lo stesso sorriso di prima, riempite i teatri, i cinema, le piazze (…), e sognate liberamente». Sì, e quando tornate a casa, date una carezza ai vostri bambini e dite loro che è la carezza di Cesare.
Max Pezzali trova che sia difficile, in un momento simile, cantare “canzonette”, ma poi si consola osservando che rimane pur sempre la cosa migliore da fare.
Non tutti però la pensano così: molti, non solo in Italia, hanno dedicato il loro concerto alle vittime (che pensiero squisito), ma parecchi hanno d'altra parte preferito sospendere e ammutolire. Perché la compassione, come la morte, ha bisogno di silenzio, il rispetto sta in una sola parola e, come diceva il filosofo, su ciò di cui non si è in grado di parlare, è meglio tacere.
Senz'altro condivisibile, pertanto, il sobrio post di Samuel dei Subsonica, che ha annullato un dj-set a Imperia con una stringatissima motivazione: «Non sono dell'umore giusto per far festa, come penso anche voi».
Mentre Emma Marrone si chiede «dove arriveremo», trova che «non si deve morire in nome di nessun dio...» e conclude: «Ognuno di noi ha il dovere di cambiare e migliorare la vita di tutti».
Che bella frase, come suona bene: peccato non significhi assolutamente niente.

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